ll male non esiste: recensione dell’ultimo, strano film di Hamaguchi

Vincitore del Gran Premio della Giuria Venezia 80, Il male non esiste, l’ultimo di Ryūsuke Hamaguchi (vincitore del premio Oscar per Drive my car), è l’imbroglio di Fontamara in chiave giapponese, incentrato su una piccola comunità rurale giapponese all’indomani dell’arrivo “del progresso, del futuro”.
Hitoshi Omika e Ryo Nishikawa in una scena del film Il male non esiste

Che siginificato ha il finale de Il male non esiste? Perchè un cervo sembra essere più centrale della trama stessa del film? “Come hai fatto Frank? Come hai fatto a superare l’esame da avvocato?”. “Viktor, ti senti in pericolo nel tuo Paese?”. “Chi era la talpa a Sanremo?”. Ci sono storie in cui una domanda sembra guidare tutta la narrazione. Ci sono storie in cui una domanda può alterare tutto il senso del film. “Il male non esiste è un capolavoro”. “Il male non esiste conquista Venezia 80”. “Il male non esiste è il racconto delicato di Hamaguchi”. 

Con Drive my Car il regista portò su schermo uno dei migliori titoli del 2021, eppure, con Il male non esiste continuiamo a pensare al cervo e al finale, al finale e al cervo e ogni tanto al titolo.

Di cosa parla Il male non esiste

Mizubiki è un piccolo villaggio vicino Tokyo, abitato da una comunità autosufficiente, in cui Takumi, il protagonista, veste il ruolo di tuttofare. Takumi vive con sua figlia Hana. Della madre non c’è traccia, tranne lo scorcio veloce di una foto incorniciata. Non è importante sapere se Takumi sia single, se sia vedovo, importa solo il fatto che i due vivano da soli immersi nella quiete dei boschi del villaggio. Takumi esegue ogni mattina le stesse azioni e il regista le riprende una ad una, le mostra senza tagli, le mostra senza musica, una ad una. 

Il taglio della legna in ogni suo passaggio, il suono delle ruote della carriola con cui la porta a casa, poi il rumore dell’ accendino che non si accende. Tre volte. Conti anche quante volte espira il fumo in tutta la scena. Takumi prende l’acqua al fiume e la porta finalmente a casa. Un giorno, però, la sua routine viene alterata dall’arrivo di due burocrati da Tokyo. Durante l’incontro i due presentano alla comunità il progetto di costruzione di un glamping (un sito di hotel di lusso circondato da attività in stile campeggio – una tipologia di struttura ricettiva, dicono, sempre più richiesta, sempre più redditizia). 

I due, che dovevano presentarsi come due imbonitori, non sono invece abbastanza preparati alle domande dei cittadini. La costruzione del sito prevede infatti anche la costruzione di una fossa settica che andrebbe ad inquinare i pozzi a valle, pozzi di cui tutta la comunità si serve ogni giorno per avere l’acqua in casa. Mentre le due parti discutono dell’errore nel localizzare i punti di drenaggio per il glamping, osserviamo i due burocrati, improvvisamente meno convinti, fare marcia indietro e riferirlo in videochiamata al supervisore a Tokyo, che decide di acquietare la comunità assumendo Takumi come tuttofare all’interno del glamping.

In quanti modi si può parlare di ambientalismo?

Il cast de Il male non esiste in una scena del film

Tanti. Lo si può fare in maniera più didascalica, lo si può fare in maniera più anticonvenzionale: i Disaster Movie, ne erano un esempio, strano a dirlo. E  lo si può fare anche in maniera più semplice, attraverso la forma stessa del film. Un film che fino a metà della narrazione si presenta come volutamente lento, descrittivo, fotografie a campo lungo dell’ambiente circostante, suoni monotoni. Pensi alla sequenza infinita di suoni iniziali di C’era una volta il West.

Pensi a quando è stata l’ultima volta in cui una giornata si è conclusa così, senza far nulla. Immersa nella noia e nel silenzio, e quel giorno proprio non viene in mente, perchè alla fine, si trova sempre qualcosa da fare. Ma Hamaguchi, Takumi e la comunità sembrano voler dire: è noioso ma noi non siamo pronti ad abbandonare quella noia. Il glamping cambierebbe la vita della comunità per sempre. Ci sono poi i dialoghi costruiti sui due burocrati della comunità, i due burocrati che hanno deciso improvvisalemte di lasciare quel lavoro.

All’improvviso così innamorati di quella vita da chiedere a Takumi di tagliare la legna per puro piacere, allo chef del posto di provare un pasto frugale, a Takumi di parlare di cervi. “Senta posso provare a spaccare la legna?” –  “La ringrazio” – “Che esperienza incredibile”. Però quella forma di cortesia che crea confusione e a tratti disturba lo spettatore, ci ricorda non tanto un manierismo tipico del contesto culturale (perché i due burocrati sembrano essere gli unici ad essere permeati da quell’atteggiamento), quanto piuttosto fino a che punto i due fossero all’oscuro del progetto che avrebbero presentato, tanto da avere un cambio così repentino messi davanti alle prime istanze della comunità.

La domanda ne Il male non esiste

Ryo Nishikawa in una scena del film Il male non esiste

Le domande ne Il male non esiste. Riguardo ad un cervo che continua ad apparire morto durante il film, non c’è una vera spiegazione, ha detto il regista in una recente intervista. Si tratta di un animale maestoso da rappresentare. Riguardo al titolo, non possiamo fermarci al concetto di “male come banale, male incarnato persino da due burocrati”. Riguardo al finale del film, che non vi spoileriamo ma che sembra presentarsi come il momento del risveglio dello spettatore e dei personaggi (qualcosa in stile Short Cuts – America oggi), niente, non abbiamo una spiegazione. È difficile trovare spiegazioni al film di Hamaguchi  e soprattutto al suo finale.

O almeno, è difficile farlo senza cercare la libera interpretazione. E se da un lato, l’interpretazione è parte stessa della critica, forse con Il male non esiste occorre fare un passo indietro. Anche davanti al dubbio, alla noia. Davanti al fatto che per scrivere in modo sincero de Il male non esiste occorre cancellare e riscrivere la stessa frase al computer dieci volte. E allora iniziamo a pensare che Hamaguchi abbia si, parlato di ambientalismo, ma che abbia fatto soprattutto quello che un film dovrebbe fare: scomodare lo spettatore e mettergli in testa delle domande che più che domande diventano tarli fissi.

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