La Chimera, recensione: le Rohrwacher sognano pecore etrusche?

La Chimera non è solo uno dei migliori film italiani dell’anno. Ma ripercorre un itinerario cinematografico che si sta facendo corrente, nelle mani di Alice Rohrwacher. Fatto di tombe etrusche, ciminiere brulicanti, archeologi sensitivi e un tempo sospeso nel magico. Al cinema dal 23 novembre.
La locandina del film La Chimera

Si esce ch’è mattina, da La Chimera di Alice Rohrwacher. Una mattina dello spirito, una mattina dei sensi, la posizione del sole qui, lungo l’orizzonte della Croisette di Cannes 76, c’entra poco.

Si esce con le mani violacee, da La Chimera di Alice Rohrwacher. Dopo una standing ovation durata, quanto, dodici, quattordici minuti, a Cannes 76? Chi scrive non ama le standing ovation, evita le prime del pubblico in favore delle proiezioni stampa proprio per schivarle. Non sono rappresentative. Qui invece non solo vi prende parte, ma incalza, spera che quella standing ovation non finisca più. Meglio le mani viola.

Si scrive, de La Chimera di Alice Rohrwacher, sapendo di non rendergli giustizia. Si tratta, arduo compito, di spiegare una bellezza inafferrabile, sfuggente per natura, ma che persiste, e forte, nelle sensazioni, nelle emozioni. E nella consapevolezza che, con questo film, Alice Rohrwacher riafferma ancora una volta non solo il suo sconfinato talento, ma la costruzione attiva e costante di una vera e propria poetica cinematografica di cui lei, nella sua genuinità, forse neanche si fregia. Eppure quella poetica si è resa corrente, ispira ogni anno nuovi seguaci – viene da pensare a Re Granchio di Rigo de Righi e Zoppis, ma anche a Le vele scarlatte di Pietro Marcello – e viene guardata con sempre maggiore interesse anche in altre fette di mondo.

Realismo magico paleocristiano

Siamo nella Tuscia degli Anni ’80, ma potrebbe essere quella del Secolo ‘800 per quanto ne sappiamo. Avanti o Dopo Cristo, a seconda dell’ora di luce. Arthur (Josh O’Connor) è un ex tombarolo con poteri da medium. Metà archeologo, metà sensitivo, riesce a percepire resti di tombe – etrusche soprattutto, ma non solo – da segnalare ai suoi compari interessati solo al denaro, non al ritrovamento in sé. Arthur aveva abbandonato quella vita, ma con la perdita del suo grande amore, Beniamina, torna dal Regno Unito in quella casa di sole donne e, dopo un’iniziale reticenza, riprende la sua attività.

In questo tempo sospeso, in questo luogo d’altromondo, che ci si trovi sopra o sotto il terriccio e l’argilla, fra crepe di antiche case padronali e all’ombra di mura medievali, si dipana ancora una volta il mondo immaginifico di Alice Rohrwacher. Un luogo che potrebbe essere in ogni tempo e un tempo che potrebbe essere in ogni luogo. Viene da pensare al realismo magico di memoria sudamericana, alla Macondo di Marquez. Ma con qualcosa di diverso, paradossalmente, strettamente legato ai luoghi. A una dimensione rurale, bucolica, agreste. Che fu di Lazzaro Felice e ora nuovamente de La Chimera. Come guardare una statua decapitata dal tempo e non saper spiegare il perché, ci trasmetta tanta bellezza. Di solito la cosa può dipendere da due fattori: o chi scrive è un incapace, o l’opera è troppo bella. In questo caso, quindi, probabilmente, entrambe.

Di antichità incontaminate dall’amianto

Josh O'Connor in una scena del film La Chimera

Come in Lazzaro Felice, anche ne La Chimera si assiste a questo incontro-scontro di una natura e un’antichità incontaminate con i nuovi mostri della rapidità tecnologica e novecentesca. Le ciminiere di un’ILVA che si stagliano a un passo dalle spiagge, coi liquami venefici e l’eternit assassino che vanno a tuffarsi in mare. Ma lasciando inviolato, appena sotto la superficie, un mondo rimasto celato per duemila anni, uno scrigno non ancora scoperchiato. Lì sotto si respira ancora un’aria che noi, coi fumi d’amianto, non respireremo mai più.

Per questo sorge la domanda, soprattutto ci è sorta da quando abbiamo incontrato Alice Rohrwacher e ci siamo resi conto che sì, a tratti, somiglia fiabescamente ai suoi film, sembra uscita da quel mondo lì. E la domanda è: Alice Rohrwacher sogna pecore etrusche? In che lingua sogna, quando sogna? È la stessa che ritroviamo nei suoi film? A proposito di lingua, tanto di cappello allo sforzo di Josh O’Connor nel superare il gap linguistico. Un ruolo, questo, che dimostra tutta la bravura di O’Connor. Persino a chi – chi scrive – non l’aveva mai potuto soffrire.

La natural burella

Nella Divina Commedia, la “natural burella” che conduce Dante e Virgilio fuori dagli Inferi, uscendo dall’altra parte in una notte di cielo stellato, viene descritta come una tomba. Lo stesso è per Arthur, che nel passo più lungo oltre l’oblio sbuca dall’altro capo del filo. Lo stesso è stato per noi una volta usciti da quella sala. E lo stesso, auspichiamo, sia per voi. Perché La Chimera sarà al cinema dal 23 novembre. Ed è senza ombra di dubbio il miglior film che possiate andare a vedere in sala in questi giorni. Potreste andare allo spettacolo delle 16:00 e uscire alle 18:00, e di questi tempi fa notte presto. Ma non importerà. Noi, dopo aver visto il film a Cannes, ne siamo usciti che era tramonto. Ma presi com’eravamo da quel mondo immaginifico in cui il tempo non conta più, l’abbiamo scambiato per Alba.

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