The Old Oak, recensione: ce lo insegnino i cani, a essere umani

Dopo I, Daniel Blake e Sorry We Missed You Ken Loach torna prima a Cannes poi al cinema ad 87 anni con The Old Oak. Affiancato dal sodale sceneggiatore, Paul Laverty, racconta una storia ambientata nell’Inghilterra del Nord, dove l’arrivo di un gruppo di stranieri porta alla luce tutto il marcio rimasto sommerso fino ad ora.
Dave Turner in una scena del film The Old Oak

La speranza ormai è oscena“: in modo brutale vogliamo che si inizi a parlare di The Old Oak. Non perché si basa sulla brutalità, ma perché se ci nascondiamo dietro le attenuanti non ne comprendiamo l’esatta necessità. “Ma se smetto di sperare il mio cuore smette di battere“, è una frase di Yara, la protagonista, ma è anche il senso di un Ken Loach che a 87 anni continua a fare film così.

La cosa che a chi scrive preme dire, però, è una: quanti delle nuove generazioni professano la speranza in un mondo diverso, nonostante sembri ormai impossibile crederci? Tanti, sembra. E allora troppo pochi conoscono Ken Loach, i suoi film e troppo pochi sono andati al cinema a vedere The Old Oak. Questa è una questione da considerare, se parliamo di società e cinema: Loach non è un regista da vecchi e da adulti. I suoi film urlano per quei giovani che urlano per le piazze, e alimentano quelle voci. E allora devono arrivare a più gente di quella generazione, quella che ancora sa prenderne in eredità la speranza e processarla in qualcosa di attivo e reale. Tutti gli altri sono la causa della morte della speranza, per loro The Old Oak e Ken Loach non servono già più.

Shukran, Mr. Ballantyne!

TJ Ballantyne vive in un villaggio dell’Inghilterra del Nord, e distribuisce pinte di birra agli avventori del The Old Oak, il pub che rappresenta ormai l’ultima e unica possibilità di spazio comune per i cittadini del posto. A sconvolgere il villaggio è l’arrivo di un autobus di profughi siriani, che vivranno accanto alle loro case. Sono per lo più donne e bambini, di poco diversi da loro, anzi per certi aspetti quasi uguali perché sia gli abitanti quanto gli immigrati vivono una qualche situazione di disagio e difficoltà da cui vorrebbero scappare. Proprio per questo nascono l’intolleranza e il razzismo, lo spiega bene Umberto Eco:

Il razzismo, che è la forma patologica di una reazione naturale al cospetto della diversità, nasce dalla prossimità, di fronte a qualcuno che è quasi uguale a noi, al di là di qualche particolare. Il razzismo nasce da un ‘quasi’ e su questo ‘quasi’ prospera.

In questo contesto di tensione e guerra allo straniero, TJ Ballantyne viene ringraziato da Layla – la reporter siriana che diventa subito protagonista del film – per la gentilezza che ha dimostrato loro quando sono arrivati. Viene da chiedersi: “ah ma quindi esiste ancora? Cioè si può ancora essere gentili?” Mr. Ballantyne vuole dirci di sì, anche se pagherà caro il prezzo della gentilezza. E allora “Shukran, Mr. Ballantyne!“, come gli dice Layla – perché nella sua lingua vuol dire “grazie“.

Una macchina fotografica contro le porte sbarrate

Dave Turner ed Ebla Mari in una scena del film The Old Oak

Gli abitanti del villaggio ripetono una parola, fino all’esasperazione: l’aggettivo possessivo “mio/nostro“. “Le nostre strade“, “il nostro villaggio“, “casa mia“, addirittura “il nostro pub“. Percepiamo l’ossessione della rivendicazione di ogni centimetro di spazio, animata dal terrore insensato che qualcuno stia lì per portarglielo via. In ogni ripetizione degli aggettivi possessivi par di sentire lo sbattere delle porte sbarrate, l’imperativo a non lasciar entrare nessuno nei loro spazi, il chiavistello che da rumore quando si chiude a chiave.

Dall’altro lato un click. Quello di una macchina fotografica. È la prima cosa che rompono a Yara, proprio all’inizio del film, appena scesa dal bus. Un superpotere per i propri occhi è l’unico “mio” di Yara. Non perché non abbia nient’altro, ma perché ammette lei stessa che è la sola cosa che è stata in grado di salvarla. Nei campi di cui ha documentato la vita, fra le ingiustizie e le violenze in Siria. Il “mio” di Yara è una tensione verso l’esterno, per poterlo capire il più possibile e zoomare a fondo.

È tutto qui The Old Oak: l’intolleranza, l’indifferenza e la perdita di umanità sono figlie della chiusura delle porte – che è il riflesso della chiusura mentale. Se sono chiuso dietro la porta non mi guardo intorno. Se non mi guardo intorno non vedo. Se non vedo non ho modo di descriverlo. E se non lo descrivo non lo capisco. Allora lo temo, lo ripudio, lo combatto. Yara si dice salvata dalla macchinetta fotografica, invece, perché è il mezzo che le ha permesso di guardare, riprodurre, capire: l’ha resa umana. Questa è la vera salvezza: essere umani in un mondo dall’umanità sempre più assente.

Cani che azzannano e cani che muoiono

Una scena del film The Old Oak

Marra è il cane di TJ, che il 9 Aprile di qualche anno prima gli ha riacceso il senso della vita. Sentire qualcuno che respirava accanto a lui lo ha fatto tornare indietro, rinunciare a quella che aveva programmato come l’ultima sua grande nuotata. Sempre di più vediamo il cinema popolarsi di cani che tengono in vita i loro padroni. Non se la prendano gli animalisti, né si pensi che si voglia fare un attacco ai cani. Ma se siamo ridotti a doverci salvare perché un cane ci vuole bene, la domanda è: che fine hanno fatto gli umani?

I cani, in The Old Oak, ricreano umanità al posto degli umani. Ma sempre i cani mostrano chiaramente cosa vuol dire essere animali. Senza troppe alternative nel mezzo: o si è cani-umani, che sanno coprire le spalle degli altri; o si è umani-cani, ovvero in grado di azzannarsi a vicenda come prede. Cosa rende cane un uomo? La spasmodica ricerca di un nemico. Si sa, che ogni gruppo sociale fatica a fare a meno di un nemico, un surrogato in cui condensare tutte le cose che di sè si odiano, per attaccarle e così liberarsene sulla pelle di qualcun altro.

Che cosa è andato storto?

The Old Oak lo spiega benissimo: il capro espiatorio potrà pure farti avere un nemico, ma combatterlo non elimina le cause dei tuoi disagi. Il nemico li porta solo allo scoperto, i disagi ci sono già, e – vigliacco e disimpegnato – per l’uomo è molto più semplice rimproverare un altro piuttosto che se stesso.

In una delle frasi finali di TJ sta tutta la drammaticità di The Old Oak. È la domanda che Ken Loach sembra rivolgere all’umanità intera in tutti i suoi film, se ci diamo la possibilità di capirli. Visto che non sei stupida, allora che cosa ti sta succedendo? Dov’è finita quella umanità ritratta nelle foto appese alle pareti del pub, che si permetteva di realizzare qualcosa insieme? Sono ritratti mucchi di persone, che fanno qualcosa all’unisono e conducono una vita comune. Che cosa l’ha resa tutto questo?

Non sei un uomo stupido, allora come sei potuto diventare questo?

Tornando al discorso iniziale: TJ agli adulti del villaggio risponde con la bocca chiusa, forse per rassegnazione – di certo non per paura. Ai ragazzini, ai giovani, invece, prova sempre a dire qualcosa, li contraddice e provoca. Lo ripetiamo in conclusione, se sei giovane, hai vent’anni, e la speranza non è ancora un’oscenità: trova un modo per guardare The Old Oak. Perché un’umanità capace di commuoversi per la grandezza di una chiesa o il canto di un coro, se ci smuoviamo per crearla, potrà esistere ancora.

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