King Marracash, recensione: l’apogeo di una leggenda del rap

Marracash è uno dei rapper più celebrati e amati in Italia, nonché una delle penne più brillanti del cantautorato nostrano. King Marracash, diretto da Pippo Mezzapesa, è il documentario che ne racconta la vita e la carriera, fino al Block Party del mese scorso. Per sapere cosa ne pensiamo, non vi resta che continuare a leggere questo articolo!
King Marracash

Chi scrive non ama (affatto) i film, di qualsiasi genere (ma i documentari in particolare), ideati e realizzati unicamente per incensare i loro protagonisti. Suonano, spesso, vuoti, poco approfonditi, banali e privi di un vero lume artistico in grado di emozionare il pubblico, se non i fan più accaniti di questa o quel protagonista. Se mi chiedeste, per fare un esempio, cosa ne penso del documentario sulla realizzazione dell’ultima (fallimentare?) stagione di Stranger Things, risponderei esattamente così. E lo stesso varrebbe per infiniti altri casi, proliferati, in particolare, in questi ultimi anni, in cui, spesso, l’immagine vale più del contenuto. Ma, se mi chiedeste la stessa cosa di King Marracash, il documentario che racconta la carriera, con un focus particolare sugli ultimi anni, di Marracash, cantautore e rapper di professione, leggenda di status, un po’ per passione personale, un po’ per la qualità del film, mi darei più tempo e spazio per approfondire la questione. Cosa che farò qui di seguito, sebbene non esplicitamente richiesta.

King Marracash: da Barona a San Siro, e ritorno

Marracash in una scena del film King Marracash

Milano. Barona. San Siro. E ritorno. Sono queste le parole chiave della carriera di Marracash (nome d’arte di Fabio Bartolo Rizzo). E il film di Pippo Mezzapesa (Ti mangio il cuore, La legge di Lidia Poët), proprio attraverso questi loci, ripercorsi pressoché punto a punto, attraversa le diverse tappe della vita, personale prima, e professionale poi, del rapper milanese (ma fieramente di origine siciliana).

Dall’infanzia in Barona, fondamento dell’immaginario – valoriale e musicale – del rapper al primo approccio al mondo del rap, dalla collaborazione con la Dogo Gang ai primi successi da solista, arrivando, infine, alla “trilogia” del successo definitivo, iniziata con Persona (dall’ispirazione dichiaratamente bergmaniana), proseguita con Noi, Loro, Gli altri e conclusasi con È finita la pace, fino ai grandi concerti, il film arriva, in conclusione, al Block Party dello scorso aprile, tenutosi proprio nel quartiere milanese di Barona. Un ritorno “a casa” unico nel suo genere in Italia, contraddistinto da un concerto tra i palazzoni che hanno lanciato il percorso di Marracash.

Attraverso aneddoti, stralci di concerti, videoclip e momenti di intimità del rapper, tra famiglia, studi di registrazione, backstage e nottate di insonnia (con un momento toccante in cui il rapper, nel cuore della notte, guarda un video del compianto Federico Frusciante), King Marracash racconta in maniera affascinante vita e carriera di una delle figure più interessanti (qui ne raccontiamo un’altra), sfaccettate e complesse della musica hip hop (ma non solo) italiana, un vero e proprio cantastorie di strada dei tempi moderni, mettendone in luce i successi musicali, intrecciati in maniera indissolubile – nel film come nella sua storia – alla sua infanzia e alle sue origini, mai rinnegate e, anzi, innalzate a bandiera, e simbolo, di tutto il suo lavoro.

Anatomia di un successo: autocelebrazione, ma con classe

Marracash

Per tornare alla questione espressa nelle prime righe di questa recensione, devo prima fare una confessione: i primi dieci o quindici minuti del film sono stati, per me, una sofferenza. Non perché girati male o noiosi, no, ma perché, per quei dieci o quindici minuti, il documentario sembra andare appunto nella direzione di una celebrazione incontrastata e incontrastabile del suo protagonista. Già me lo immaginavo un egotrip di cento minuti sul concerto di Marracash a San Siro, sui successi dei suoi album o sui numeri dei biglietti venduti, sulle certificazioni o sugli stream. Brividi.

Invece, passati questi primi minuti, la narrazione torna indietro, e inizia l’excursus vero e proprio della vita e della carriera dell’artista milanese: il tono del film cambia, il mio interesse cresce. Vediamo Fabio, ovvero Marra, che racconta la sua infanzia difficile nel quartiere milanese di Barona, non solo il “blocco” che ha dato i natali al Marracash rapper, ma un’ispirazione continua, una linfa vitale da cui, in maniera più o meno metaforica, attingere in ogni momento della vita artistica. Molto più di un semplice quartiere d’origine, molto più di alcune strade che si incrociano al cospetto di anonimi palazzoni di ringhiera, ma «un genitore, un’identità, un nome, una storia»

Col passare dei minuti, Marracash diventa una guida, che indica e racconta il suo passato, intrecciandolo con la sua musica, con le sue canzoni. Piano piano vengono alla luce i suoi legami più profondi, professionali e personali, le sue debolezze, i successi e i “dubbi”, che attanagliano costantemente l’artista, mostrati con classe e sincerità, senza che vengano mai separati dalla sua produzione musicale, il modo di Fabio/Marracash per esprimerli e, a suo modo, esorcizzarli.

King del Rap (e pure dei cinema)

Marracash

E qui, forse, sta un proprio il segreto più profondo di un doppio successo, quello di Marracash, l’artista, e quello di King Marracash, il documentario (che, al cinema per soli tre giorni, 25-26-27 maggio, ha incassato quasi un milione di euro): attingere saggiamente alle origini, alle storie, al dolore, alle esperienze  – anche drammatiche – per farne musica, per dar loro significato. E farle diventare, infine, arte. «La lotta per la vita è crudele, ma affascinante / ne ho fatto un’arte, ne ho fatto parte», non l’ho, ahimè, scritto io bensì lo stesso Marracash, ma è una frase che, più di ogni altra, riassume il modus operandi di Marra, poi raccontato con successo nel film.

Il documentario si lascia talvolta andare (anche oltre quei primi dieci o quindici minuti di cui parlavo) a momenti di celebrazione assoluta, ma riesce a dar loro il giusto peso, mostrando invece gli aspetti veramente interessanti della carriera del rapper milanese: la sua formazione, le sue ispirazioni, la gavetta nell’underground mila, il legame con Barona, la Sicilia, la famiglia e i colleghi, le difficoltà personali e psicologiche, l’insonnia. Gli elementi veramente cardine della sua produzione musicale. E gli aspetti più affascinanti della sua persona, come Fabio e come Marracash.

Insomma, per chiudere, King Marracash è un esperimento complessivamente riuscito. Non solo dal punto di vista economico (a cui ho accennato), ma anche da quello artistico: senza particolari guizzi, sicuramente non rientrando nella leggenda dei film musicali, ma con sincerità nel raccontare il suo protagonista, il documentario di Pippo Mezzapesa riesce a fare il suo, mettendo in luce con buona qualità le diverse sfumature di un grande artista, di uno storyteller straordinario e di una personalità, dal punto di vista politico, sociale, e musicale, assolutamente unico nel suo genere.

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