Passages, recensione e intervista al regista Ira Sachs

Passato alla Berlinale 73, Passages è un film che vede un cast perfetto – il trio Rogowski, Whishaw ed Exarchopoulos – messo al centro di una storia non già di identità e orientamento sessuale. Ma una storia di potere e di perdita di esso. Assieme alla recensione, abbiamo avuto l’occasione di intervistare il regista Ira Sachs.
Passages, recensione e intervista al regista Ira Sachs

Che peccato essersi persi Passages alla Berlinale 73 di febbraio, essendoci stati. Che peccato, ma che fortuna aver avuto occasione di vederlo, in un’anteprima tutta speciale, cui ha fatto seguito un incontro con il regista Ira Sachs.

Da certe matinée verrebbe naturale vedere nascere due articoli distinti: la recensione; l’intervista. Per tenere separate le due cose. Perché c’è quanto percepisce chi recensisce e poi c’è quanto voleva esprimere chi ha diretto. E può capitare, capita spesso, che dalle due visioni (entrambe giuste, ci dice proprio Ira Sachs nel corso dell’incontro) ne nasca una discordanza.

Ma pure persistono quei rari casi, e Passages è uno di quelli, in cui il regista è talmente abile a comunicare ciò che deve, da annullare ogni discordanza. Ciò che del film arriva, è esattamente ciò che Ira Sachs voleva far arrivare. Il che, di questi tempi e senza scadere nel didascalico – sottolineamo questo, perché non è il caso di Passages – non è affatto scontato.

Passages, un “actor led movie”

All’inizio dell’intervista, Ira Sachs introduce il suo film “catalogandolo” in quel campo che nel gergo si definisce degli actor led movies: pellicole in cui il cast, e prima ancora le scelte di casting, oculate, volute fin dall’inizio, guidano tutta la forza del film. In realtà poi, i meriti sono diffusi. Dice infatti del suo magnifico attore protagonista, Franz Rogowski (Freaks Out, trovate qui la nostra recensione), che se chiedete a noi eleggiamo a stella del cinema europeo già da un po’ di tempo (qui recita in tre lingue): “Ho scritto il film per Franz. Lui è stata una fonte d’ispirazione fortissima“.

Attorno a lui si compone un trio, o piuttosto un triangolo, con l’aggiunta degli altrettanto bravissimi Ben Whishaw (James Bond Saga) e Adèle Exarchopoulos (La vita di Adele). Ma Franz ne rimane il centro: deve rimanerne il centro, non c’è spazio per nessun altro al di fuori del suo egocentrismo. Il suo personaggio è Tomas, un regista omosessuale che ha appena terminato le riprese di un film e una notte, tradisce il compagno Martin (Whishaw) con la giovane Agathe (Exarchopoulos). Probabilmente è il suo primo rapporto con una donna, è eccitato e quindi decide, egoisticamente, di comunicarlo immediatamente al compagno.

Da quel momento ha inizio un gioco di attrazioni, abbandoni, ripensamenti e, soprattutto, un gioco di potere, che coinvolgerà il trio. Quando Tomas è con Martin vorrebbe essere con Agathe. Quando è con Agathe e Martin cerca di voltare pagina, lui si dimostra incredibilmente geloso – nonostante abbia preteso piena libertà dal compagno. Ma questo gioco, questo pretendere di avere tutti alle sue direttive di regia, regista dittatoriale delle vite degli altri, gli si ritorcerà contro. All’inizio è difficile riconoscere il protagonista di questa storia, di fronte a un trio talmente dotato, eterogeneo eppur in perfetta sintonia. Poi appare chiaro. Il protagonista di questa storia, è il potere.

Non all’identità, ma al potere

Exarchopoulos e Rogowski nelle scene iniziali
Exarchopoulos e Rogowski nelle scene iniziali

Per descrivere il processo che l’ha portato a realizzare questa storia, con questa consapevolezza, Ira Sachs parte dal Covid: “Abbiamo iniziato a lavorarci appena scattato il primo lockdown e poi durante, sentivo che c’era un rischio reale che il cinema non si riprendesse e così ho deciso di fare un film che avrei voluto vedere io. Perché è stato un momento in cui io, come uomo di potere (in quanto regista), mi sono trovato privato di quel potere rispetto al mio ambiente. Non avevo più il controllo sul mio mondo“. E poi aggiunge: “Il tema dell’identità, in questo film, è pressoché assente“. Questi due passaggi – perdonate il gioco di parole – si fanno perfetta metafora di Passages.

Fin dalle prime scene, si ha la netta sensazione che a essere in discussione non sia la sessualità di Tomas. Un suo “cambio di orientamento”, se vogliamo dire. Tomas è un bambino, capriccioso, che di fronte a piccoli allontanamenti da parte di Martin cerca nuove ebbrezze in altro. Tomas viene rappresentato non in quanto uomo omosessuale, ma in quanto uomo di potere. Il che, nelle mani di un regista dichiaratamente omosessuale come Sachs – questo fa la differenza – rende la storia ancor più universale: “Nuova” – come dice lui.

Passages è la storia di un uomo di potere (quantomeno nel suo contesto) che, esercitando male quel potere, si vede sfuggire fra le mani, gradualmente, il controllo che esercita sugli altri. E poi rimane senza più nulla. È una storia di caduta, ma che nasce da un interrogativo che proprio Sachs si era posto: “Mi sono sempre chiesto dell’impatto del mio comportamento sulle persone in qualità di uomo di potere. Cosa succede se un uomo così si comporta male?“.

Di scene di sesso e di scene di maestria

Agathe e Martin in una scena di Passages
Agathe e Martin in una scena di Passages

Abbiamo detto che Passages è uno di quei casi in cui il regista è talmente bravo a comunicare – attraverso la regia – ciò che intende comunicare, da non creare un distacco fra la visione e il successivo confronto con le sue istanze. Si prenda a esempio una scena, che vale tutto. Martin ha da poco saputo del tradimento. Una mattina ha un confronto con Tomas. Vediamo questo secondo, di spalle, in primo piano.

E in secondo sappiamo esserci Martin, ma nonostante le sue proteste non vedremo mai le sue espressioni, le sue reazioni in viso, di fronte a tutto quel anaffettivo aut-aut di Tomas. È un’intera scena in totale contrapposizione al classico campo e controcampo. La nuca di Tomas – perché neanche di lui vediamo le espressioni – è più importante del volto di Martin. Apparentemente è controintuitiva, viene quasi da spostare la testa, in sala, sperando di intravedere dietro quella nuca, quel volto.

E poi diventa tutto chiarissimo: è l’immagine dell’egocentrismo, di quando diciamo qualcosa di terribile a qualcuno e poi giriamo la testa neanche il tempo di vedere la sua reazione, perché la sua reazione non è importante, non conta, contiamo solo noi. Un’escamotage registico, questo, che ritorna in molte altre scene: persino quelle di sesso, in cui sentiamo in gemiti di Agathe ma, ancora una volta, la vediamo coperta da Tomas. È solo il piacere di Tomas nel produrre piacere, che conta.

Una postilla “normalizzante” per Passages

E se parliamo di scene di sesso, concedeteci di chiudere con un appunto, una postilla estemporanea su cui però è proprio il caso di apporre una medaglia. Nel film c’è una scena di sesso fra Tomas e Martin, tra Franz e Ben: prolungata, vera, esplicita. Ecco, se ne facessero di più, di scene così, in Italia, che infatti porta a una delle domande sollevate durante l’incontro. Sarà un problema per il pubblico italiano? La percepirà come tabù? Che sia un tabù non è una percezione, è un dato di fatto. E che vada normalizzato è un bene, altro obiettivo raggiunto di Passages. Ma se ne dovesse nascere un problema, non sarà certo del film: sarà del pubblico, sarà solo vostro.

Passages arriva in sala dal 17 agosto con Lucky Red e sarà poi disponibile successivamente su MUBI. Che sia l’uno o che sia l’altro, vedetelo. E continuate a seguirci su CiakClub.it per altre recensioni, news e approfondimenti dal mondo del cinema e della serialità.

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