Il cinema italiano è in crisi? Per certi (tanti) versi, forse (ma – probabilmente – pure senza “forse”), la risposta è un inequivocabile “sì”. Tra tax credit utilizzato così così, film spesso di livello medio-basso e una produzione che non stuzzica più i palati del pubblico internazionale (la totale assenza di pellicole italiane all’ultimo Festival di Cannes ne è la riprova), il cinema nostrano sembra un po’ impantanato in una impasse che sembra – di anno in anno – diventare cronaca. Ci sono, però, delle eccezioni. Lo dimostra, per fare un esempio, l’eccezionale exploit di un film (molto bello) come Le città di pianura, trionfatore assoluto degli ultimi David di Donatello. E lo dimostra, ormai da una quindicina d’anni, tutta quanta la produzione di una delle “nostre” autrici più brillanti e originali: Alice Rohrwacher.
Intervenuta nel corso della quarantesima edizione del festival bolognese Il Cinema Ritrovato, la regista di Le Meraviglie, Lazzaro Felice e La Chimera (nonché, proprio in questi giorni, alle prese con le riprese del suo nuovo film: Three Incestuous Sisters) ha raccontato al pubblico alcuni retroscena della sua filmografia, sull’importanza del cinema come esperienza da vivere insieme (“La forza del cinema è che al cinema ci si va. I corpi hanno ancora un potere, e io volevo essere qua col corpo”) e sul suo rapporto con Goffredo Fofi, storico del cinema e critico scomparso alcuni mesi fa (“Una delle persone più importanti che ho incontrato in vita mia. Goffredo mi ha insegnato a “disertare”. Forse, una parola chiave della pace del futuro”).
Alice Rohrwacher e Le meraviglie: tra (semi-)autobiografia e lotta

Le meraviglie (2014, secondo lungometraggio della regista dopo Corpo Celeste) racconta di una famiglia di agricoltori che vive sull’Altopiano dell’Altina, tra Lazio, Umbria e Toscana. Una terra tanto meravigliosa quanto vicina a un irreversibile cambiamento. “Nonostante la storia non sia autobiografica – ha raccontato Rohrwacher -, il film racconta molto del modo in cui siamo cresciute e di come siamo cresciute con grande aderenza a un territorio. Il padre del film, così come il mio, – nonostante non sia di quel posto preciso – si sente autoctono, che è l’ultima incarnazione di chi ha un sentimento di affezione a un luogo. Per me, non c’è mai stato dubbio che non esiste chi ha più diritto di stare in un luogo rispetto a un altro”.
“Mi sono innamorata della zona – ha proseguito – proprio per il suo essere zona di confine, aperta, imprevedibile e antica. Come tanti territori, in Italia, è stata presa d’assalto perché, oltre a essere bellissima, ha anche tanto suolo fertile. Quello che sta accadendo da tanti anni, su cui i cittadini stanno lottando, è la progressiva trasformazione del territorio in una zona industriale per la produzione di energia rinnovabile. Sento particolarmente questa lotta perché non esiste una transizione energetica senza una transizione di sviluppo. Questi film non potrebbero avvenire oggi, con queste condizioni. Spesso, nei miei film, mi sono domandata se nei film, oltre a una storia, si possa anche raccontare una lotta”.
Lazzaro Felice, la svolta di Alice Rohrwacher

Lazzaro Felice (2018), non solo è stato definito da un monumento come Bong Joon-ho come uno dei suoi film preferiti, non solo è stato premiato con il Prix du scénario (miglior sceneggiatura) a Cannes (dove, quattro anni prima, la regista aveva già vinto il Grand Prix con Le meraviglie), ma è stato il passo fondamentale per il lancio della carriera di Alice Rohrwacher, la sincrasi perfetta del suo stile con le sue idee. “Quando vidi la Cacciata dei progenitori dall’Eden di Masaccio – ha spiegato –, notai che Adamo ed Eva hanno gli occhi chiusi”.
“Nel loro paradiso ci sono piante, frutti, animali: tutte cose che qui sulla terra ci sono. Forse, ho pensato, questa storia insegna a guardarsi intorno, e a non vivere con gli occhi chiusi. L’arrivo di Lazzaro, dal passato, permette di vedere ai personaggi che gli stanno intorno alcune cose a cui i contemporanei non fanno nemmeno caso. La realtà che ci circonda è sorprendente”.
La Chimera, una fiaba tra tombaroli e paure

I film di Alice Rohrwacher – lo abbiamo visto – sono – e qui cito il direttore della Cineteca di Bologna, Gianluca Farinelli – “densi di contenuti e di idee”. L’ultimo in ordine di tempo – La chimera (2023) – la cui distribuzione fece parecchio discutere al momento dell’uscita nelle sale nostrane, ne è la dimostrazione plastica. “Con questo film – ha raccontato – c’è stato un po’ il mio ingresso nel mondo della fiaba, scavalcando l’immedesimazione e guardando la storia da lontano. Non ci si immedesima in un personaggio, ma si ascolta, e si guarda. In questo guardare c’è – secondo me – una forma diversa di conoscenza e di emozioni”.
“I tombaroli protagonisti del film sono dalla parte sbagliata della storia. Tant’è che il film è dedicato agli archeologi. Però, al tempo stesso, sono anche pedine al servizio di un mercato, sono persone cresciute in un contesto agricolo, in cui gli è stato detto che l’unico modo per emanciparsi è il denaro. La mia scelta di fare un film sui tombaroli deriva dalla mia paura – nata dalla frequenza di questo fenomeno nel territorio in cui sono cresciuta – per queste figure, che mi sembrava incomprensibile riuscissero a scampare non solo la legge dei vivi, ma anche quella delle anime”.
E voi, conoscete la filmografia di Alice Rohrwacher? Se sì, cosa ne pensate? Fatecelo sapere!









