Fjord è Palma d’Oro (e vi farà simpatizzare per gli ultraconservatori)

Fjord di Cristian Mungiu è riuscito nell’impresa impossibile di farmi parteggiare per gli ultraconservatori cattolici. Una Palma d’Oro sulla “famiglia del bosco” che affronta il paradosso democratico più grande: la libertà di pensiero e come garantirla (a tutti).
Renate Reinsve, Sebastian Stan e il resto del cast di Fjord nella prima immagine del film

Fjord ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 79, facendo così rientrare il romeno Cristian Mungiu nel novero dei pochissimi ad aver ottenuto per ben due volte il riconoscimento cinematografico più prestigioso al mondo, la prima per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni nel 2007. È sicuramente una Palma d’Oro politica, come aveva promesso Park Chan-wook nel suo discorso d’apertura come Presidente di Giuria. Ma a dirla tutta, è anche politicamente ambigua (il che ci piace tantissimo).

Perché come ho ripetuto più volte in questi giorni, prima di sapere che avrebbe vinto la Palma d’Oro, Fjord è un film che mi ha fatto parteggiare per i conservatori. È un po’ come quando dico che se un film riesce a rendermi antisovietico per due ore buone – è il caso di Fatherland, che ha vinto per la Miglior Regia – allora deve essere un gran film. Specularmente, se Cristian Mungiu è riuscito a farmi stare simpatici gli ultracattolici, è già tutto dire.

La famiglia del Fjord

Cristian Mungiu sul set del film Fjord

Negli ultimi giorni, per i corridoi del Festival di Cannes aleggiava una battuta che potevamo capire solo noi italiani, e forse qualche australiano: Fjord è un film sulla famiglia del bosco. Solo che i figli non glieli tolgono per colpa dei funghi velenosi, ma per una pizza sul culo.

Un torvo Sebastian Stan e una Renate Reinsve in sottrazione interpretano una coppia di ultracattolici che si è trasferita tra i fiordi della Norvegia. Lui romeno lei norvegese, proprio come i due attori, devono adattarsi coi loro numerosi figli a una società che ha fatto della laicità, il progressismo e i diritti civili un vanto nel mondo. E per fortuna! Vorremmo tutti trasferisci in Norvegia. Ma non se ogni tanto tiri una pizza sul culo ai tuoi figli per rimproverarli quando fanno una cazzata. In quel caso stattene a casa tua, fidati.

Perché dovete sapere che in Norvegia c’è una legislazione ferrea sugli abusi sui minori – da come la descrive Mungiu sembra quasi una mafia burocratica – che può arrivare a toglierti i figli anche per un contatto minimo. E sarà per quello, sarà perché sono contrari al matrimonio egualitario o perché ai civilissimi norvegesi proprio non vanno giù i tentativi di “evangelizzazione” promossi nel quartiere da questi due bifolchi, che Reinsve e Stan si vedono tolti i figli, neonato compreso, e trasferiti a delle famiglie affidatarie in attesa che un processo accerti responsabilità civili e penali.

Qualunque cosa quei poveri genitori facciano, potrà solo che aggravare la loro posizione. Se insistono per vedere i figli, c’è da preoccuparsi. Se perdono la pazienza è la prova che sono violenti. Non sono semplicemente due genitori in apprensione, che amano i propri figli più di ogni altra cosa. No, loro sono colpevoli. Colpevoli di pensarla come la pensano.

Il paradosso della tolleranza

Tilda Swinton, Renate Reinsve, Cristian Mungiu e Sebastian Stan alla consegna della Palma d'Oro al Festival di Cannes per il film Fjord

Fjord è un film d’impostazione piuttosto classica, da un certo punto in poi diventa un procedural sul pregiudizio che ricorda Anatomia di una caduta, Palma d’Oro di tre anni fa. È ovvio che Mungiu non stia davvero parteggiando per gli ultracattolici, com’è ovvio che ci sia una netta differenza fra impedire a due uomini di sposarsi e impedire a qualcuno di propagandare pubblicamente che due uomini non si dovrebbero sposare – differenza che proprio non va giù ai sostenitori del “non si può più dire niente“. Ciò che Mungiu fa è qualcosa di molto più sottile e complesso: gioca coi grigi, come d’altronde fa a partire dalla palette del suo cinema.

Fjord è innanzitutto un film sulle incomprensioni che nascono dalle differenze: linguistiche, culturali, ideologiche. Forse i figli si sono spiegati male con gli assistenti sociali a causa dei limiti linguistici. Forse quella pizza sul culo che in Norvegia è da condanna penale, qui da noi c’è il detto che ogni tanto è da condanna penale non darla, perché “un calcio in culo da bambini fa miracoli“. E forse in realtà, come ci suggerisce una scena in cui è l’imperturbabile norvegese a perdere la pazienza con la figlia, sbattendo la mano sul tavolo con violenza, ecco forse certe volte la violenza psicologica e verbale sa essere più traumatica di quella fisica. Ma la cosa più interessante che Fjord mi ha portato a fare, è rivalutare completamente uno dei miei cavalli di battaglia: il paradosso della tolleranza di Karl Popper.

Molto giustamente, Popper sostiene che nonostante le premesse liberali di una democrazia, questa non possa tollerare ogni posizione – con particolare riguardo a istanze antidemocratiche o illiberali, come nel caso degli ultraconservatori o delle destre estreme – perché da questo eccesso di tolleranza seguirebbe un rafforzamento dell’intolleranza, e dunque un attentato alla democrazia stessa o ai diritti civili che dovrebbero essere garantiti a tutti i suoi membri. Ma cosa succede se si raggiunge l’estremo opposto, se il progressismo dogmatico diventa una (sicuramente diversissima) forma di fascismo e persecuzione ideologica? L’unica soluzione sembra essere in quel fragile e faticoso equilibrio fra noi e chi non la pensa come noi, quel barcollante bipolarismo di visioni in cui ciascuna tenterà sempre di soverchiare l’altra, ma non dovrà mai riuscirci del tutto. La risposta di Mungiu, come sempre, non sta al bianco e non al nero, ma a tutta quell’infinita scala di grigi che c’è in mezzo.

La mia personale Palma d’Oro era All of a Sudden e i motivi li spiego qui. Ma ad avercene film solidi come Fjord di Christian Mungiu, che fanno tutto ciò che una Palma d’Oro (cioè il cinema) deve fare: farci discutere e pensare, cambiare idea e prospettiva, empatizzare anche per chi è all’opposto da noi.

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