Hirokazu Kore’eda è probabilmente l’autore più coccolato del Festival di Cannes. Nel 2013 gli assegnarono il Premio della Giuria per Father and Son e nel 2018 la Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Qui se ne fanno (giustamente) un gran vanto, ogni volta che torna è preceduto da lunghi applausi. E la sua presenza in questa 79esima edizione è molto in linea con questo rapporto di reciprocità. Il suo ultimo film, Sheep in the Box, è perfettamente inserito nei temi e le domande più ricorrenti di questa edizione, ma è anche in piena continuità rispetto al suo cinema.
In altre parole: persino Kore’eda Hirokazu sente l’urgenza di parlare delle nuove sfide etico-tecnologiche del domani, e le loro conseguenze. Come molti altri film del concorso, anche lui affronta in qualche modo le prospettive inquietanti di un futuro che sfuggirà al nostro controllo. Aggiorna lo sguardo, mantenendo il lessico consolidato. Rifà Un affare di famiglia, al tempo dell’Intelligenza Artificiale.
Il bambino di Schrödinger

“The not too distant future“. Kore’eda apre così la sua panoramica su un futuro fatto di droni, strade pulitissime e iperbenessere. Tutto può essere spedito via pacco, persino i bambini. È infatti questo il servizio offerto da una multinazionale ai genitori che abbiano perso i propri figli: ricevere una copia umanoide in tutto e per tutto uguale all’originale, con una coscienza in IA e i ricordi della matrice impiantati al suo interno.
Di questo servizio fa uso la coppia protagonista, che come molte altre famiglie del circondario ha perso i propri figli per colpa di un misterioso rapitore. E già qui… Come se non bastasse, l’umanoide è tanto simile nell’aspetto quanto programmato da servo. Non si comporta come si comporterebbe l’originale, è ubbidiente, geniale e al momento di dover ricaricare le pile, si siede su una box di ricarica ai piedi del letto dei genitori e si spegne da solo, pronto a trascorrere la notte come una presenza nell’ombra.
I genitori si accorgono che il bambino li sta profilando, gli sta “guardando dentro”. Il bambino si accorge di avere una coscienza, di sognare la libertà. Nel mezzo, il risvolto più inquietante di tutti. Quella di una società che ha rinunciato alla più dolorosa, ma anche purificatrice delle esperienze umane: l’elaborazione del lutto. Un passaggio necessario che se soppresso, allora sì, significherà la fine di ciò che chiamiamo “umanità”.
Le domande più interessanti di Sheep in the Box
Sheep in the Box racconta tanto di già visto. Il primo episodio della seconda stagione di Black Mirror immaginava proprio il rimpiazzo di un parente deceduto con un umanoide, e ben prima Spielberg aveva già detto tutto con A.I. – Intelligenza artificiale. Kore’eda si concentra sul dilemma bioetico dell’autodeterminazione, sul fatto che queste coscienze, seppur artificiali, inizieranno a percepirsi dotate di decisionalità e libero arbitrio. E ce ne dovremo occupare. Kore’eda lo dice con il suo lessico famigliare e con richiami alla letteratura d’infanzia, fra riferimenti diretti a Il Piccolo Principe, il “bambino vero” di Collodi e i “bimbi sperduti” di Peter Pan. Che a un certo punto fuggiranno nel bosco, in una casa sull’albero, per sopravvivere al mondo degli adulti. A ricordare il suo film precedente, il bellissimo Monster che recensimmo proprio da Cannes.
Ma per chi avrà la curiosità di approfondirle, Kore’eda lancia anche una serie di domande ben più inquietanti sul tema dell’IA, della profilazione e del postumano. Domande a cui non risponde, perché semplicemente il suo cinema si occupa di altro e parla un’altra lingua, lui ne è consapevole e infatti si limita ad aprirle per chi avrà l’interesse di rispondere. Come il momento in cui una madre dice del proprio umanoide Tamagotchi: “Ormai vivo solo per questo“. Oppure quello in cui la protagonista capisce che il figlio la sta profilando. O quello in cui ci accorgiamo che non ce n’è più uno, di bambino umano, in tutto il quartiere, e allora ci chiediamo: “Chi rapisce i bambini?“. Un’azienda sta inserendo uno strumento di profilazione per nucleo familiare, un Palantir travestito da bambino e pensato per diventare bisogno totalizzante, e nessuno che si chieda… dove vanno a finire i bambini che si perdono di notte nei Giardini di Kensington?
Sheep in the Box usa un linguaggio solo fintamente rassicurante per continuare i discorsi apocalittici sollevati da Hamaguchi in All of a Sudden, o almeno questo è il suo spunto più interessante. Ci dice, come ha detto anche Ken Loach in questi giorni dal palco della Croisette, che “oggi il fascismo ha ripreso la sua marcia e questa volta non arriva con gli stivali militari ma con l’aspetto di un nostro amico“. O di un bambino. Farà leva sulle nostre più grandi fragilità, debolezze e ferite come può esserlo la perdita di un figlio, per entrarci in casa travestito da consolazione. Un lupo travestito da pecora, sacrificale. Da Sheep in the Box.









