Fatherland di Pawlikowski è un film coltissimo: la recensione

Fatherland ha la sintesi, la cultura e l’eleganza che la maggioranza dei film si sognano. Dopo Cold War, Paweł Pawlikowski torna a parlare di un’Europa divisa (e mai denazificata). Un’esecuzione che in meno di 90 minuti racchiude tutto il ‘900, e quindi il nostro presente.
Sandra Hüller e Hanns Zischler in una scena del film Fatherland

Oggi capita di rado essere colti, senza risultare pedanti. Capita di rado anche solo di essere colti. Io per esempio già non sono sicuro della prima, figurarsi della seconda. L’altra cosa molto rara oggigiorno è la sintesi. Quella mi manca di certo. Ma per fortuna nel mondo esistono persone come Paweł Pawlikowski, già regista dei bellissimi Ida e del successivo Cold War, vincitore della Miglior Regia al Festival di Cannes nel 2018. Ora torna sulla Croisette e torna al suo carissimo (e bellissimo) bianco e nero con Fatherland, una piccola storia per raccontare la Grande Storia. Un’esecuzione da applausi a scroscio anche solo per la sua durata: 82 minuti in cui Pawlikowski racchiude luci, ombre e contrasti di questo secolo bastardo e trinariciuto che è stato il ‘900, con tutti i suoi strascichi. Gli americani da una parte, i sovietici dall’altra… e io nel mezzo. Nel mezzo di ex nazisti, non così ex.

Perché come diceva Montanelli e come torna a dire Pawlikowski, contrariamente alla definizione di Guareschi i “trinariciuti” stanno a destra come a sinistra. Da un lato all’altro della cortina di ferro novecentesca

Germania Anno Zero

1949. L’anno è lo stesso di Cold War ma ci spostiamo, dalla Polonia, nel simbolo geografico dell’Europa divisa: in Germania. Le macerie fanno ancora spavento, sembra un film di Rossellini. Le inquadrature sono perlopiù fisse, sembra l’ultimo film di László Nemes. E in mezzo a questa attesa – che le cose migliorino, dopotutto – un vecchio fantasma si aggira per le strade con la figlia (e assistente). Si chiama Thomas Mann, scrittore di fama mondiale, fuggito dalla Germania di Hitler dopo un’accesa requisitoria sull’appropriazione culturale di Richard Wagner.

Non torna nella sua “padre-patria” dal 1933 e ora dovrà imbarcarsi in un viaggio da Francoforte a Weimer, dalla Germania Ovest alla Germania Est, per ritirare due omonimi Premi Goethe assegnati rispettivamente dal blocco occidentale e da quello sovietico, accompagnato ora da un agente della CIA ora da un compagno commissario dell’Armata Rossa, con evidente disappunto di entrambi.

Ma quel viaggio è una scusa. Una scusa per vedere lo stato di una Germania che si racconta denazificata, ma nella quale Mann si ritrova a stringere mani che fino a poco prima le stringevano a Hitler. Ed è la scusa per affrontare un rapporto paterno distruttivo nei confronti dei figli, una femmina e un maschio, interpretati da due fenomenali Sandra Hüller e August Diehl. Di lei vediamo (per fortuna) sempre di più dopo Anatomia di una caduta. Di lui, che ricorderete come il Maggiore della Gestapo in Bastardi senza gloria, avremmo voluto vedere di più. Perché è egualmente eccezionale, forse anche di più.

Fatherland: chi torna e chi non se n’è mai andato

Hanns Zischler in una scena del film Fatherland

Fatherland è di fatto un nostos, l’antichissima transumanza del ritorno a casa. Ma questa piccolissima porzione di storia privata fornisce a Pawlikowski la scusa per affrescarci la Grande Storia del ‘900, in pochissime parole. Ci dice per esempio che fra “loro” e “noi”, fra un blocco e l’altro, non c’erano poi molti gradini evolutivi di differenza – e come dissi già l’anno scorso recensendo Two Prosecutors proprio qui a Cannes, quando un film mi rende antisovietico foss’anche per 82 minuti, è già di per sé un gran film. E ci parla di fantasmi del passato che oggi riemergono dalle fogne. Come hanno fatto a tornare? Ecco come. Non se n’erano mai andati. Perché mentre ci mentivano sulla denazificazione – sulla defascistizzazione non hanno neanche avuto bisogno di farlo – le nostre società, da una parte all’altra del muro, prendevano appunti da un meccanismo di repressione troppo perfetto ed efficiente, per non perfezionarlo.

Fatherland racconta di un luogo e un tempo in cui tutto può cambiare e tutto sembra drammaticamente come prima. Lo fa con un cast in stato di grazia, il distintivo bianco e nero al suo meglio, una capacità di sintesi e un’eleganza (a partire dal tedesco, un piacere per l’ascolto) che qualunque film dovrebbe invidiargli, e nessuno sembra interessato a farlo. Potrebbe vincere qualcosa, speriamo vinca qualcosa, ma potrebbe passare inosservato. Come una reliquia storica che a nessuno importa più, immemori di quanto importante sia avere un legame con il proprio passato, o meglio, presente.

Mio nonno è stato un grande archeologo del secolo scorso. Nella sua ultima intervista prima di morire disse che “l’aspetto più inquietante e inedito del nostro tempo, è che sta perdendo il senso dell’antico, dell’inestimabile“. Questo film ce l’ha.

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