Dustin Hoffman è Lenny, il padre della stand-up: la recensione

Il Cinema Ritrovato offre, ogni anno, l'occasione di scoprire - o ri-scoprire - grandi film e grandi personaggi del passato. Quest'anno, tra gli altri, è stato il turno di Lenny Bruce, ritratto in maniera originale e toccante dal regista Bob Fosse e da Dustin Hoffman. Per scoprire cosa ne pensiamo, non vi resta che leggere questo articolo!
Dustin Hoffman in una scena del film Lenny

Da qualche anno a questa parte, la stand-up comedy – un genere comico che prevede un singolo comico, in piedi col suo microfono, che racconta al pubblico, in maniera ovviamente ironica e tendenzialmente irriverente, storie che lo riguardano (è una descrizione brutale e imprecisa, mi si scuserà) – ha preso piede in maniera decisa su tutti i palchi del mondo. Italia compresa. Ma questo genere comico non è nato in questi ultimi quindici, o vent’anni, ma viene da più lontano, a scendere fino agli anni Cinquanta e Sessanta, con Lenny Bruce. Di questo – e indirettamente di un’intera società – parla Lenny.

Diretto da Bob Fosse (regista di Cabaret, per cui vinse l’Oscar alla miglior regia, superando Francis Ford Coppola per Il padrino), il lungometraggio racconta in maniera raffinatissima la carriera e la vita privata del comico Lenny Bruce. Una carriera interamente segnata dalle limitazioni morali figlie del suo tempo. Lo abbiamo visto al festival Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna (qui il programma). E lo abbiamo recensito. Qui sotto.

La trama di Lenny

Dustin Hoffman in una scena del film Lenny

1951. Leonard Alfred Schneider, aka Lenny Bruce, comico talentuoso ma apparentemente non in grado di scaldare particolarmente il pubblico, fa la conoscenza con la spogliarellista Honey. I due si innamorano e, quasi immediatamente, si sposano, iniziando la loro vita insieme. Dopo un periodo di assoluta complicità, tra i due iniziano i diverbi, coincidenti con le frustrazioni professionali di entrambi e con un abuso sempre maggiore di sostanze.

Mentre la carriera di Lenny inizia a sbocciare, quella di Honey si spegne flebilmente, finendo nel dimenticatoio e conducendola alla tossicodipendenza. Nonostante la nascita della figlia Kitty, i due, sempre più ai ferri corti, divorziano. Nel frattempo, diventato una star della comicità per le sue battute politicamente scorrette e – per l’epoca – volgari, Lenny si trova a essere tormentato dalle autorità, che mettono in atto una vera e propria persecuzioni ai suoi danni, arrestandolo più volte. Solo, senza più un soldo e con la carriera ormai a pezzi, Lenny muore per un’overdose di morfina.

Lenny, una biografia decomposta

Dustin Hoffman in una scena del film Lenny

Quello che salta immediatamente all’occhio, fin dai primi minuti di visione, è che Lenny non può essere etichettato solamente come un biopic. Certo, il film di Bob Fosse racconta la vita, pubblica e privata, di Lenny Bruce, ma lo fa in una maniera decisamente innovativa. A sovrapporsi, infatti, sono tre piani temporali. Il primo (l’ultimo in ordine di tempo), sono le interviste alle persone a lui più vicine (l’ex moglie, il manager, la madre); il secondo, la sua vita in ordine cronologico, tra amore ed eccessi; il terzo, forse quello più sperimentale, una sequenza di momenti tratti dai suoi spettacoli, legati (a maglie più o meno strette) ai momenti che ci vengono raccontati.

Il risultato di questo continuo alternarsi di piani e momenti, accompagnati dalla modulazione di altrettanti bianchi e neri, non solo rende il film come uno spartito musicale perfettamente ritmato, che restituisce un ritratto efficace del protagonista, ma dà anche un’idea molto precisa dell’ambiente in cui Lenny Bruce si muoveva, delle sue difficoltà, delle sue amicizie, della sua frustrazione, della sua arte, avanti una cinquantina d’anni rispetto ai suoi tempi, e del suo carattere complesso. Anche in negativo. Dolore, questo sì, tanto, per la sua sorte, ma nessun incenso, solo una buona dose di imparziale (in apparenza, è ovvio) ricostruzione.

Sulle spalle di Fosse, Hoffman e Perrine

Valerie Perrine e Dustin Hoffman in una scena del film Lenny

Bob Fosse è stato un regista dalla capacità unica di raccontare con brutale ironia i retroscena, le ansie e le ossessioni del mondo dello spettacolo. Il nome giusto per raccontare un artista tormentato e avanti rispetto ai suoi tempi come Lenny Bruce. Le sue scelte di regia, il montaggio calibrato dei tre piani temporali di cui si parlava, la scelta di mettere in scena sketch e momenti dei pezzi di Bruce: tutto contribuisce a costruire un puzzle da cui emerge il suo protagonista.

Tutto questo, ha come colonne portanti i due protagonisti del film: Dustin Hoffman nei panni di Lenny e Valerie Perrine nei panni di Honey. Interpretazioni diverse le loro: energica, sfrontata, travolgente, quella di Hoffman, vero stand-up comedian nelle pose e nei movimenti, completamente al servizio del suo personaggio; prima fiammeggiante e sensuale, poi più pacata e controllata (seppur con alcuni dolorosi picchi emotivi) quella di Perrine. Due ritratti che si completano a vicenda, lavorando insieme alla perfezione per raccontare una coppia carica di amore e malinconia. Due lati dello stesso, immenso dolore: quello di non essere capiti.

Il dramma di non essere capiti

Dustin Hoffman in una scena del film Lenny

Se la cornice del film è tutta frutto di Bob Fosse, e la linfa che gli scorre nelle vene sono le interpretazioni di Hoffman e Perrine, qual è il cuore del lungometraggio del 1974 (candidato a sei premi Oscar l’anno successivo)? Un po’, in realtà, lo abbiamo detto. E va ricercato nel contesto sociale e politico che ha avvolto la vita e la carriera di Lenny Bruce, che qui, più ancora che come un genio della sua arte, viene raccontato un po’ come portabandiera del pre-sessantotto.

La lotta di Bruce, critico nei confronti della religione (ma soprattutto delle sua ambiguità e dei suoi dogmi), della politica, del bigottismo sessuale e linguistico, della giustizia, è una lotta che emerge chiaramente dal film. E si empatizza (al di là delle posizioni personali che, chi scrive, condivide in buona parte, e al di là dell’apprezzamento per lo stile comico, che – di nuovo – chi scrive apprezza parecchio, ma questa è un’altra storia… ) con questo personaggio, nato per far ridere e condannato al dolore, un po’ da errori suoi, un po’ dalla chiusura mentale dell’epoca.

Il cuore del film, ancora, è che, nella combinazione di tutto quanto detto prima, emerge, docile ma deciso, espresso attraverso un infuso di arte cinematografica, il giudizio di Fosse, nei confronti di un periodo storico moralista e ipocrita, che ha disintegrato l’arte di un artista e che ha bloccato quello che il Sessantotto avrebbe davvero potuto cambiare e che non è riuscito a cambiare. Lenny è, dunque, un racconto doloroso (e perfettamente riuscito) di un’artista che, il suo tempo, non ha capito. Ma che, nel 1974 come oggi, è ancora un faro del modo di fare commedia. E di vedere il mondo.

E voi, conoscete Lenny? Cosa ne pensate? Fatecelo sapere su ciakclub.it!

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