La Cospirazione del Cairo, recensione: potere temporale e religioso

Direttamente dal Festival di Cannes 2022, dove ha vinto il premio alla Miglior Sceneggiatura. Dopo un anno, imperdonabile intero anno, arriva finalmente in sala La cospirazione del Cairo. Il nuovo film di Tarik Saleh è pura lotta secolare fra potere temporale e religioso.
La Cospirazione del Cairo, la recensione: eterna lotta tra politica e religione

In competizione nientemeno che alla 75esima edizione del Festival di Cannes, il nuovo film di Tarik Saleh è uno di quei gioiellini di cinema arabo che potevano passare “inosservati” alle distribuzioni nostrane. E infatti ci è voluto quasi un anno, nonostante il premio assegnato dalla giuria, per vederlo nei nostri cinema. Ma Saleh è un nome che – pur tenendosi ben lontano produttivamente, dai luoghi che sceglie come ambientazioni, nonostante le apparenze – si sta facendo un nome sempre più apprezzato e apprezzabile dall’altra parte del Mediterraneo. Oggi, una volta di più, con La cospirazione del Cairo.

Un film che riprende molti dei temi e stilemi del cinema magrebino e immediatamente vicino – pur con enormi differenze se ci si trovi in Egitto, Libano o altre zone limitrofe – ma è abile e sapiente nel mescolarsi (e quindi, vendersi, non è brutto da dire) al cinema di genere solo apparentemente più occidentale. Una provocazione, appunto: come se il cinema di genere, il noir, lo spionaggio, potesse essere solo occidentale. Ma ci arriviamo. Prima parliamo di cosa parla.

La trama de La Cospirazione del Cairo

Un frame tratto da La Cospirazione del Cairo

Protagonista della vicenda è Adam, interpretato da un formidabile Tawfeek Barhom: in balia, taciturno, occhiaie e costante paura di morire. Tutti sono formidabili, in questo film. Talmente formidabili da far scordare anche al pubblico meno abituato quell’incomunicabilità attoriale di certe scuole geografiche. Il fatto cioè che quelle aree siano ferme (o già avanti) a un tipo di cinema e di taglio interpretativo che difficilmente potremmo comprendere, abituati come siamo ai grandi ruoli hollywoodiani. Non qui: qui la bravura è palpabile, non si può non notare, indipendentemente da qualunque gap culturale.

Dicevamo, protagonista è Adam. Giovane della provincia costiera, membro di un’umile famiglia di pescatori, che all’improvviso abbandona il Mar Rosso e il futuro gramo già scritto, per inseguire la Causa, per inseguire la Fede, per inseguire il Verbo. Ha ottenuto un posto nella prestigiosa Università di al-Azhar, presso Il Cairo. Si tratta del principale centro d’insegnamento dell’Islam (sunnita, specifica doverosa e cruciale) in tutto il mondo.

Peccato che appena arrivato, Adam assiste alla morte dell’Imam – frutto di un complotto, di un intrigo, di un avvelenamento? – e si fa ben presto coinvolgere, suo malgrado, in un duello all’ultimo sangue fatto di intrighi, spie e celle della tortura. Lui è la pedina, ma attraverso la sua Opera può sperare di manovrare tutto il futuro d’Egitto e, per estensione, del mondo Islamico. C’è la storia delle Primavere Arabe e della lotta fra dittatore di turno – nel film, specificatamente, al-Sisi – e la recrudescente forza musulmana.

La lotta secolare tra potere politico e religioso

Fares Fares e Tawfeek Barhom (Colonnello Ibrahim e Adam)

Al centro de La cospirazione del Cairo, per chi si è vissuto anche solo da lontano e ancora giovane le prime pagine dei giornali sulle rivoluzioni magrebine e nello specifico dell’Egitto la caduta di Mubarak, si riconoscerà immediatamente il grande tema che, sopito per decenni (o secoli), è tornato a impensierire quei luoghi. O forse non era mai sopito, stava solo riempiendo la polveriera pronta a esplodere.

E quello scenario è la lotta secolare – ogni continente, ogni conglomerato di Stati ha vissuto la sua a un certo punto, Europa compresa – fra potere temporale e potere religioso. Fra la Spada e la Croce, anche se la metafora è da attribuire a ben altro monoteismo. La morte dell’Imam significa la possibilità, per la crescente forza dei Fratelli Musulmani, di mettere a capo della più alta carica dell’Islam un fondamentalista che abbia la forza per portare avanti le loro battaglie. E dove c’è questa possibilità il potere, quello governativo, presuntamente laico o comunque irriducibilmente convinto di voler mantenere un equilibrio fra le parti, non può permetterlo. 

Quindi ha l’intuizione: mettere a capo, piuttosto, un Imam fantoccio che faccia le veci delle volontà di al-Sisi. E l’ultimo arrivato, il povero Adam, è la chiave di questo successo. Una pedina in balia, ricattata, sempre costretta a fare ciò che l’inquietante Colonnello Ibrahim – l’ancora più formidabile Fares Fares, ricorrente in molti lavori di Saleh – pretenderà da lui. È una Lotta per le Investiture di medioevale 

Cinema politico, cinema di genere

Una delle scene corali in La Cospirazione del Cairo

Quindi magnifici attori sullo sfondo della più secolare delle battaglie, ne La cospirazione del Cairo. Ma una battaglia combattuta da Saleh, questo stupisce più di tutto, a suon di cinema di genere. Si avverte ancora quel neorealismo tutto magrebino che fa del vero – ma anche del politico, la più vera delle realtà – il suo linguaggio primario. Ma lo vena di cinema di spionaggio, di noir ad alta tensione, di quella che qui in occidente, per dirla alla Hollywood, è “una sceneggiatura (proprio) al cardiopalma”. E infatti vince a Cannes. Per fortuna, aggiungeremmo.

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