L’Oscar 2026 è l’anno dei record, ma è davvero un buon segno?

Lo scorso 22 gennaio sono state rivelate le candidature agli Oscar 2026, un'edizione qualitativmente di altissimo livello, costellata da record storici. Ma davvero questi record sono un bel segnale? Tendenzialmente sì, ma con riserva! Ne parliamo in questo articolo!
Una battaglia dopo l'altra, Sentimental Value, Sinners, Frankenstein e Marty Supreme tra i film più candidati agli Oscar 2026

Le candidature agli Oscar 2026 sono state svelate. Come ogni anno, dunque, si entra nella fase calda della stagione dei premi (statunitense), ovvero quella che corrisponde al dibattito attorno ai film candidati, alle discussioni su chi poteva essere nominato e invece non lo è stato e, soprattutto, sulle scommesse riguardanti quali interpreti o quali pellicole potranno trionfare nel corso della cerimonia che, tra il 15 e il 16 marzo prossimo, decreterà i vincitori della stagione cinematografica che si avvia alla conclusione.

Le nominations (che trovate tutte in questo articolo, insieme a qualche commento), annunciate dagli attori Danielle Brooks e Bill Pullman, hanno immediatamente riscosso grande curiosità tra pubblico e addetti ai lavori. Per parecchi motivi. A spiccare sono sicuramente le 16 candidature (compresa la neonata dedicata al “miglior casting”) arrivate per I peccatori, originale e folgorante horror-musical di Ryan Coogler, record assoluto per il premio, seguite dalle 13 di Una battaglia dopo l’altra, commedia politica di Paul Thomas Anderson, dalle 9 di Frankenstein, Marty Supreme e Sentimental Value. Seguono a ruota Hamnet – Nel nome del figlio (8), L’agente segreto (5), Bugonia (4), F1 – Il film (4) e Train Dreams. E a seguire tutti gli altri.

C’è però un dato, anzi due, che vanno oltre le candidature in sé. Il primo è l’enorme qualità di tutti i film, sia quelli che trovate sopra che gli altri nominati: quella del 2026 verrà certamente ricordata, e ricordata come un’annata di grandi titoli, americani e internazionali. Il secondo, che è quello che più ci riguarda in questo articolo, sono i numerosi record che queste nominations si portano appresso. De I peccatori abbiamo accennato, ma è solo uno dei primati infranti dall’edizione 2026 degli Oscar. Un dato interessante, che vuol dire tutto e non vuol dire niente, ma che ci ha spinto ad analizzarne qualcuno, cercando di contestualizzarlo e, se possibile, a spiegarlo.

16 candidature, e un record che sa di storico… 

Una scena del film I peccatori

Dal 22 gennaio, data dell’annuncio delle candidature, I peccatori è il nuovo film con più candidature nella storia degli Academy Awards. Un successo cominciato in sordina, consolidatosi nelle sale (quasi 400 i milioni incassati dal film) e confermatosi, poi, al momento dell’inizio della stagione dei premi statunitense. In una società come quella statunitense di oggi, in cui violenza e odio razziale sono diventati (o tornati?) pane quotidiano, quello di Ryan Coogler è un film che affonda le sue radici in profondità e parla di questi temi in maniera originale, ma inequivocabile, “sfruttando” i vampiri come metafora di una razza bianca vorace e spietata.

Insomma, un successo, in sede di candidature agli Oscar, era ampiamente preventivato. Ecco, un successo, sì, ma non di questa portata. Con 16 noms, il film supera in un colpo solo calibri del livello di Eva contro Eva, La la land e Titanic, nominati 14 volte ciascuno, e si porta a casa il nuovo record in questa particolare statistica. E qui inizia il nostro “dibattere”, di cui si accennava sopra.

… ma che toglie spazio

Premessa a questo paragrafo: il film, a chi scrive, è piaciuto molto. E, va detto, ha, in sé, una forza radicale e quasi ancestrale, che fa leva su una musica travolgente (Ludwig Göransson si porterà a casa il terzo Oscar, ed è giusto così) e su un concept fortissimo: insomma, un bel film. Ecco, detto questo, sedici candidature appaiono un po’ come una forzatura, un voler spingere su determinati titoli, “snobbandone” (verbo molto di moda in ambito premiazioni) altri, altrettanto meritevoli. E qui si pensa alla candidatura, quasi ad honorem di Delroy Lindo, a discapito di Paul Mescal, vera sorpresa delle candidature. Ma gli esempi potrebbero valere per più categorie.

La sensazione, e siamo qui per essere smentiti, è che il numero di film in uscita sia costante (se non in aumento), ma che lo “sbarramento”, per così dire, per arrivare a premio sia sempre più selettivo, lasciando poco spazio a tanti film e concedendo uno enorme a pochi (seppur bellissimi) film. E la quantità di candidature ricevute dagli altri frontrunner della stagione sembrano dare ragione a questa nostra teoria: sette, otto pellicole vedono concentrate in sé una quantità straordinaria di candidature, lasciando agli altri le briciole.

Un fenomeno, questa specie oligopolio artistico (o “circoletto”, per dirla alla Belve) che segue la “strategia del grande evento” che ha accompagnato questi ultimi anni di cinema e che sembra sempre più essere arrivata anche alle giurie chiamate a votare questa tipologia di premi. Particolare, tuttavia, come, al ridursi del numero di film “a premio” vada di pari passo la tendenza (vera o apparente che sia) di concentrarsi in dose sempre maggiore sui film autoriali (seppur, in larga parte, prodotti e distribuiti sempre dalle stesse grandi majors). Anche internazionali. E arriviamo al prossimo punto.

Degli Oscar sempre più internazionali

Inga Ibsdotter Lilleaas ed Elle Fanning in una scena del film Sentimental Value

Come si diceva: negli ultimi anni, e nell’ultimo decennio in maniera particolare, i premi Oscar si sono sempre più aperti al cinema internazionale, il cui livello produttivo, ora, non ha assolutamente nulla da invidiare (anzi) a quello di Hollywood. I Festival, lo dimostrano da tempo, e gli Academy Awards sembrano essere ora pienamente entrati in questa scia. Gli esempi recenti sono parecchi, e non ci dilungheremo. Anche perché il caso di Sentimental Value, candidato a nove statuette in questo 2026, può essere sufficientemente significativo.

Di pellicole “straniere” nominate a più di nove statuette, abbiamo esempi (La tigre e il dragone e Roma, 10 ciascuna), tuttavia mai era capitato che un’opera non anglofona piazzasse quattro candidature per la recitazione, suddivise tra attrice protagonista (Renate Reinsve), attore non protagonista (Stellan Skåsgard) e attrice non protagonista (Elle Fanning e Inga Ibsdotter Lilleaas). Un risultato storico per il cinema internazionale in generale e norvegese in particolare, rafforzato dalle noms anche nelle categorie dedicate a film, regia , sceneggiatura e pellicola internazionale (in tutte c’è lo zampino di Joachim Trier).

Anche in questo caso, la sensazione è quella di accentramento dei voti verso pochi titoli (“ci piace tanto un film? Ottimo, riempiamolo di nominations e gli altri a casa”), nell’annata in questione, Sentimental Value e L’agente segreto per quanto riguarda i film non anglofoni. Nonostante questo, l’aumento di considerazione per il cinema internazionale in una kermesse così prestigiosa non può che essere un segnale positivo, di apertura e rimescolamento artistico e, chissà, anche di un cambio di rotta degli Oscar stessi. In un mondo sempre più ottuso e meno aperto all’altro, si può iniziare a migliorare anche accontentandosi di questo.

L’intramontabile Steven Spielberg

Steven Spielberg con cast e troupe di Hamnet - Nel nome del figlio

Avete notato niente, scorrendo i nomi delle candidature agli Oscar 2026? No? Strano. Se guardate bene tra i produttori di Hamnet – Nel nome del figlio, diretto da Chloé Zhao e candidato a otto statuette, tra cui miglior film, ne noterete due in particolare: il primo, è Sam Mendes; il secondo, Steven Spielberg. Ebbene sì, tra i produttori del film con protagonisti Jessie Buckley e Paul Mescal c’è anche il buon Steven (inter)nazionale che, pronto a tornare in sala col suo nuovo film, Disclosure Day, nel frattempo si porta a casa la quattordicesima candidatura come produttore. Quattordici. Solo come produttore. Be’, è record.

Infatti, nessuno era mai stato candidato quattordici volte come produttore (e quindi come “miglior film”) prima di Steven. Un rullo compressore di premi, il buon Steven. Ancor più devastante se si pensa che il suo mestiere principale sarebbe quello di regista (a proposito, qui trovate la classifica di tutti i suoi film), dimostrazione di una rilevanza intramontabile e di una lungimiranza visionaria nella scelta dei film su cui mettere le mani. O i soldi. E anche di un’altra cosa: che, tutto sommato, anche per quanto riguarda le produzioni, sono sempre un po’ gli stessi a mettere il naso nei film da premi. Da un lato, dimostrando grande influenza e capacità; dall’altro, forse, mettendo in luce il poco “rischio” messo in campo dai votanti, restii, nonostante qualche apertura, a esplorare in maniera effettiva nuovi territori (nonostante la quantità di film in uscita ogni anno).

Sia ben chiaro, Steven Spielberg è un genio ben al di là di record (che lasciano il tempo che trovano) e ipotesi, le nostre (che sono appunto ipotesi), scritte e pensate davanti a un computer in un pomeriggio piovoso, ma è interessante vedere come, e questo record lo dimostra, le candidature battano sempre un pochino nella stessa direzione, specialmente quando si tratta di questi nomi. Nulla di male se la direzione è quella di Steven Spielberg o di un film come Hamnet, anzi, ma è un fatto. Un fatto che, a dirla tutta, non è poi ‘sta gran novità, e che si riflette un po’ anche sui prossimi, e conclusivi, record degli Oscar 2026.

Timothée Chalamet ed Emma Stone: le mani sul futuro

Timothée Chalamet in una scena del film Marty Supreme ed Emma Stone in una scena del film Bugonia

Timothée Chalamet ed Emma Stone, sono entrambi candidati, rispettivamente per Marty Supreme e Bugonia, agli Oscar 2026. Entrambe le star sono nominate sia nella categoria riservata ai migliori attori sia in quella dedicata ai produttori, ovvero miglior film. E fino a qui, niente di nuovo: sono i volti di una nuova Hollywood che si sta sempre più imponendo, sia nel cuore degli spettatori che in tutte le fasi della realizzazione dei film, che sempre più spesso dipendono da loro sia davanti che dietro lo schermo.

La notizia, invece, è che entrambi, con questa nomination, battono un record: l’attore newyorkese, è il primo a ottenere tre candidature da protagonista prima dei 30 anni dai tempi di Marlon Brando; l’attrice nata in Arizona, invece, diventa la donna più giovane a raggiungere le sette noms. Numeri impressionanti che, tuttavia, ci riportano alla considerazione iniziale: Chalamet e Stone sono interpreti eccezionali, forse i migliori attori hollywoodiani in assoluto delle rispettive generazioni, ma quanti altri interpreti della loro stessa età hanno la possibilità di comparire nel loro stesso numero di opere, tutte di così alta qualità, modellate a loro immagine e somiglianza (o addirittura da loro stessi prodotte)? Risposta: pochi, se non nessuno.

E qui arriviamo a conclusione. Tutto quanto è stato fin qui detto non è per sminuire qualità e valore di opere e artisti citati (anzi), ma, al contrario, per contestualizzare il ruolo degli Academy Awards, o premi Oscar, che dir si voglia, all’interno del mondo cinematografico, il loro rapporto con le opere e gli artisti che sono chiamati a votare, e alcune dinamiche che li governano un po’ da sempre. Ruoli, rapporti e dinamiche che spesso segue più regole commerciali e di trend del momento che veri obiettivi artistici. Ma, forse, è anche per questa commistione tra arte e socio-cultura pop, che tanto ci piacciono. E ci fanno incazzare.

E voi, cosa ne pensati di questi particolari record? C’è qualche film che avreste voluto vedere agli Oscar 2026? Fatecelo sapere!

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