Animali Selvatici, recensione: la Romania di Mungiu, gelida e ostile

In un villaggio rurale della Transilvania, il rientro a casa dell’emigrato Matthias si incrocia con l’indignazione dei suoi concittadini di fronte all’assunzione di tre lavoratori cingalesi in un panificio locale. Animali Selvatici, l’ultimo film di Cristian Mungiu, presentato a Cannes nel 2022, esamina con lucidità i meccanismi dell’intolleranza.
Animali Selvatici, recensione di una Romania gelida e intollerante

Il 6 luglio è finalmente arrivato nelle sale italiane, a quasi un anno di distanza dalla sua anteprima al Festival di Cannes 2022, Animali Selvatici, l’ultimo film del pluripremiato regista romeno Cristian Mungiu. Più evocativo è invece il suo titolo originale, R.M.N, che si riferisce all’acronimo di “risonanza magnetica” in romeno, e alla stessa sigla della Romania. E come vedremo, forse mai un titolo fu così corretto per un film che cerca di analizzare i processi mentali dietro il bigottismo di un paese, partendo da un reale fatto di cronaca conosciuto come “l’incidente xenofobo di Ditrău”.

Mungiu, il regista della Nouvelle Vague Romena

Cristian Mugiu premiato con la Palma d'Oro da Jane Fonda nel 2007
Cristian Mugiu premiato con la Palma d’Oro da Jane Fonda nel 2007

Animali Selvatici conferma il talento di Cristian Mungiu, forse il più influente regista romeno del panorama cinematografico contemporaneo, che già avevo conseguito la Palma d’Oro nel 2007 con il film 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Tutte le sue opere hanno come protagonista il suo paese natale, la Romania, e si impongono come ritratti tanto lucidi quanto cinici del suo paese, per troppo tempo è rimasto ai margini del dibattito cinematografico. Con una poetica originale e indubbiamente potente, ha affrontato le dinamiche sociali, culturali e politiche di una Romania segnata da contraddizioni, di cui ricerca le radici attraverso il proprio cinema. Animali Selvatici resta fedele a questa tendenza.

La trama di Animali Selvatici

Matthias, Rudi e Ana in una scena del film Animali Selvatici
Matthias, Rudi e Ana in una scena del film Animali Selvatici

Il più recente lavoro di Mungiu è forse tra le opere più interessanti del 75esimo Festival di Cannes, di cui trovate qui una panoramica. Animali Selvatici è un ritratto sulla natura malevola dell’essere umano, che si traduce nella storia personale di Matthias, quarantenne romeno massiccio che, dopo essere emigrato in Germania per lavorare, scappa dal mattatoio in cui era impiegato per aver ferito il proprio capo, che l’aveva chiamato “zingaro”.

Torna perciò dai suoi cari a Recia, villaggio della Transilvania, dove lo aspettano (o più probabilmente per dovere che per piacere) la moglie Ana e il figlio Rudi, introverso e timoroso, che scopriamo essere stato scosso da una misteriosa visione traumatica nel bosco nei pressi di casa. Matthias cerca di ristabilire un rapporto con lui, cercando di istruirlo alla violenza nel desiderio di vederlo crescere virile e autoritario, come da sua immagine e somiglianza.

Nel frattempo, l’uomo riprende ad intrattenere rapporti di natura sessuale con l’ex amante Csilla, che ha fatto carriera presso un panificio locale di cui è responsabile. Dopo aver tentato senza successo di reclutare personale locale – molti abitanti del villaggio lavorano all’estero come Matthias – Csilla decide di assumere tre lavoratori provenienti dallo Sri Lanka, persone responsabili e diligenti. Tuttavia questa scelta, che teoricamente ha a che vedere con tutto fuorché l’etnia delle persone coinvolte, scatena la più profonda intolleranza e ignoranza da parte della comunità, che si sente minacciata dai nuovi arrivati, “che non darebbero fastidio, se stessero al loro paese”.

Un’analisi lucida dell’intolleranza di un paese

Marin Grigore e Mark Blenyes in Animali Selvatici
Marin Grigore e Mark Blenyes in Animali Selvatici

A ciò si aggiunge altro: la narcolessia del padre di Matthias, l’amato pastore Otto, e il trauma del figlio Rudi, che l’ha condotto ad un (temporaneo?) mutismo, rivela che invece c’è l’esigenza di una maggiore attenzione nei confronti dei processi mentali dei suoi abitanti. Il progresso, rappresentato dall’indipendenza e dalla tolleranza di Csilla, si scontra con le tradizioni iper-conservatrici di un villaggio di cui il prete è ancora il supremo capo spirituale.

Lo stesso a cui rivolgersi per mandare via gli immigrati “che rubano il posto di lavoro e che portano le malattie”, e dal quale trovare sostegno. Quella di Recia è una comunità che, invece di farsi un esame di coscienza e di rendersi consapevole dei propri problemi – di impiego, di bigottismo, di isolamento – preferisce trovare capri espiatori di più facile colpevolizzazione.

La cura formale di Animali Selvatici

La scena dell'assemblea di Animali Selvatici; in primo piano, Matthias e Csilla
La scena dell’assemblea di Animali Selvatici; in primo piano, Matthias e Csilla

In questo dramma che oscilla tra l’individuale e il corale, uno dei tratti più evidenti è l’attenzione che Cristian Mungiu rivolge alla qualità fotografica e ai virtuosismi di ripresa. Animali Selvatici è caratterizzato da riprese lunghe, da piani sequenza che seguono Matthias in una crescente tensione che sfocia sulla surreale ripresa finale della minacciosa presenza di un gruppo di orsi, a simboleggiare il timore latente della comunità nei confronti di tre innocui cingalesi, mentre le vere insidie su cui concentrarsi sarebbero evidentemente altre. Emblematici sono poi i 15 minuti di ripresa fissa su un’improvvisata comunale, in cui con un’unica inquadratura vengono raccolti gli animi opposti dei cittadini, impegnati in un vivo e ingiusto dibattito.

Ma ciò che più colpisce di Animali Selvatici è l’assenza di giudizio da parte del regista, che non condanna nessuno dei suoi personaggi, nemmeno i più ottusi. Per quanto spiacevoli siano i risultati, non si sanno le dinamiche nascoste dietro al pregiudizio, e questo film sembra dirci che la colpa, più che individuale, è storica. Come un medico che conduce una risonanza magnetica, così fa il regista in questa diagnosi della xenofobia paranoica mitteleuropea.

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