Estate in città: l’esordio di Wim Wenders secondo Wim Wenders

Estate in città, uscito nel 1970, è stato il film d'esordio di Wim Wenders. Embrione di quello che sarebbe stato il cinema del regista tedesco, il film è stato restaurato e presentato a Il Cinema Ritrovato di Bologna, con presente lo stesso Wenders. Per scoprire il suo racconto, leggete questo articolo!
Il regista Wim Wenders

Estate in città è uno dei film su cui si fonda la mitologia di Wim Wenders. Più ancora per la qualità del lungometraggio (che, come pellicola d’esordio e test conclusivo del percorso di studi del regista, è di qualità altalenante), perché in esso vi si trovano già i semi e i temi di quella che sarebbe stata, poi, nei decenni successivi, la poetica e l’arte del regista tedesco, oggi uno degli autori più noti e affermati del globo.

Prodotto con mezzi a dir poco ristretti e con una troupe di amici e conoscenti, Estate in città è stato recentemente restaurato e presentato nel corso del festival Il Cinema Ritrovato di Bologna (qui il programma), dove la proiezione è stata introdotta dallo stesso regista, che ha riportato alla luce la difficoltosa produzione, le peripezie che hanno visto protagonista il film e il suo legame col resto della sua carriera.

Estate in città: i semi della leggenda

Hanns Zieschler in una scena del film Estate in città di Wim Wenders

La storia, a dire la verità, è molto semplice, e viene raccontata linearmente, con un andamento quasi documentaristico (altra ampia fetta della carriera di Wenders), ma contiene, al suo interno, alcuni spunti interessanti per capire la carriera futura del regista. Un uomo, Hanns (Hanns Zischler) è appena uscito dal carcere. Braccato dai componenti della sua banda, dai quali non vuole farsi trovare, inizia a girovagare per tutta la città, senza meta. Andato a Berlino, prosegue nella sua inerzia, passando da un’amica a un’altra, fumando sigarette e bevendo caffè. Quando una sua foto finisce accidentalmente su un giornale, l’uomo è così costretto a fuggire nuovamente. Dopo un vano tentativo di imbarcarsi per gli Stati Uniti, il film si conclude con la sua partenza per Amsterdam.

Dicevamo: il film d’esordio di Wim Wenders è l’opera in cui si annidano, un po’ nascosti dall’inesperienza dell’autore (che, al momento delle riprese aveva 24-25 anni) ma visibili a un occhio attento, i semi che avrebbero poi caratterizzato tutta la carriera del regista tedesco: l’attenzione per gli spazi, l’amore per la musica, il cinema e la letteratura dei protagonisti, le indecisioni, il bianco e nero, la passione documentaristica e anche quei viaggi che – vero marchio di fabbrica – spesso non si sa dove condurranno. Le radici, insomma, di tutta la poetica wendersiana.

L’esordio di Wim Wenders: un viaggio rocambolesco

Il regista Wim Wenders

Come spesso accade alle pellicole d’esordio, non tutto fila esattamente come sperato. Se, poi, all’esordio stesso, si aggiunge anche che il film è stato realizzato come conclusione di un percorso universitario, perdipiù con mezzi ristrettissimi, la questione si fa ancora più complessa. E qui ci affidiamo alle parole dello stesso autore, intervenuto a Bologna, dove ormai è di casa (qui un nostro articolo sulla sua tappa bolognese di tre anni fa).

“Ho studiato nella scuola di cinema di Monaco dal ‘67 al ‘69, una scuola che aveva buona volontà ma senza grandi mezzi tecnici. C’era un tavolo da montaggio ma spesso non c’era niente da montare. Come esame finale del percorso, abbiamo dovuto realizzare un film con 20.000 marchi tedeschi, in 35 mm, di circa 10-15 minuti. Io non ero molto dell’idea, e iniziai a lavorare a un lungometraggio. Decisi quindi di farlo in 16 mm, e in bianco e nero. Avevo a disposizione un vero cameraman Robby Müller, non avevo attori professionisti se non Zischler, il montaggio l’ha realizzato una persona che ho conosciuto in un bar, Peter Przygodda, che mi ha convinto anche a ridurre il film di una mezz’ora (la durata originale era di due ore e quarantacinque). Con Robby e Peter, poi, ho lavorato per tutta la carriera”.

“Tutto quello che si vede in scena – a parte pochissime eccezioni – l”abbiamo ripreso in un solo take, in un paio di settimane, durante le quali ci siamo anche spostati tra Monaco e Berlino. Alcuni elementi sono evidentemente da debuttanti: il tecnico del suono, per esempio, non mi aveva detto che non aveva mai lavorato come tale. Alcune scene sono state girate talmente basse che non si sentono. In questo, mi ha aiutato la scuola, concedendomi la possibilità di mixare nel film alcuni dialoghi, a mo’ di doppiaggio. Addirittura, nel film alcune scene si sentono doppie: l’audio delle riprese e una specie di commento di Hanns sopra. Il film, non ha né i credits, né erano stati pagati i diritti della tanta musica, che per me può dire anche più dei dialoghi, che vi compare. Nel film ci ho messo quello che mi piaceva.

Un Wim Wenders in fase embrionale

Wim Wenders in un'immagine del film L'image originelle

“Quello che mi piaceva”. È forse proprio questo il nocciolo dell’opera prima di Wender: in essa, c’è tutto quello che gli piaceva. Già allora, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. E che lo avrebbe poi accompagnato per il resto della carriera. Estate in città, lo ammette lui stesso, è un film imperfetto, con errori tecnici e un andamento un po’ sbilenco, forse (almeno per chi scrive) anche un po’ noioso, ma riesce, a suo modo, a racchiudere lo spirito del suo regista, una fase – quella a cavallo tra i due decenni – di cambiamento e un paese, la Germania, che stava cambiando volto.

“Il film – ha proseguito Wenders – è un po’ radicale. Quando lo abbiamo fatto, è come se pensassimo che in quel momento il cinema non esistesse, e che fossimo noi, in quel momento, con quel film, a doverlo reinventare. Io non so se qualcuno possa veramente capire questo sentimento, ma per noi era così. Lo spazio temporale del film è paradossale (Estate in città non è tanto un riferimento alla stagione in cui è ambientato il film, che è invece l’autunno-inverno, quanto alla colonna sonora che lo accompagna, ndr), così come alcuni momenti”.

“Molti registi, per i loro film, iniziano a lavorare partendo da una storia. Qui, non c’è una storia, c’è solamente una persona che esce di prigione e cerca di riconnettersi con i suoi ambienti e con le persone che conosceva. All’inizio della mia carriera non ero uno storyteller, lo sono diventato: come tedesco, non ho mai avuto fiducia nelle storie e nella storia. Ho sempre avuto molta fiducia nelle immagini, nel vedere. Per me, era importante portare qualcuno a vedere delle immagini con gli stessi occhi con cui lo facevo io.”.

Qualche riferimento al cinema successivo

Wim Wenders e Kōji Yakusho, regista e protagonista del film Perfect Days

Lo abbiamo detto e ridetto: in Estate in città c’è tanto del cinema del Wim Wenders futuro. Dalla tendenza documentaristica, che qui emerge e che segnerà una delle fette più importanti della carriera del regista, ad alcune tendenze poi riprese dai suoi film successivi. “Mi sono reso conto, mentre realizzavo questo film, che avevo un grosso problema col dare lo ‘stop’. Molte scene sono improvvisate, andando avanti per diverso tempo. Mi trovavo con la realtà davanti, e chi ero io per interrompere quella realtà? Poteva sempre succedere qualcosa. Questo, credo, è un problema che hanno tanti documentaristi: quando stai riprendendo la vita, è difficile fermarsi”.

E, infine, un riferimento a uno dei suoi ultimi film, Perfect Days. Un film – senza dubbio tra i migliori del regista tedesco (e questo lo dice chi scrive) – che, in un certo senso, ha la sua fase embrionale, o quantomeno dei vividissimi spunti, proprio in Estate in città. Estate in città, a suo modo, è un documentario girato in 16 mm, che segue cronologicamente la vita del personaggio. Quando abbiamo girato Perfect Days, l’idea era quella di girarlo in un posto dove mi sentissi a casa come Tokyo. Ho trovato questo attore (Kōji Yakusho, ndr) che aveva lavorato nei bagni pubblici di Tokyo: perfetto per la parte”.

“Quando abbiamo creato insieme il set del suo appartamento, lo abbiamo riempito di cose. Poi l’ho invitato a togliere o aggiungere quello che voleva. Lui ha tolto praticamente tutto, dicendo che quello era quello che lo rendeva felice. Per questo film abbiamo fatto delle prove, ma mi sono reso conto che era inutile. Quello di cui avevamo bisogno era tutto lì, in quello che lui faceva e voleva fare. Anche in quel caso, come in Estate in città, abbiamo seguito la vita semplice di un uomo, girando tutto in soli sedici giorni. Mai, nella mia carriera, il confine tra fiction e documentario è stato così labile come in questi due film”.

E voi, conoscete Estate in città? Cosa ne pensate della carriera di Wim Wenders? Fatecelo sapere!

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