Ritorno a Seoul, recensione: un triste viaggio in Corea del Sud

Ritorno a Seoul è l'ultimo film di Davy Chou, arrivato in Italia l'11 Maggio 2023. In questa pellicola ci racconta di Freddie, una ragazza coreana adottata fin da subito da una famiglia francese. Per caso si trova a dover intraprendere un viaggio per scoprire le sue origini, ma questo film nasconde molto di più.
Ritorno a Seoul, recensione: un triste viaggio in Corea del Sud

Ritorno a Seoul è un film di Davy Chou, arrivato nelle sale italiane l’11 Maggio 2023. Il regista franco-cambogiano si trova così al suo secondo lungometraggio, dopo Diamond nel 2016.

Con questo film (una delle più interessanti uscite del mese di maggio), Chou si trova a raccontare qualcosa che fa parte di lui, un ricerca di se stesso che passa per un viaggio. Dalla Francia alla Cambogia per scoprire un mondo nuovo, ma a cui è sempre appartenuto. Così anche Freddie, la protagonista, si trova casualmente al centro di un paese (la Corea del Sud) che sa tutto di lei, ma di cui lei non conosce niente.

Ritorno a Seoul, trama

Frédérique “Freddie” Benoît, interpretata da Ji-Min Park, è una ragazza nata in Corea del Sud, ma adottata da una famiglia francese. Un caso fortuito le farà passare due settimane di vacanza a Seoul, dove grazie all’amicizia stretta con Tena si deciderà a contattare i suoi genitori. Il padre risponde subito dopo essere stato contattato dall’agenzia di adozioni, ma la madre rimane in silenzio. La storia da qui in poi va avanti per otto anni, con diversi salti temporali che ci presentano di volta in volta una Freddie diversa, ma sempre alienata dalla realtà.

La Corea del sud, è dentro o fuori?

Freddie con Tena e suo padre
Freddie con Tena e suo padre

Freddie è a tutti gli effetti francese, se non fosse per quel viso tradizionalmente coreano. E mentre a più riprese rifiuta il suo sangue, si trova sempre più vicina alla radice del suo albero genealogico. Lei non voleva conoscere i suoi, non voleva andare a Seoul, in tutto il film lei si lascia spingere dalla storia, mentre vuole farci credere di essere forte, e di riuscire a controllarla. Lei vorrebbe essere francese, ma è coreana; lei vorrebbe essere felice, ma è triste.

Il rapporto con suo padre non può decollare. Non possono nemmeno parlare senza un interprete. In più la differenza culturale si fa sentire parecchio, e soprattutto quel modo tipico degli uomini coreani di esternare senza freni il proprio dolore. Freddie non può più stare lì, è arrivata perfino ad odiare quel posto, ad odiare suo padre.

Ritorno a Seoul, e poi ancora e ancora

Ji-Min Park in Ritorno a Seoul
Ji-Min Park in Ritorno a Seoul

A un certo punto, dopo aver provato e sperimentato più lati di quella città in un secondo viaggio, Freddie torna a Seoul per lavoro. Vende missili e sistemi di difesa per conto di un’azienda militare francese. Penso che questo sia solo un modo di Chou per dirci “basta, se ancora stavate empatizzando con lei smettetela“. Ma ancora un po’ ci abbiamo creduto in lei, anche perché non torna da sola, ma con il suo ragazzo Maxime, gentile, bello ed adorabile in ogni suo comportamento.

Freddie concede pure una cena al padre facendosi più matura, più aperta ad accogliere i suoi sentimenti. Ma poi succede qualcosa. Non è più lei a scegliere di andarsene. Perde di nuovo il controllo della storia e vuole dimostrare di essere più forte del destino. Qui Davy Chou se la ride e ci dice “vi avevo avvertiti“.

Lo spettro della madre

All’ennesimo ritorno nella città di Seoul, e all’ennesimo tentativo contraddittorio di mettersi in contatto con la madre, finalmente succede qualcosa. Freddie lo ammette, per lei incontrare sua madre sarebbe importante, fondamentale. Forse è l’unica persona a cui tiene nonostante non l’abbia mai conosciuta. Quando però l’occasione capita cosa succede? Per tutto il film lo spettro della madre ha tenuto Freddie chiusa in se stessa, con una sorta di corazza ostile pronta a difenderla dalla vita.

Ritorno a Seoul ma non cambia mai

Ritorno a Seoul, una scena del film
Ritorno a Seoul, una scena del film

Una Seoul come non si era mai vista, affascinante e sfuggente. Non si riesce mai a viverla davvero proprio perché la protagonista non ne è in grado, nonostante quello che vuole farci credere. E come Seoul, Freddie non cambia mai, nemmeno dopo otto anni, nemmeno dopo aver conosciuto i suoi genitori. Quei pezzi non si incastrano più nella sua anima, che fin da piccola si è frammentata.

Una regia che stringe in numerosi primi piani, di lunga durata, quasi a farci sentire intrappolati con Freddie in questo percorso guidato come in un videogioco. Non è possibile cambiarlo finché non hai raggiunto la consapevolezza di chi sei.

Ritorno a Seoul prende il disagio sociale di una ragazza adottata per riflettere su una condizione che accomuna ogni essere umano: la tristezza e da cosa deriva, e in quale modo viene affrontata. Alla prossima recensione su Ciakclub.it

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