Asteroid City, recensione: anche Anderson ha la sua Los Alamos

Asteroid City, l'ultimo film di Wes Anderson, è uscito ieri nelle sale cinematografiche italiane. Noi lo abbiamo visto e lo abbiamo recensito. Un super cast e lo stile di Anderson saranno bastati a convincerci?
Asteroid City, recensione: anche Anderson ha la sua Los Alamos

L’Italia lo aspettava con trepidazione, e finalmente è arrivato. L’incontro ravvicinato con Asteroid City, l’ultimo film di Wes Anderson, è avvenuto ieri nelle sale cinematografiche del nostro paese. Le aspettative che circondavano l’undicesimo lungometraggio del regista texano, presentato alla Settantaseiesima edizione del Festival di Cannes, erano alte: con il suo stile estetico e il suo linguaggio cinematografico, il regista ha creato un immaginario amato da migliaia di cinefili sparsi per il mondo.

Nonostante questo, proprio lo stile e le fissazioni narrative di Anderson, esasperate e onnipresenti, sembrano essere diventate le zavorre che abbattono la qualità dei suoi film. Ma, bando alle ciance: ecco la nostra recensione di Asteroid City.

Asteroid City: la trama

Una visionaria scena dell'ultimo film di Wes Anderson, autore dal forte immaginario
Una visionaria scena dell’ultimo film di Wes Anderson, autore dal forte immaginario.

Asteroid City non esiste.

La storia si dispiega su tre piani narrativi che si alternano e si intrecciano nel corso della pellicola. Il primo vede protagonista un presentatore televisivo (Bryan Cranston) che racconta la genesi di una commedia, Asteroid City. Il secondo, inserito dentro il racconto del primo narratore, inscena la creazione dello spettacolo e introduce le figure del drammaturgo (Edward Norton), del regista (Adrien Brody) e del cast, e si alterna con la storia vera e propria (terzo livello narrativo), quella della cittadina di Asteroid City.

Nel 1955, nel punto più isolato del deserto statunitense e con test atomici che si susseguono all’orizzonte, la piccola città di Asteroid City accoglie alcuni visitatori per il conferimento di cinque premi scientifici ad altrettanti giovani inventori. La cerimonia è l’occasione per l’incontro di bizzarri personaggi (un fotografo depresso, una star di Hollywood, una maestra, alcuni genitori esigenti, scienziati e militari, cowboys e bambini) e per alcuni eventi scientifici.

Durante un’osservazione notturna del cielo, il gruppo viene in contatto con un alieno. Il bizzarro extraterrestre ruba silenziosamente l’asteroide che dà il nome alla città e se ne va. Posti in uno stretto regime di quarantena, gli sconosciuti giunti ad Asteroid City si trovano a convivere per un periodo di tempo, cercando di passate le giornate come possono. L’isteria per l’incontro ravvicinato (che influenza i disegni e le domande dei più piccoli; che terrorizza e confonde gli adulti) segna la vita della cittadina e le relazioni che nascono tra i personaggi, fino alla fine della storia. Della commedia. Del programma televisivo. E del film.

Wes Anderson è molto anche per Wes Anderson

Scarlett Johansson in Asteroid City
Scarlett Johansson in Asteroid City.

Dopo il modesto successo di The French Dispatch, Wes Anderson (recentemente sono usciti su Netflix anche una serie di mediometraggi da lui diretti, qui un nostro articolo) torna in sala con un altro film pienamente in linea con il suo stile. Simmetrie in abbondanza, script surreale che oscilla tra commedia e dramma, personaggi modellati secondo uno stile molto preciso e atmosfera pastellosa la fanno da padroni. Senza tuttavia convincere appieno.

L’effetto matrioska è portato alle estreme conseguenze, con i vari piani narrativi che si mescolano in maniera disomogenea, perdendo tutti di efficacia (tanto da rendere necessario l’uso del bianco e nero per rendere chiaro il passaggio da uno all’altro). La storia della cittadina è divertente e in pieno stile Anderson, ma le cornici costruite attorno ad essa sembrano ridondanti e forzate, spesso deleterie ai fini del racconto. In poche parole, evitabili.

La narrazione centrale, quella dei personaggi bloccati nella cittadina di Asteroid City, è simpatica. Così come le figurine che vi si muovono. Ma la quantità di personaggi e di piani narrativi fa perdere di vista le sottotrame, con la conclusione dei vari segmenti che spesso e volentieri si perde di vista. Le pause contemplative e riflessive, che in alcuni film di Anderson (Fantastic Mr. Fox in primis) sono perfette, sono qui ridondanti e aggravano l’allontanamento dalle storie principali.

“Quando sai fare una cosa, mai farla gratis”. Vero, ma con moderazione

Jason Schwartzman, collaboratore storico di Wes Anderson, in Asteroid City
Jason Schwartzman, collaboratore storico di Wes Anderson, in Asteroid City.

Usciti dalla visione di Asteroid City, la sensazione non può essere di totale soddisfazione. Il regista texano sa raccontare le sue storie, eccome. E lo sa fare in un modo unico e assolutamente inimitabile. Sa di saperla avere questa grande capacità. L’impressione però è che, trovata la formula, Anderson abbia smesso di evolversi, standardizzando tutti i suoi racconti ad uno schema narrativo ormai immobile ed estremizzato.

Quello che è peggio per un film è lasciare indifferenti, e all’ennesimo film dello stesso stampo, questo è proprio il rischio che corre Wes con il suo Asteroid City. Che non è brutto, sia chiaro, ma che non è certo originale e divertente come altre pellicole dell’autore di Houston. Gli stilemi di Anderson sono fin troppo vividi, e sono forse loro stessi a fiaccare il film. Asteroid City è un’opera con guizzi divertenti, e altrettanto evidente pecche.

La scelta di mantenersi fedele a se stessi è lecita (e giustissima, specialmente in un cinema in cui le produzioni, spesso, si assomigliano tutte), ma non può essere la scusa per produrre film uguali tra loro. Un talento come quello del regista di Houston potrebbe ambire a vette decisamente più alte. Speriamo che con i prossimi film, Wes rischi un po’ la puntata. Asteroid City è un film medio, senza infamia e senza lode.

Asteroid City è l’amore per le piccole cose

Una scena del film
Una scena del film.

L’undicesimo lungometraggio di Wes Anderson non ha però solo difetti e rivela con maggior decisione il vero grande amore del regista: il concetto stesso di racconto. Il racconto che mette al centro i piccoli personaggi più che la grande storia. Il racconto delle piccole cose in grandi contesti (l’attualissima quarantena; la “caccia alle streghe” alla Oppenheimer, ma nei confronti di bambini troppo curiosi; il conflitto scienza-esercito). Non importa che sia attraverso il cinema (la sua arte), la televisione (la cornice più esterna di questo film), la letteratura (Grand Budapest Hotel) o il giornalismo (The French Dispatch). L’importante è raccontare le storie che amiamo.

Le star di Hollywood amano il cinema di Wes Anderson, l’unico regista in tutto il mondo a poter contare su cast da brividi praticamente gratis. Forse perché il cinema è anche narrazione di piccole storie, e i film di Wes Anderson riportano spettatori e attori (che sembrano divertirsi tantissimo!) alla radice stessa dello storytelling. I film di Anderson sono storie natalizie davanti al camino e, nonostante ultimamente ci faccia un po’ inca*zare, Wes merita di veder riconosciuto il suo grande amore.

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