I 50 migliori film del 2023 secondo la redazione di CiakClub

A chi dice che il cinema è morto, la redazione di CiakClub risponde con una classifica fuori misura in chiusura di questo anno cinematografico. Ben 50 film, e molti altri sarebbero dovuti rientrare. Potreste non essere d’accordo su presenze, assenze e posizionamenti. Ma cos’è davvero una classifica?
Decision to Leave, Killers of the Flower Moon, Spider-Man: Across the Spider-Verse, Babylon e La Chimera fra i 50 migliori film del 2023 secondo la redazione di CiakClub

Il cinema è morto“. Peccato però che venti persone si mettano insieme, con le loro diverse sensibilità, i loro gusti, per stilare tutti e tutte insieme una classifica di fine anno dei migliori film del 2023 secondo la redazione di CiakClub, e da che si pensava a una Top 25 è praticamente raddoppiata.

Perché i film da menzionare erano troppi, perché ci siamo detti: “Se lo fa anche Sight and Sound…“. E nonostante questo molte assenze risalteranno all’occhio, e suoneranno come imperdonabili. Quindi no, il cinema non è morto. Forse siamo noi che non valorizziamo quello giusto. Perché di materiale ce n’è e questa classifica, forse come unico merito, dimostra senz’altro questo. E cioè che sì, nel mezzo di tanti flop, sequel e kolossal costati troppo, si ha la sensazione di una certa crisi che aleggia. Ma da qui a chiamarla bancarotta, ce ne passa.

Varietà di generi, varietà di geografie

Una scena di Yakko's World dagli Animaniacs

In questa nostra classifica trovano rappresentanza molte istanze diverse. Guardiamo alle geografie: c’è tanto cinema hollywoodiano, ovviamente, con ben 19 presenze dagli Stati Uniti. Non considerarlo significherebbe vivere al di fuori del cinema di massa. Ma a chi dice che il cinema europeo è morto, facciamo notare le oltre 25 presenze dal Vecchio Continente, di cui 8 dall’Italia (e comunque manca qualcuno) per chi più nello specifico sostenga che il cinema italiano, sia quello morente.

Proprio dalla composizione europea si intravede l’affacciarsi dei Paesi del Nord con un cinema sempre più affascinante eppure tanto diverso a seconda degli Stati, nonostante venga spesso riamalgamato in un unico paniere: Danimarca, Svezia, Belgio, Norvegia, Finlandia.

Dall’Asia si fanno sentire ovviamente Giappone e Corea del Sud, molto più presente nelle ambientazioni di quanto, in realtà, il semplice Paese di produzione non faccia pensare: non c’è un po’ di Corea del Sud in un film come Past Lives, che proprio da Seoul muove? O ancor di più in un film che Seoul ce l’ha nel titolo, Ritorno a Seoul? Ovviamente sì.

Altro discorso interessante, in termini di scollamento fra Paese di produzione e nazionalità del regista poi scelta come ambientazione, si apre sul mondo arabo. Tarik Saleh e Ali Abbasi sono infatti considerati degli indesiderabili nei rispettivi Paesi di nascita, fuggiti e ora naturalizzati europei: l’uno prodotto dalla Svezia, l’altro dalla Danimarca. Ma c’è ovviamente l’Egitto ne La cospirazione del Cairo e ovviamente l’Iran in Holy Spider. C’è la voce di un cinema che sta vivendo il suo Neorealismo e si dimostra sempre più carico di una capacità di denuncia che, questo sì, da noi sembra essersi un po’ perso.

Stupisce, effettivamente – ma forse ci siamo semplicemente scordati qualcuno – l’assenza del Sud America, che proprio in termini di cinema cileno e argentino, ma non solo, stava muovendo passi da gigante negli ultimi anni: a dimostrarlo, ecco una sonora assenza per esempio, El Conde di Pablo Larraìn.

Abbandonate le geografie, trovano poi rappresentanza i diversi generi ma anche i diversi livelli di pubblico, ciascuno necessario all’altro: c’è un action, un documentario, film d’animazione e all’interno di questi anime, c’è ovviamente tanto cinema d’autore ma anche l’horror più di genere e a basso budget. Ci sono i meriti riconosciuti ai grandi eventi cinematografici dell’anno, che qualunque sia l’opinione qualitativa che se ne possa avere, hanno riempito non poco le sale cinematografiche, e laddove una sala si riempie una settimana per un grande blockbuster, ha il margine di scommettere, quella dopo, su un piccolo autore. Purtroppo non è mai così semplice, ma il punto sarebbe proprio auspicare questo equilibrio distributivo.

L’incognita distributiva

Una fan-art del Barbenheimer in stile Wish You Were Here

Nei suoi meriti come nei suoi difetti, una classifica del genere risente evidentemente delle dinamiche distributive di un intero Paese. Perché a stilarla è una redazione sparsa per l’Italia: chi vive nella grande metropoli, chi nella piccola provincia. E quindi certi film non li vedrà mai o dovrà farsi 70 chilometri per vederseli. Il caso eclatante, fra i più recenti, è stata La Chimera, ma ce ne sono in continuazione.

E visto che le posizioni che troverete di seguito sono figlie di un calcolo quasi del tutto matematico (salvo qualche aggiustamento) fra le medie assegnate da ciascun redattore o redattrice a ogni film, sono anche figlie della possibilità o meno che quei redattori abbiano avuto o meno di vedere quel dato film. Esempio: Fallen Leaves di Kaurismäki era presente in due sole classifiche su venti. Perché inferiore? Non scherziamo, è uno dei migliori dell’anno. Ma l’uno l’aveva visto a Cannes, l’altro si era fatto 50 chilometri per vederlo. E ovviamente, chi invece il film non lo vede, non per disinteresse ma per impossibilità, non potrà esprimere un parere su di esso.

Quindi quando vi imbattete in una classifica – e non solo questa, qualunque classifica di redazione abbiate letto negli ultimi giorni o leggerete nei prossimi – prima di lamentare assenze o posizionamenti secondo voi (e magari anche secondo noi) visibilmente problematici, chiedetevi invece se il punto delle classifiche non sia proprio questo. Stilare un consuntivo. E nel fatto che un piccolo film d’autore, magari di molto migliore rispetto al grande blockbuster hollywoodiano, finisca così in basso, anche quello diventa un dato: non di qualità, ma di un problema da risolvere l’anno dopo. Avere un Fallen Leaves al 24esimo e un Pacifiction al 41esimo non vanno presi come indici di qualità o comparativi, ma come indici di null’altro che questo: non abbastanza persone sono state messe in condizione di vederlo.

Dai ritardatari ai mai distribuiti

Proprio se parliamo di logiche distributive poi, proprio per questo, abbiamo preso una scelta di campo, anche a scapito di film che per la risonanza avuta dovrebbero poter apparire in una classifica del genere (proprio perché parliamo di italiani, Disco Boy di Giacomo Abbruzzese è un’assenza cocente). E cioè fare una scommessa, inserire un film (sarà il primo di cui leggerete) che a dirla tutta una distribuzione canonica neanche ce l’ha: Non credo in niente di Alessandro Marzullo. Una promettente opera prima che noi abbiamo avuto la fortuna di vedere in una delle sue tappe distributive itineranti in giro per l’Italia. E che sì, forse non è superiore ad altri altrettanto meritevoli. Ma proprio perché l’ennesima, altra funzione di una classifica di questo genere dovrebbe essere quella di spingere, di scommettere, di portare alla luce, e non semplicemente di assegnare stelline e medagliette al filmone americano costato 200 milioni, ci sembrava che inserire un film meritevole come Non credo in niente potesse diventare segnale di qualcosa di più.

E infine, per fornire l’ultima annotazione di metodo che permette però di aprire un discorso ulteriore sulle problematiche distributive: in questa classifica rientrano tutti quei film usciti dal 1° gennaio al 31° dicembre 2023. Per questo trovate film come Pearl e Pacifiction, che risalgono al 2022, o addirittura Marcel the Shell, del 2021. Perché, qualunque sia la ragione, non di rado film stupendi, pur anticipati da grandissime menzioni all’estero, fanno fatica a trovare visibilità in Italia. Per loro la strada distributiva è tortuosa, lenta e incerta. E quando poi c’è, è per una manciata di sale. Per questo, inserire fuor di rigore anche un Pearl o un Marcel the Shell, oltre all’evidente qualità, diventa consuntivo a 360° dell’annata cinematografica nostrana, con le sue punte di diamante così come con i suoi limiti.

Quindi cos’è una classifica?

Vanessa Kirby e Joaquin Phoenix in una scena del film Napoleon

Una classifica può assumere tante funzioni. Meno quella di stilare una gara fra migliori e peggiori, nonostante la maggior parte di chi legge creda che di questo si tratti. Nessuna classifica, né di cinema né di altro, potrà mai rendere giustizia di questo: chi vi dice il contrario mente o non ha capito niente.

Una classifica è innanzitutto un gioco. Fermarsi, vedere ciò che è stato, cosa ci ha colpito di più, cosa abbiamo sentito più vicino a noi. Oppure a cosa diamo importanza: all’industria, all’autorialità, alle sale piene. Ciascuno di questi aspetti è uno spicchio di cinema e ciò che fanno le classifiche è raccogliere tutti quegli spicchi attraverso le diverse sensibilità di cui può essere composta una redazione.

C’è chi vede solo horror. Chi solo cinema d’autore. Chi non si vergogna affatto, e giustamente, a sostenere che un action come si deve possa essere “meglio” di un film d’autore che si parli addosso. C’è insomma, all’interno di una redazione, e questo dovrebbe essere il punto, lo specchio di tutte le sensibilità che si ritrovano in voi, nel pubblico. Una redazione è come un pubblico in miniatura. E questo, si tende a scordarlo, è anche la critica, cioè l’insieme dei pareri dei critici e la somma di questo insieme con la sensibilità del pubblico.

La singola recensione non conta nulla, positiva o negativa che sia. La singola classifica, non conta nulla. Si ha uno spaccato, qualcosa che tenda a un’oggettività irraggiungibile, quando si sommano tutte insieme a creare una proiezione dei vari spettatori, cosicché ogni fetta del pubblico possa trovare la propria voce. Un film che spacca in due il pubblico spaccherà in due anche la critica, e ciascuno dei due lati, e ciò che scriverà, o come lo recensirà, sarà in rappresentanza di quel lato di pubblico.

Quindi ecco, rispondere alla domanda su cosa sia e quale sia il senso di una classifica, è molto simile alla risposta su cosa sia la critica: democrazia rappresentativa. Democratica, perché l’opinione di ciascuno, volente o nolente, conta, ha un impatto. Rappresentativa, perché noi siamo qui solo in veste di casse di risonanza di un pubblico che, ci piaccia o no, è ciò che davvero influenza le sorti del cinema. E per questo è così importante parlarne. Democrazia rappresentativa. Forse proprio per questo, alle volte, ci sentiamo di dire che non funzioni. Speriamo che con questa classifica e soprattutto con ciò che è stato scritto al di là di ogni posizione, perché è quello che conta davvero, abbia funzionato un po’ di più. Buona lettura e buon anno nuovo. Speriamo che, in termini di cinema e non solo, possa essere altrettanto ricco.

50. Non credo in niente (Alessandro Marzullo – Italia)

Lorenzo Lazzarini e Demetra Bellina sul set del film Non credo in niente

Di opere prime italiane, uscite a breve distanza e che abbiano fatto parlare di sé (da Una sterminata domenica a Patagonia), ce ne sono state diverse nel 2023. Ma inserire Non credo in niente rappresenta una scommessa. Sul cinema che arranca, non certo per qualità, ma a livello di occasioni distributive. Costato meno di 200 mila euro, girato in 13 notti su pellicola, questo piccolo manifesto generazionale ragiona sulla frammentarietà della vita (come dell’immagine filmica) attraverso la società liquida di Bauman: “Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati”. Non ha senso stilare una classifica, che non si ricordi di questi film.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di Non credo in niente!

49. Coup de Chance – Un colpo di fortuna (Woody Allen – Francia)

Neils Schneider e Lou de Laâge in una scena del film Coup de Chance - Un colpo di fortuna

C’è chi aveva perso le speranze di poter vedere un ultimo, bel film di Woody Allen. Da qualche anno ormai. Ma Coup de Chance ha ridato speranza a molti. Un film, esattamente il cinquantesimo, forse ultimo, con cui Allen riprende quel tema che l’ha ossessionato più di tutti nel corso degli anni, da Crimini e Misfatti a Irrational Man: il ruolo della fortuna e quanto influenza le nostre vite. Un Match Point senza però il tono drammatico, ma nel pieno della commedia alleniana, il che lo rende ancor più feroce: borsoni di cadaveri fatti a pezzi, su sottofondo jazz.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di Coup de Chance – Un colpo di fortuna!

48. Passages (Ira Sachs – Francia)

Ben Whishaw, Franz Rogowski e Adèle Exarchopoulos nel poster del film Passages

In Italia abbiamo un serio problema con la rappresentazione – o meglio, con l’accettazione della rappresentazione – di coppie o tematiche affini alla comunità LGBTQIA+. Anche solo per la scena del rapporto sessuale tra Franz Rogowksi e Ben Whishaw, delicata quanto non artificiosa, Passages di Ira Sachs meritava un posto in classifica. Ma il regista mette però in guardia: non una storia di orientamenti sessuali, ma di esercizio del potere. Perché sì, nel 2023, un regista omosessuale può girare un film con protagonisti due omosessuali, senza voler parlare di omosessualità. Piuttosto, un ragionamento universale che spinge di regia su un “actor led movie”.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di Passages!

47. Laggiù qualcuno mi ama (Mario Martone – Italia)

Massimo Troisi nel poster  del film Laggiù qualcuno mi ama

Troisi innamorato, Troisi politico, Troisi non solo comico né solo meridionale. Il Massimo Troisi raccontato attraverso gli occhi di un napoletano non è solo un bellissimo documentario sull’uomo, l’artista e il cinema indimenticabile di cui Laggiù qualcuno mi ama suonerà stupendo omaggio. Ma uno spaccato su quell’Italia che il suo cinema intendeva rappresentare. L’Italia della Prima Repubblica, quella iniziata nel 1946 e finita proprio in quel 1994 che sarà data di morte prematura per Troisi. Di quest’uomo, in attesa di un trapianto, che però voleva finire Il postino col suo vecchio cuore. E di quel cuore morrà due giorni dopo aver finito il film.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di Laggiù qualcuno mi ama!

46. Animali selvatici (Christian Mungiu – Romania)

Una scena del film Animali selvatici

Cristian Mungiu è uno di quei nomi vittima di una mancata coincidenza tra ciò che è e come viene percepito. Ovvero uno dei più grandi autori cinematografici europei in attività – pluripremiato dal Festival di Cannes – che però viene sostanzialmente snobbato dal pubblico, in particolare quello italiano. Probabilmente una non-curanza figlia della spocchia con cui ci rapportiamo a tutto ciò che viene dalla Romania. Sta di fatto però che Mungiu ha dato vita, con Animali Selvatici, all’ennesimo grande film della sua carriera. Una dissezione dello stato delle cose tanto in Romania quanto in Europa e delle dinamiche che guidano l’essere umano: l’unico vero animale selvatico.

Commento a cura di Giacomo Sambella Lenzi – Leggi qui la recensione di Animali selvatici!

45. Tár (Todd Field – Stati Uniti)

Cate Blanchett è Lydia Tár nel poster del film

Fin dove ti può spingere l’amore viscerale per la musica? A partire da questa domanda il regista Todd Field mette in scena l’ossessione, l’ambizione e la cieca determinazione di Lydia Tár, fittizia prima direttrice della Filarmonica di Berlino. Attraverso un personaggio crudele e, a suo modo, machiavellico nello sfruttare chiunque le sia vicino, il regista mette in scena un personalissimo ritratto del competitivo e selvaggio mondo della direzione d’orchestra. Un film arduo per gli spettatori, per nulla agevole nel suo solenne dispiegarsi, ma che regala forse la migliore performance di sempre di Cate Blanchett. E non è affatto poca cosa.

Commento a cura di Francesco Diozzi – Leggi qui la recensione di Tár!

44. Ritorno a Seoul (Davy Chou – Cambogia)

Ji-Min Park in una scena del film Ritorno a Seoul

Presentato al Festival di Cannes 2022 nella sezione Un Certain Regard, Ritorno a Seoul del franco-cambogiano Davy Chou vede protagonista la bravissima Ji-Min Park nei panni di Freddy, una ragazza francese di origini asiatiche tornata in Corea del Sud per conoscere i suoi genitori biologici. Barriere linguistiche e soprattutto culturali come ostacoli da superare per ricomporre i frammenti della propria anima. Un viaggio intimista e ancestrale alla ricerca delle proprie radici, alla scoperta della propria identità in una Corea distante e a tratti inavvicinabile: dalla Tokyo di Lost in Translation alla Seoul di Ritorno a Seoul il passo è breve.

Commento a cura di Daniele Tuccillo – Leggi qui la recensione di Ritorno a Seoul!

43. Saltburn (Emerald Fennell – Regno Unito)

Paul Rhys e Barry Keoghan in una scena del film Saltburn

La regista premio Oscar di Una donna promettente, Emerald Fennell, dirige il suo secondo film: Saltburn, una commedia nera ricca di suspense ambientata nel 2006. Oliver Quick (Barry Keoghan) è uno studente di Oxford che fatica a integrarsi. Un colpo di “fortuna” lo fa entrare nelle grazie dell’affascinante e popolare Felix (Jacob Elordi), che lo invita a passare l’estate nella sontuosa tenuta di famiglia. Una villa che sembra sospesa nel tempo, come i suoi abitanti: l’eccentrica famiglia Catton, capitanata dalla talentuosa Rosamund Pike nel ruolo della madre. Fennell mette in scena un racconto a tratti disturbante, con un’ottima fotografia e un’indimenticabile colonna sonora.

Commento a cura di Ylenia Verdone – Leggi qui la recensione di Saltburn!

42. Adagio (Stefano Sollima – Italia)

Piefrancesco Favino (Cammello) in una scena del film Adagio

Nel 64 d.C Nerone diede fuoco a Roma. Due millenni dopo, la città eterna brucia nuovamente lungo i suoi confini, isolandosi dal resto del mondo. Il blackout generale incombe e tra le tenebre del degrado capitolino, la criminalità muove i suoi passi, come fauna notturna. Adagio è il nuovo film di Stefano Sollima che, dopo ACAB e Suburra, chiude la Trilogia (informale) della Roma Criminale. Anche questa volta spicca il nome di Pierfrancesco Favino accompagnato da Valerio Mastandrea e Toni Servillo, in un film distopico pre-apocalittico che pone l’accento sul rapporto padre-figlio, in cui sono proprio i figli a rappresentare una possibile salvezza.

Commento a cura di Samuele Lupi – Leggi qui la recensione di Adagio!

41. Pacifiction (Albert Serra – Spagna)

Benoît Magimel nel poster del film Pacifiction

Sembra passato un secolo dalla prima visione di Pacifiction – titolo che da solo dice già tutto – in quel di Cannes 75. In quella prima visione arrivava ostico, anche antipatico, come il cinema di Albert Serra sta a molti. Però poi il film arriva in Italia con un anno di ritardo e se ci si guarda intorno è uno dei migliori dell’annata. Il magnifico Benoît Magimel è qui protagonista di un mondo dell’altro mondo: Alto Commissario nella Polinesia Francese, ultimo rimasuglio degli imperi colonialisti, perennemente ubriaco fra camicie hawaiaane, fotografia da cartolina patinata, ombrellini di carta, inquietanti figuri e test nucleari sommersi.

Commento a cura di Carlo Giuliano

40. Speak No Evil (Christian Tafdrup – Danimarca)

I protagonisti di Speak No Evil nel poster del film

Cosa succede quando noi borghesi – classe a cui volenti o nolenti la maggior parte di noi appartiene – incontriamo quello scoglio perbenista del sollevare perplessità o delle apparenze da mantenere? A rispondere a questo quesito, portandolo ad estreme conseguenze, arrivano con glaciale cattiveria Christian Tafdrup e il suo Speak No Evil. Uno slow burn su una coppia che va ospite da persone conosciute in vacanza in Italia. Sui titoli di coda, momento in cui chiunque abbia guardato Speak No Evil finisce per accendersi una sigaretta abbandonando lo sguardo al vuoto, emerge l’unico vero dubbio: e se stessimo sbagliando tutto nelle nostre esistenze?

Commento a cura di Giacomo Sambella Lenzi

39. Past Lives (Celine Song – Stati Uniti)

Greta Lee e Teo Yoo in una scena del film Past Lives

Quando un film rappresenta perfettamente la vita del suo creatore, fa sempre centro. Past Lives è il debutto alla regia di Celine Song, artista nata in Sud Corea, naturalizzata canadese e residente negli Stati Uniti, che si è dimostrata in grado di fondere in modo delicato ma interessante il cinema orientale con quello occidentale attraverso l’ambientazione, ma soprattutto raccontando tutti e tre i punti di vista del trio di protagonisti: Nora, Hae Sung, e Artù. Il raffinatissimo evolversi di una relazione di perdita e ritrovamento, nata in un luogo geografico diverso da quello in cui poi prende la sua forma definitiva.

Commento a cura di Rebecca Sofia Lo Giudice – Leggi qui la recensione di Past Lives!

38. Asteroid City (Wes Anderson – Stati Uniti)

Il cast di Asteroid City nel poster del film

Come può, un autore, ridare vita all’arte di raccontare in un mondo in cui la narrabilità non rispetta più alcun criterio qualitativo o di senso? Dilata lo spazio della narrazione calcando la traccia delle sue strutture. Questo fa Wes Anderson con Asteroid City, presentato in anteprima a Cannes 76. I suoi consueti attori feticci raccontano una storia nella storia nella storia. L’ambientazione è un’area deserta in cui i giovani scienziati celebrano il Giorno dell’Asteroide; in realtà è il copione di uno spettacolo teatrale; mentre a sua volta un Bryan Cranston in bianco e nero parla in TV della sua realizzazione. Il metatestuale all’ennesima potenza.

Commento a cura di Noemi Iacoponi – Leggi qui la recensione di Asteroid City!

37. Terrifier 2 (Damien Leone – Stati Uniti)

David Howard Thornton è Art il Clown in una scena del film Terrifier 2

In questa classifica ci possono essere film migliori, ma non sappiamo quanti titoli possano definirsi degli instant-classic com’è a tutti gli effetti Terrifier 2. Con il primo capitolo Damien Leone aveva realizzato una dichiarazione d’intenti ricca di buoni spunti. Ma è con il secondo, costato solo 250 mila dollari raccolti tramite crowdfunding, che prende l’asticella degli slasher e la setta a uno standard diverso. Terrifier 2 trabocca di idee, di amore per il genere e di tracotante follia. Senza paura alcuna rimodella, valkirizzandola, la figura della final girl e soprattutto spinge ancora oltre Art il Clown, portandolo senza timor di paragone nell’olimpo dei grandi killer cinematografici.

Commento a cura di Giacomo Sambella Lenzi – Scopri di più sul nuovo capitolo di Terrifier!

36. La cospirazione del Cairo (Tarik Saleh – Svezia)

Jalal Altawil in una scena del film La cospirazione del Cairo

Laddove trovate scritto Svezia, dovete leggere in realtà l’itinerario di un cinema di ferrea denuncia, quello di Tarik Saleh, che l’ha reso un impresentabile in Egitto. Perché è proprio l’Egitto del post Mubarak, dedalo di intrighi politici e lotte di potere, che La cospirazione del Cairo racconta. Il Cairo, Al-Azhar, principale centro religioso dell’Islam. L’Imam muore e la lotta di successione inizia, in cui si inseriscono i servizi segreti così da eleggere qualcuno fedele ad al-Sisi e non ai Fratelli Musulmani. C’è la lotta secolare fra potere religioso e temporale, ma anche un grande film di spionaggio con un magnifico Fares Fares nei panni del Colonnello Ibrahim.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione de La cospirazione del Cairo!

35. Marcel the Shell (Dean Fleischer Camp – Stati Uniti)

Marcel the Shell in una scena del film

Marcel The Shell è un mockumentary, una vicenda autobiografica, una serie di corti su Youtube. Ma anche un film d’animazione candidato agli Oscar, una conchiglia con un occhio di vetro e le scarpe e soprattutto un’appassionata Odissea alla ricerca della propria famiglia. Dean Fleischer Camp e Jenny Slate sono i realizzatori del film e Dean è anche il protagonista che arriva come inquilino nella casa occupata da Marcel e sua nonna Connie. Il regista inizierà a riprendere la quotidianità della piccola conchiglia e a caricarne gli spezzoni sul web regalandoci una lezione di gentilezza, genuinità, lentezza e buoni sentimenti.

Commento a cura di Noemi Iacoponi – Leggi qui la recensione di Marcel the Shell!

34. John Wick 4 (Chad Stahelski – Stati Uniti)

Keanu Reeves in una scena del film John Wick 4

Chiunque di voi storcerà il naso al pensiero di almeno un film che sarebbe potuto finire in una TOP 50 annuale al posto di John Wick 4. O forse, invece, potrete capire l’importanza – laddove il cinema action rappresenta una grossa percentuale del cinema hollywoodiano, e quindi una ancor più grossa percentuale del cinema che arriva nelle nostre sale e sposta le masse – di elargire i dovuti riconoscimenti a un action puro, intelligente e fra gli ultimi a portare avanti una vecchia idea di maestranze e uso dello stuntman. Quel film è John Wick 4, il più alto incasso della saga e paradossalmente – ma forse le due cose sono collegate – quello col copione più stringato. Chad Stahleski sfrutta la sua esperienza di ex stuntman per restituire un po’ alla sua categoria, che ora spinge affinché venga inserita agli Oscar.

Commento a cura di Emma Boccardo – Leggi qui la recensione di John Wick 4!

33. Holy Spider (Ali Abbasi – Danimarca)

La locandina del film Holy Spider

Non dirigiamo quasi mai il nostro incantato sguardo cinefilo verso il Medio Oriente. Sarà per una tipica supponenza occidentale o per un malcelato cripto-razzismo nei confronti del mondo arabo, ma sul cinema di quella regione aleggia sempre una densa coltre d’indifferenza. Eppure vari paesi come l’Iran – ma anche l’Egitto o la Turchia – sfornano grandi autori e grandi film ogni anno. Come ad esempio questo Holy Spider, solo nominalmente (per non dire politicamente) una produzione danese. Ali Abbasi, ispirandosi alla storia vera del serial killer di Mashhad, dirige un thriller tesissimo dove nel finale esplode tutta l’esigenza di denuncia politica e sociale del suo autore. 

Commento a cura di Giacomo Sambella Lenzi – Scopri di più sul cinema di Ali Abbasi!

32. As bestas (Rodrigo Sorogoyen – Spagna)

La locandina del film As bestas

Presentato alla 75esima edizione del Festival di Cannes e vincitore di ben nove premi Goya, tra cui Miglior Film, As bestas è un brillante e feroce thriller psicologico diretto da Rodrigo Sorogoyen. Ambientata nella campagna galiziana, la pellicola tesse e sviluppa in un climax di ostilità e tensione la faida tra due famiglie vicine di casa: una coppia francese trasferitasi in Spagna per dedicarsi all’agricoltura sostenibile e due fratelli xenofobi favorevoli all’installazione di pale eoliche sul territorio per arricchire il proprio tornaconto. Un sottilissimo fil rouge che separa la cultura e l’ignoranza, la tolleranza e l’odio, gli uomini e le “bestie”.

Commento a cura di Daniele Tuccillo – Leggi qui la recensione di As bestas!

31. The Caine Mutiny Court-Martial (William Friedkin – Stati Uniti)

Lance Reddick e Kiefer Sutherland in una scena del film The Caine Mutiny Court-Martial

Marina USA. Il Secondo del Caine si macchia del peggiore dei crimini conosciuti: ammutinamento al suo Capitano. Tutto il film sarà il processo davanti alla Corte Marziale, presieduta dallo scomparso Lance Reddick. Intepretazioni tagliate con l’accetta, più una puntata di JAG che un film, ma soprattutto retoriche irricevibili sul diritto alla difesa, come nelle aule di tribunale così in Iraq, contro i presunti terroristi. Il film postumo di William Friedkin è repubblicano da far schifo. Eppure ci ricorda che il grande cinema resta grande anche e soprattutto se riesce a catturarci nonostante l’incolmabile abisso ideologico. Una sceneggiatura millimetrica da un gigante del cinema.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di The Caine Mutiny Court-Martial!

30. Sick of Myself (Kristoffer Borgli – Norvegia)

Kristine Kujath Thorp in una scena del film Sick of Myself

Presentata a Cannes 75, Sick of Myself è stata definita l’anti-commedia romantica. Potente opera prima di Kristoffer Borgli, è una spietata satira sulla società contemporanea e sulla smania di apparire, a qualsiasi costo. Giovani e belli, Signe e Thomas (Kristine Kujath Thorp e Anders Danielsen Lie) sono una coppia di Oslo. Un giorno la fortuna gira dalla parte di Thomas, che acquista un’improvvisa notorietà come scultore. Signe, gelosa, escogita un piano per spostare su di lei l’attenzione. Una battaglia che si gioca sul campo dell’egoismo, tra deturpazioni fisiche al limite del body horror.

Commento a cura di Ylenia Verdone – Leggi qui la recensione di Sick of Myself!

29. Il male non esiste (Ryūsuke Hamaguchi – Giappone)

Ryo Nishikawa in una scena del film Il male non esiste

Presentato in anteprima all’80esima edizione del Festival di Venezia, Il male non esiste è diretto dal maestro giapponese Ryūsuke Hamaguchi – già regista del Premio Oscar Drive My Car – e ha come protagonisti Hitoshi Omika, Ryō Nishikawa, Ryūji Kosaka e Ayaka Shibutani. Una narrazione lenta per un film che intende raccontare la spietata quotidianità di un piccolo villaggio giapponese immerso nella natura, il cui equilibrio sta per essere disturbato da un’impresa che intende costruire un glamping. Il moderno che si confronta con la tradizione, una regia studiata nei minimi dettagli e lo spettatore che non sa che parti prendere. Hamaguchi segue fedelmente il suo stile.

Commento a cura di Brando Carasso – Leggi qui la recensione de Il male non esiste!

28. Beau ha paura (Ari Aster – Stati Uniti)

Joaquin Phoenix in una scena del film Beau ha paura

Quanto può essere stratificata e priva di orizzonti una visione? La risposta che Beau ha paura dà è: più di quanto ci si immagini. La vertigine speculativa del film è spiazzante, a volte respingente, ma insieme la sua stessa ragion d’essere. Una discesa negli inferi immaginativi del regista Ari Aster non per tutti, ma che ognuno dovrebbe comunque esperire. Un’opera terza, per il regista di Hereditary e Midsommar, già assurto ad autore non ultimo persino da Scorsese, tanto complessa quanto traboccante di libertà e anarchia. Vi ritroverete davanti della creta a cui starà a voi dare forma.

Commento a cura di Riccardo Dellai – Leggi qui la recensione di Beau ha paura!

27. The Old Oak (Ken Loach – Regno Unito)

Dave Turner in una scena del film The Old Oak

Ken Loach ha quasi novant’anni ma realizza un film in cui ricorda, soprattutto alle nuove generazioni, di sperare in un mondo migliore. The Old Oak è il pub di TJ, protagonista del film, ed è anche l’unico spazio di socialità rimasto a un’ex comunità mineraria dell’Inghilterra del Nord. All’imperativo della rivendicazione degli abitanti si contrappone il desiderio di tensione verso l’altro, impersonato da Layla e la sua gente in fuga dalla Siria. In concorso a Cannes per la Palma d’Oro, The Old Oak è il disperato “cosa è andato storto?” di Loach, che lascia in eredità un invito alla ricostruzione sociale.

Commento a cura di Noemi Iacoponi – Leggi qui la recensione di The Old Oak!

26. Pearl (Ti West – Stati Uniti)

Mia Goth nel poster del film Pearl

Ero affascinato, poi disturbato, poi talmente tanto turbato che ho avuto difficoltà ad addormentarmi. Ma non potevo smettere di guardare”. Così Martin Scorsese dopo aver visto Pearl, pellicola horror prodotta dalla A24. Prequel di X: A Sexy Horror Story, Pearl è il secondo capitolo della trilogia X diretta da Ti West che si concluderà nel 2024 con MaXXXine. Il film di West omaggia il cinema classico hollywoodiano e in particolare l’estetica de Il mago di Oz. Straordinaria Mia Goth nei panni della folle assassina Pearl, ragazza di campagna che sogna di mollare tutto per diventare una grande star del cinema. 

Commento a cura di Daniele Tuccillo – Scopri di più sulla trilogia di Ti West!

25. Barbie (Greta Gerwig – Stati Uniti)

Ryan Gosling (Ken) e Margot Robbie (Barbie) in una scena del film Barbie

Barbie, diretto da Greta Gerwig e scritto dalla stessa insieme a Noah Baumbach, è il film evento del 2023. Margot Robbie e Ryan Gosling sono Barbie e Ken, la coppia perfetta in un mondo perfetto. Ma cosa succede quando Barbie decide di andare nel mondo reale? Il film è una satira brillante e provocatoria della nostra società, che ci impone di adeguarci ai suoi modelli. Un film che suscita ilarità, riflessione e anche indignazione, perché ci mostra come la società ci renda schiavi che, pur consapevoli, finiscono anche per esserne felici.

Commento a cura di Marco Ascione – Leggi qui la recensione di Barbie!

24. Foglie al vento (Aki Kaurismäki – Finlandia)

Alma Pöysti e Jussi Vatanen in una scena del film Foglie al vento

Sapete, quando delle piccole perle, si dice nascondano in realtà il miglior film dell’anno? Ogni anno si dice di una perla diversa. Nel 2023, è la volta di Foglie al vento del finlandese Aki Kaurismäki, che rende tetralogia la sua ben nota Trilogia dei Perdenti. Protagonisti Ansa e Holappa, una commessa e un alcolista di Helsinki che si piacciono ma non sanno come parlarsi. Così vanno al cinema, a vedere un film sugli zombie, mentre fuori, in lontananza ma neanche troppo, imperversa la guerra fra Russia e Ucraina. Un film sull’amore e l’incomunicabilità, di un intelligenza troppo sottile per il nostro tempo.

Commento a cura di Carlo Giuliano – Leggi qui la recensione di Foglie al vento!

23. Il sol dell’avvenire (Nanni Moretti – Italia)

Nanni Moretti in una scena del film Il sol dell'avvenire

Il sol dell’avvenire è il film con cui Nanni Moretti torna un po’ a essere Nanni Moretti: torna al cinema, torna alla politica, alla disfatta e al disfattista per eccellenza, il suo alter-ego Michele. Disfattismo che la vecchiaia può aver smussato, come acuito. Protagonista è Giovanni (Moretti), un regista che vuole portare a termine un suo film sul Partito Comunista Italiano ma si trova a dover affrontare problemi economici e personali – con la moglie Paola (Margherita Buy), lei produttrice cinematografica – per portare a termine il progetto. In questo film c’è lo scontro di Moretti e della sua idea di cinema con quella del pubblico odierno: violenza, piattaforme streaming e via dicendo. C’è il vecchio mondo che deve fare i conti con il nuovo.

Commento a cura di Cristian Semeraro – Leggi qui la recensione de Il sol dell’avvenire!

22. Nimona (Nick Bruno e Troy Quane – Stati Uniti)

Una scena del film Nimona

Nimona è un film senza paura. Al loro secondo film insieme, Quane e Bruno hanno diretto una perla inaspettata, raffinata e politica. Il medioevo si fonde con la fantascienza per creare un mondo simile al nostro, con una buona dose di classismo, razzismo e omofobia. I protagonisti sono Ballister, il primo cavaliere di estrazione povera, e Nimona, un essere immortale e mutaforma. La sua storia si intreccia con quella di Bal e di tutto il regno. Si deve scontrare con l’odio e la corruzione, ma alla fine riuscirà a capirsi più a fondo. Ma riusciranno anche gli altri?

Commento a cura di Jacopo Daniele Cutri – Leggi qui la recensione di Nimona!

21. L’ultima notte di Amore (Andrea Di Stefano – Italia)

Pierfrancesco Favino in una scena del film L'ultima notte di Amore

Non poteva esserci l’apostrofo – è L’ultima notte, non d’amore ma di Amore. Non c’è niente di romantico nelle ultime ore di “onorata carriera” di Franco Amore. “Termino oggi trentacinque anni di servizio nella Polizia di Stato”. Per tutta la vita “un pesciolone” per la moglie, la splendida Linda Caridi, Franco ha sempre avuto l’ambizione di essere quello che in servizio non avrebbe sparato. Attraverso Pierfrancesco Favino e una Milano notturna che non perdona, Andrea Di Stefano ha raccontato la frustrazione inesplorata di chi ha dato la vita allo Stato e si trova a dover cercare altrove il minimo per tirare avanti.

Commento a cura di Micaela Di Nicola – Leggi qui la recensione de L’ultima notte di Amore!

20. The First Slam Dunk (Takehiko Inoue – Giappone)

La locandina del film The First Slam Dunk

Stiamo parlando del miglior anime dell’anno, che ha vinto ai Japan Academy Awards come Miglior Film d’Animazione. Il lavoro di Takehiko Inoue non solo è eccellente, ma rivoluzionario anche da un punto di vista tecnico. Inoltre, a rendere interessante la storia anche ai conoscitori del manga e della serie anime, Inoue sposta l’attenzione su un personaggio meno approfondito nei precedenti prodotti: Ryota Miyagi, il playmaker dello Shohoku. Il film è una partita intervallata da flashback che ci fanno conoscere i personaggi, tutti provenienti da situazioni di disagio familiare e sociale, e che trovano nel basket il loro scopo di vita.

Commento a cura di Jacopo Daniele Cutri – Leggi qui la recensione di The First Slam Dunk!

19. Godzilla Minus One (Takashi Yamazaki – Giappone)

Una scena del film Godzilla Minus One

Può un film sul kaiju più famoso della storia rientrare nella classifica dei migliori film dell’anno? Se quel film è Godzilla Minus One certamente sì e anzi, per il tipo di operazione, in mezzo alla miriade di blockbuster, merita ancor di più un posto d’onore. Costato appena 15 milioni di dollari, l’omaggio alla primordiale pellicola del ‘54 ripercorre lo stupore e l’intrattenimento iniziato da Ishiro Honda conferendo la drammaticità e l’attenta rilettura da parte di Takashi Yamazaki. L’idea della guerra, l’ossessione per l’onore e gli strascichi di conflitti indelebili continuano a rivivere dolorosamente con i raggi atomici di una creatura ormai mitologica.

Commento a cura di Andrea Diamante – Scopri di più su Godzilla Minus One!

18. Dream Scenario (Kristoffer Borgli – Stati Uniti)

Nicolas Cage in una scena del film Dream Scenario

Un incubo insieme terrificante ed esilarante, quello prospettato in Dream Scenario. Con un Nicolas Cage in ottima forma, in un ruolo che ben si adatta alle sue leggendarie stranezze, il terzo film di Kristoffer Borgli (reduce dall’acclamatissimo Sick of Myself) mette in scena il grande dramma contemporaneo della popolarità. La vitalità, i social e la visibilità, più o meno voluti, divengono nuclei concettuali su cui ruota l’intero film. Con una solida sceneggiatura e interessanti scelte stilistiche, Dream Scenario è il sogno proibito di ognuno di noi. I nostri eterei e inestimabili 10 secondi di popolarità.

Commento a cura di Riccardo Dellai – Leggi qui la recensione di Dream Scenario!

17. The Killer (David Fincher – Stati Uniti)

Michael Fassbender nel poster del film The Killer

Michael Fassbender torna protagonista per The Killer di David Fincher. Un film che riflette al millimetro lo spirito cinico e glaciale dell’assassino senza nome di cui segue le mosse, ma che tradirà le aspettative di chi già pregustava un secondo Fight Club. Un sicario professionista ci illustra i rituali e le abitudini che gli garantiscono uno spietato ed efficiente successo. Il che ci riporta un po’ al maniacale e metodico Patrick Bateman, beauty routine a parte. L’infallibile killer però sbaglia, scatenando un effetto domino che sconvolgerà la sua ripetitiva quotidianità, costringendolo ad abbandonare il piano prestabilito.

Commento a cura di Emma Boccardo – Leggi qui la recensione di The Killer!

16. Io capitano (Matteo Garrone – Italia)

Seydou Sarr in una scena del film Io capitano

Omero scrisse il più grande poema epico della storia, L’Odissea. Con Io Capitano, Matteo Garrone – oltre a vincere il Leone d’argento – racconta il viaggio di un altro eroe. Questa volta non si tratta di un viaggio di ritorno, ma di sola andata. Seydou e Moussa sono due sedicenni senegalesi, che decidono di compiere il grande viaggio. Tortuosa e disperata, la strada verso e poi attraverso il Mediterraneo presenta numerose ostilità, circoscritte all’interno di capitoli ben distinti tra loro, in cui – in modo ottimista e fiabesco – il protagonista riesce sempre a cavarsela. Recitando nell’idioma locale, Seydou conquista il premio Marcello Mastroianni.

Commento a cura di Samuele Lupi – Leggi qui la recensione di Io capitano!

15. The Creator (Gareth Edwards – Stati Uniti)

Il poster del film The Creator

The Creator è la nuova impresa sci-fi di Gareth Edwards dopo il lavoro – forse unico davvero acclamato – su Rogue One: A Star Wars Story. Sfumature di film sulla Guerra del Vietnam, da Apocalypse Now a tutti gli altri, in questa storia di conflitto futuristico fra le IA e il genere umano. John David Washington nei panni del protagonista Joshua, un agente speciale che deve trovare Nirmata, l’architetto che si cela dietro i progressi della IA. Un film non privo di imperfezioni, ma che con forza ha provato a offrire una lore e un worldbuilding estremamente stratificati e seducenti in un restante panorama generale, quello dello sci-fi e delle grandi saghe, che sembra mancare di nuove IP da un po’ ormai. Siano allora queste IA mai così umanizzate, le nuove IP del domani.

Commento a cura di Cristian Semeraro – Leggi qui la recensione di The Creator!

14. Talk to Me (Danny & Michael Philippou – Australia)

Sophie Wilde in una scena del film Talk to Me

Talk to Me è un horror soprannaturale dei gemelli Danny e Michael Philippou, famosi per il canale YouTube RackaRacka. Una storia di adolescenti che evocano i morti stringendo una mano imbalsamata. Una critica al mondo dei social, che rende i ragazzi soli e avidi di emozioni, e mostra come il dolore possa portare una persona a distruggere se stessa e chi le vuole bene. Oltre a questo, come spesso quel genere vitale per l’industria che è l’horror riesce a fare, un incasso di oltre 90 milioni di dollari a fronte di 4,5 di produzione. Talk to Me, l’unico dal continente australiano, non poteva mancare nella nostra classifica proprio per questi motivi.

Commento a cura di Marco Ascione – Leggi qui la recensione di Talk to Me!

13. Close (Lukas Dhont – Belgio)

Eden Dambrine nel poster del film Close

Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 75° Festival di Cannes, Close è un viaggio tra due mondi: quello dell’infanzia e quello dell’adolescenza. I viaggiatori, Léo e Rémi, sono due bambini di tredici anni. La loro amicizia sembra essere così forte da non aver bisogno di troppe parole, ma al contempo così fragile se considerata “troppo intima” dai coetanei. Ecco quindi che Close ci svela una verità scomoda, ci ricorda l’importanza e il peso che ha su di noi lo sguardo altrui. Lukas Dhont, a quattro anni dal suo primo film, torna insomma a esplorare con delicatezza la complessità dell’adolescenza e dell’ipocrisia sociale con una sobrietà disarmante.

Commento a cura di Marcello Stefano Becca – Leggi qui la recensione di Close!

12. Dogman (Luc Besson – Francia)

Caleb Landry Jones in una scena del film Dogman

Dogman di Luc Besson è un dramma che ruota attorno alla figura di Doug, interpretato da Caleb Landry Jones. Paraplegico a seguito di un incidente e con un’infanzia carica di traumi, Doug vive in compagnia di un branco di cani, gli unici nei quali l’uomo riconosce una famiglia. Rimembranze di un Joker ma anche di molto altro in un film che si interroga su ciò che ci rende umani attraverso il rapporto cane-uomo. La linea che separa le due razze si assottiglia attraverso gli animali che, insieme a Doug, diventano protagonisti che si raccontano attraverso il silenzio dei loro sguardi.

Commento a cura di Alessandro Butera – Leggi qui la recensione di Dogman!

11. Aftersun (Charlotte Wells – Regno Unito)

Frankie Corio e Paul Mescal in una scena del film Aftersun

Opera prima di Charlotte Welles, Aftersun ha come protagonisti Paul Mescal e Frankie Corio. Film malinconico in found footage, figlio del proprio tempo, connubio di meta-testualità e grammatiche cinematografiche rivisitate dal giovane occhio della regista, Aftersun racconta del complicato rapporto tra Calum e Sophie, rispettivamente padre e figlia. I due sono in villeggiatura in Turchia dove la piccola riprende tutto con la sua telecamera a mano. Questo capolavoro moderno di sensibilità e nostalgia canaglia è stato presentato al 75esimo Festival di Cannes, ha ricevuto la nomination all’Oscar per il miglior attore e in Italia è disponibile su MUBI.

Commento a cura di Brando Carasso – Leggi qui la recensione di Aftersun!

10. C’è ancora domani (Paola Cortellesi – Italia)

Paola Cortellesi in una scena del film C'è ancora domani

Senz’altro non servirà ricordare il successo di un film che non solo è stato capace di portare temi importanti nel grande pubblico, ma di superare ogni altro film hollywoodiano (Barbie compreso) uscito nel 2023 in Italia. Ecco, l’esordio alla regia di Paola Cortellesi si merita tutto quel successo. Il suo dolce bianco e nero, i suoi personaggi così dolorosamente reali, e il suo modo semplice e diretto per raccontarti una storia. La storia non solo di Delia, ma di una generazione di donne che ha dovuto subire e combattere, continuando a cantare, anche con la bocca chiusa. Non c’è violenza che regga davanti a un’opera simile, ma solo speranza e amore. Il cinema di massa che torna a parlare alla massa.

Commento a cura di Jacopo Daniele Cutri – Leggi qui la recensione di C’è ancora domani!

9. Decision to Leave (Park Chan-wook – Corea del Sud)

Tang Wei in una scena del film Decision to Leave

Scaliamo la TOP 10 con un gioiello che per presentazione e successiva distribuzione rientra sia nel meglio del 2022, sia di questo ricchissimo 2023. Decision to Leave è l’ennesima dimostrazione, non che ce ne fosse bisogno, della maestria di Park Chan-wook che, come un prestigiatore, nasconde gli indizi di un’indagine e mostra la nascita di una passione conflittuale. Park Hae-il e Tang Wei, magnetici nei gesti e negli sguardi, sono i tasselli di un mosaico prestabilito sorretto dal montaggio maniacale e arricchito dalle meticolose scenografie. Un melodramma prelevato dal passato per l’eleganza del racconto, ma moderno per il fascino della forma.

Commento a cura di Andrea Diamante – Scopri di più su Decision to Leave!

8. Anatomia di una caduta (Justine Triet – Francia)

Samuel Theis e Sandra Hüller in una scena del film Anatomia di una caduta

Anatomia di una caduta è probabilmente una delle migliori sorprese dell’anno, e considerando la Palma d’oro a Cannes, non c’è nemmeno da stupirsi. Un thriller costruito in maniera così precisa, sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista attoriale, che lo spettatore diventa giudice primo del processo in atto. È la caduta di un uomo (giù dal balcone), del matrimonio tra due artisti che si sono amati, ma anche delle certezze di un figlio che inizia a dubitare della madre, prima e un’unica sospettata. Justine Triet è netta nella direzione, ma generosa nell’emotività. C’è amore e c’è rabbia.

Commento a cura di Rebecca Sofia Lo Giudice – Leggi qui la recensione di Anatomia di una caduta!

7. The Whale (Darren Aronofsky – Stati Uniti)

Brendan Fraser in una scena del film The Whale

A cinque anni di distanza dal suo ultimo film, Darren Aronofsky torna in trionfo con The Whale, adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale di Samuel D. Hunter, prodotto dalla A24 e con protagonista un Brendan Fraser da premio Oscar. Un dramma soffocante e claustrofobico sul senso di colpa, guidato dalla ricerca disperata del perdono o, almeno, dell’espiazione per il male inflitto. L’anima teatrale della pellicola è indiscutibile, Aronofsky gioca tutto il suo contributo originale su una fotografia commovente e un obiettivo fisso sulle microespressioni di ogni personaggio, un focus invadente e ossessivo pronto a cogliere ogni stilla di umanità sul volto dei protagonisti.

Commento a cura di Alessandra De Varti – Leggi qui la recensione di The Whale!

6. La Chimera (Alice Rohrwacher – Italia)

Il poster del film La Chimera

Tuscia anni ‘80, l’archeologo Arthur possiede un dono: percepire il vuoto. L’uomo mette questa abilità al servizio di un gruppo di tombaroli, dando inizio alla ricerca de La Chimera. Chiudendo la trilogia ideale iniziata con Le meraviglie e portata avanti con Lazzaro felice, Alice Rohrwacher disegna ancora una volta un mondo bucolico, questa volta imbrigliato nell’antica cultura etrusca. La natura, stuprata da giganti di cemento e acciaio, descrive la storia di Arthur, una storia fatta di due piani: il sopra e il sotto, di vita e morte, due mondi paralleli collegati tra di loro da un sottile filo rosso.

Commento a cura di Alessandro Butera – Leggi qui la recensione de La Chimera!

5. Babylon (Damien Chazelle – Stati Uniti)

Li Jun Li, Diego Calva, Margot Robbie, Brad Pitt, Jean Smart e Jovan Adepo nel poster del film Babylon

Snobbato agli Oscar, derubato della Miglior Colonna Sonora, tentiamo di ridargli il riconoscimento che gli spetta. Whiplash, La La Land e Babylon potrebbero essere una trilogia dell’ambizione, o dell’ossessione. Inferno, purgatorio e ancora inferno. Babylon una trilogia dantesca. Inferno – “Quando arrivai a Los Angeles c’era scritto sulle porte ‘Vietato l’ingresso a cani e attori’”. Purgatorio – i primi divi hollywoodiani, le prime grandi produzioni, la critica cinematografica, nani, elefanti, droga, sesso, lotte coi serpenti e… ancora inferno. Caronte (Tobey Maguire) con il cerone alle porte, l’arrivo del sonoro e quel finale di troppo che puoi spiegare solo come “l’atto di soddisfazione finale di Chazelle“, per dirla in modo elegante.

Commento a cura di Micaela Di Nicola – Leggi qui la recensione di Babylon!

4. Oppenheimer (Christopher Nolan – Stati Uniti)

Cillian Murphy (Rbert J. Oppenheimer) in una scena del film Oppenheimer

Con Oppenheimer, Christopher Nolan si riscatta dal deludente Tenet e ci offre una pellicola di altissimo livello. Il film non si limita a ripercorrere gli eventi che hanno portato alla creazione della bomba atomica, ma lancia una riflessione sul ruolo della scienza e della responsabilità etica. Temi che purtroppo, nonostante ciò che abbiamo vissuto, sono più attuali che mai. Il cast è eccezionale, in particolar modo Cillian Murphy, Emily Blunt e Robert Downey J. in quella che probabilmente è la migliore interpretazione della sua carriera. Oppenheimer è un film che segna una svolta decisiva nella filmografia di Nolan.

Commento a cura di Pietro Fortuna – Leggi qui la recensione di Oppenheimer!

3. Spider-Man: Across the Spider-Verse (Dos Santos, Powers e Thompson – Stati Uniti)

Miles Morales in una scena del film Spider-Man: Across the Spider-Verse

Avete presente quando si dice che i sequel non sono mai belli quanto i film originali? Ecco, dimenticate tutto. Spider-Man: Across the Spider-Verse non solo regge il confronto con il primo capitolo, ma supera addirittura ogni aspettativa. Al centro della storia Miles Morales, alle prese con adolescenza e pericolosi supercriminali provenienti da universi lontani dal suo. In un tornado di colori, musica ed emozioni, il film Sony compie una vera e propria magia: reinventa il concetto del “multiverso”, ormai visto e rivisto, sfruttando le infinite potenzialità dell’animazione. Una qualità artistica così alta che rende Across the Spider-Verse una piccola meraviglia.

Commento a cura di Marcello Stefano Becca – Leggi qui la recensione di Spider-Man: Across the Spider-Verse!

2. Killers of the Flower Moon (Martin Scorsese – Stati Uniti)

Lily Gladstone e Leonardo DiCaprio in una scena del film Killers of the Flower Moon

Primi decenni del XX secolo. I nativi americani della tribù Osage vivono agiatamente grazie ai giacimenti di petrolio scoperti nel loro territorio. Il ricco William Hale (De Niro), sfruttando il matrimonio del suo inetto nipote Ernest (DiCaprio) con la nativa Molly (Lily Gladstone), intende impossessarsi dell’immensa quantità di oro nero in possesso della famiglia della giovane. Per farlo, sostenuto dalla comunità bianca, inizia lo sterminio sistematico della tribù nativa. Martin Scorsese ci regala una potentissima e magniloquente epopea di una vicenda (volutamente) dimenticata dalla storia statunitense. Forse il suo più politico. E a chi lamenta lentezza e assenza di colpi di scena: perché, i genocidi ce l’hanno?

Commento a cura di Francesco Diozzi – Leggi qui la recensione di Killers of the Flower Moon!

1. Gli spiriti dell’isola (Martin McDonagh – Irlanda)

Colin Farrell e Brendan Gleeson nel poster del film Gli spiriti dell'isola

Ed eccoci giunti alla cima della nostra classifica. Sul gradino più alto del podio troviamo Gli spiriti dell’isola, il capolavoro di Martin McDonagh che mescola tragedia greca e sinfonia esistenziale. Il regista britannico-irlandese racconta l’irrazionalità della guerra civile attraverso la rottura di un’amicizia secolare tra due isolani: Colin Farrell e Brendan Gleeson. Opere che riescono a bilanciare dramma e commedia con questa maestria sono così rare che si potrebbero contare sulle dita d’una mano. La pellicola riesce alla perfezione a mostrare le cicatrici della guerra solo con l’uso di due uomini, diversi, ma legati. Il vero film perfetto di quest’anno.

Commento a cura di Pietro Fortuna – Leggi qui la recensione de Gli spiriti dell’isola!

Ora lo chiediamo a voi: quali sono i migliori film del 2023? Tranquilli, potete fermarvi ai primi dieci!

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