El Ser Querido ci ha ucciso in meno di venti minuti. Rodrigo Sorogoyen torna dopo 4 anni da As Bestas (2022), uno dei thriller più inquietanti e commoventi degli ultimi anni, e insabbia tutti al Festival di Cannes con un film che ti rimane nelle scarpe, nei vestiti, nei capelli, ma soprattutto negli occhi. Il titolo tradotto è “L’essere amato”, e il cinema viene usato in ogni modo per scavare nel suo significato attraverso ciò che è rimasto irrisolto tra un padre e una figlia, tra arte e vita vera.
La violenza emotiva di questo rapporto spacca lo schermo con l’interpretazione totalizzante di Javier Bardem, ma è Sorogoyen che passa attraverso il linguaggio cinematografico come un vento impazzito che sospinge tutti. Da paesaggi meravigliosi a primi piani soffocanti, da mascolinità tossica a umani soli e vulnerabili. Il cuore del film è la domanda “chi è veramente amato?”, e ogni volta che batte dà una risposta diversa. In molti lo stanno paragonando, giustamente, a Sentimental Value (2025, ne parliamo in questo video) di Joachim Trier, ma il film presentato a questo Cannes è più spietato, feroce, e la dinamica familiare si intreccia con quella cinematografica senza lasciare scampo ai protagonisti.
Soli nel Desierto
Esteban Martinez è un pluripremiato regista di ritorno in Spagna, dove si affermò come “artista ribelle”. Per il ruolo femminile del suo nuovo film Desierto, sceglie di chiamare Emilia, sua figlia che non ha mai riconosciuto e che non vede da tredici anni. Un’attrice di basso rango che per vivere è costretta a lavorare anche come barista. Il film si dipana lungo questa ferita mai rimarginata, e viene da chiedersi perché proprio ora, dopo tredici anni, Esteban ritorni da sua figlia. È forse in cerca di una redenzione in quanto padre? O vede in lei la possibilità di ricomporre la sua storia e dare un senso ultimo al suo percorso artistico? In una prima scena di quasi venti minuti, Sorogoyen inscena un dialogo in un ristorante tra questi due personaggi che da solo varrebbe un premio alla regia (forse conteso con Hamaguchi per All of a Sudden, qui la recensione).
Per come inquadra i volti permette allo spettatore di andare sotto alle parole di una eccelsa sceneggiatura (firmata anche da Isabel Peña), e addentrarsi a livello sensoriale in ciò che viene raccontato. Così sentiamo i problemi con l’alcol di Esteban, i suoi ricordi di padre lontani dalla realtà. Il risentimento che Emilia prova nei suoi confronti perché non si è mai sentita amata. E questo dolore è viscerale, lo percepiamo dentro di noi. E nel corso dell’opera Sorogoyen spazia tra diversi formati per restituire la spaccatura tra i due personaggi, attraverso un film nel film.
Emilia accetta. La proposta può essere il salto in avanti per la sua carriera e in fondo ha bisogno di ricollegarsi con suo padre (chi non ne ha?). Il suo desiderio di diventare una grande attrice si scontra quindi con il suo più grande trauma, e i giorni di set sono tutt’altro che semplici. La tensione tra lei ed Esteban contagia tutti, dagli attori alla direttrice della fotografia. Anche il film stesso parla di loro, un film sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, un luogo segnato da violenza, abbandono e da conflitti irrisolti. In una scena cruciale, lunga, frustrante, Esteban esplode sul set per l’incapacità della troupe di rendere al meglio. La furia di Bardem è folgorante, e si riversa su Emilia solo quando sceglie di rispondergli, ma è chiaro che la sua rabbia derivi fin da subito dalla sua sfiducia.
Chi è l’essere amato?

Emilia, interpretata dalla bravissima Victoria Luengo, è estremamente fragile, malleata dall’assenza di Esteban, e sembra agire solo quando viene colpita, quando è più vulnerabile. Ha sempre una reazione di risposta al dolore. Sorogoyen trasmette questa vulnerabilità, sua e di Esteban, in quelle inquadrature in bianco e nero che privano la scena di ogni difesa emotiva. Esteban, dal canto suo, è un personaggio in continuo confronto col passato, costretto dal tempo stesso a rivedersi come essere umano. Non può più essere un uomo autoritario, non può più essere manipolatorio, non può più nemmeno rifugiarsi nell’alcol. E in questo personaggio Bardem ha veramente messo una delle sue migliori performance.
El Ser Querido non ha una vera riconciliazione, non vi soddisferà mai in questo senso. A volte è troppo tardi, se la ferita non si è rimarginata non lo farà più. Ma nella sua lucidità, Sorogoyen vede ancora l’amore, lo inquadra sempre, anche quando il conflitto è estremo, anche quando la fiducia tra i due protagonisti non c’è. E non c’è mai. Ma anche lì lui riconosce un amore complesso, ormai impossibile da vivere, ai due lati di un cratere, e il suo solo esistere permette di sopravvivere.









