Voglio raccontarvi una storia vera. Il giorno prima dell’inizio del Festival di Cannes ero in un ipermercato di zona, a far provviste per le prossime settimane. Una sovrabbondanza così, non l’avevo mai vista. Non metri: chilometri e chilometri di scaffali, centinaia di scelte per ciascun prodotto di consumo, più di quanto una singola persona avrà mai bisogno in tutta una vita, più scelta di quanto mente umana possa sopportare senza impazzire. Davanti a tutto quel cibo mi è venuta la nausea, davanti a tutta quella scelta la paralisi. Sono uscito nel panico prima di aver comprato tutto ciò che mi servisse e ho scritto a un’amica, neanche troppo ironico: “Io li ho capiti: ci vogliono far impazzire, così ci suicidiamo in massa e non devono rilasciare virus o bombardare a tappeto“. Quindi potrete immaginare il mio stupore quando, appena pochi giorni dopo, ritrovo esattamente la stessa tesi in un film, proprio qui al Festival di Cannes. Si intitola Sanguine.
È un body horror apparentemente uguale e molti altri visti negli ultimi anni, grazie al rilancio del genere da parte di registe francesi quali Julia Doucurnau e Coralie Fargeat – entrambe passate per queste sale – e coronato dalla Palma d’Oro al fenomenale Titane nel 2021. Ma come sempre, molto in questi progetti lo fa ciò che chiamiamo “high concept”: l’idea, l’invenzione, l’escamotage alla base. E Sanguine, non un gran film di per sé né particolarmente nuovo in ciò che mostra, in ciò che dice però colpisce nel segno. Intercetta gli incubi senza nome né diagnosi di un’intera generazione, la mia, sempre più bombardata di stimoli, eccesso di lavoro e disturbi mentali in aumento. E per una volta, suggerisce una tesi che fa paura davvero: che ci stiano, letteralmente, dissanguando.
Un’era di straordinaria follia
Sanguine inizia con quella che sembra la scena del fast food in Un giorno di ordinaria follia, ma ribaltata. Al Bloody Burger, catena dal nome eloquente in cui la carne al sangue viene inquadrata con minuzia di particolari, un paio di influencer insopportabili stanno portando all’esaurimento il povero lavoratore dietro il bancone. Quello continua a sorridergli meccanicamente, poi viene preso da un raptus, uccide l’influencer con nostra grande soddisfazione e si toglie la vita fracassandosi la testa ripetutamente contro il registratore di cassa.
C’è qualcosa nell’aria, sembra colpire chi lavora troppo. Contrariamente alla retorica paternalista delle generazioni precedenti, colpisce chi senza prospettive né futuro né soldi, passa tutte le sue giornate a non far altro che lavorare. Sempre più alienato, sempre più dissociato. Noi giovani, che stiamo invecchiando più velocemente di qualunque altra generazione. Per il cibo che mangiamo, gli schermi che guardiamo, il bombardamento mentale cui siamo quotidianamente sottoposti.
E infatti dopo la scena iniziale che precede l’arrivo del titolo – “Sanguine” giganteggia su schermo quasi allo stesso modo di come fece “Raw“, musica compresa – facciamo la conoscenza di Margot, un’aspirante medico del pronto soccorso (ER) sottoposta a turni folli e trattamenti severissimi. Colpita dalla stessa epidemia di burnout, inizierà a sudare sangue e vedrà il suo corpo mutare in una nuova specie, costretta ad adattarsi ai ritmi dell’oggi.
Sanguine, un déjà vu con qualcosa da dire

Visivamente, nelle ambientazioni come negli scenari, Sanguine sembrerà la somma definitiva del già visto in ambito body horror, di tutti quei film passati negli ultimi anni proprio per il Festival di Cannes. Nelle inquadrature e nell’aspetto fra l’acido e il fluorescente, scimmiotta visibilmente The Substance. D’altronde, questa tirocinante di pronto soccorso e la carne cruda ricordano fin troppo da vicino la protagonista di Raw e il reparto di veterinaria. Infine l’epidemia, come in Alpha. La regista Marion Le Corroller, donna e francese come Doucurnau e Fargeat, è insomma fin troppo debitrice rispetto al lavoro delle sue più illustri predecessore. Copia molto e perlopiù in peggiorativo.
Ma Sanguine offre anche una variante sul tema, nel dispositivo scelto, davvero troppo contemporanea e spaventosamente imminente, per non prenderla in considerazione. Stiamo diventando troppi su questa Terra, stiamo esaurendo tutte le risorse sociali e individuali e stiamo raggiungendo il limite, qualunque cosa questo significhi. Un massacro è inevitabile. E quale modo più “indolore” di innescarlo, se non dall’interno, attraverso la grande tossicodipendenza della nostra generazione: il lavoro. Proprio come i protagonisti di questo film partoriremo figli senza genitali, così da stroncare la crescita demografica sul nascere. Impazziremo, faremo una strage e poi ci toglieremo di mezzo. E chi ci voleva fuori dai piedi non avrà dovuto sparare neanche un colpo, avremo fatto tutto da soli, come di recente ha detto fra gli altri anche Park Chan-wook, Presidente di Giuria qui a Cannes.
Suoneranno discorsi deliranti probabilmente, ma ho questa teoria per cui se più persone si trovano a pensare e dire ad alta voce una cosa nello stesso momento, forse è perché non è così lontana dal realizzarsi. Il cinema di oggi ci parla, anzi ci grida in ogni modo possibile una apocalisse imminente, che sia nucleare come in A House of Dynamite o per tramite di una guerra fra poveri come in No Other Choice. Non può essere solo una coincidenza. E infatti non faccio a tempo a chiudere questa recensione, che già ritrovo i discorsi di Sanguine in altri film appena visti al Festival di Cannes. Sarà un’edizione all’insegna della fine del mondo. Ma aspettate un altro po’. C’è ancora qualche ultimo film da vedere.









