Foglie al vento, recensione: gli amori incomunicabili di Kaurismaki

Aki Kaurismäki, forse il miglior regista finlandese, porta avanti ancora un altro po’ quella sua Trilogia dei Perdenti con questo suo Foglie al vento, Premio di Giuria a Cannes 76. Parlando di Finlandia, quindi di incapacità di parlare. Sotto sotto, una commedia d’amore strana e intelligentissima.
Alma Pöysti e Jussi Vatanen in una scena del film Foglie al vento

Vedo Foglie al vento, del già considerato più grande regista finlandese Aki Kaurismäki, in quel di Cannes 76. Non sapendo ancora avrebbe vinto il Premio della Giuria, quando ancora si cercava di tirare le somme di chi avrebbe meritato più di tutti la Palma d’Oro andata poi a Justine Triet. Io non sono bravo a tirare le somme, non ho senso pratico in questo. Amo i film e basta. Quindi dico: “Deve vincere la Palma d’Oro“. Mi si risponde, un collega di una certa esperienza: “Non gliela daranno, è troppo intelligente per loro“. Non che Anatomia fosse stupido invece, sia ben chiaro.

Ma in questa risposta, trovo riassunto tutto il senso e la grandezza di Foglie al vento in particolare e del cinema di Kaurismäki più in generale. È troppo intelligente, troppo raffinato, troppo in controtempo rispetto ai ritmi cui la società occidentale e post 2000 – o forse semplicemente la Società del Sùr, magari al Nord se la passano diversamente, come questo film sembrerebbe voler raccontare, fra le tante, altre cose – ci ha abituato. Ma quel “troppo”, si faccia attenzione, non è un guasto del film: è nostro. E quindi, se questo film l’avesse vinta poi, quella Palma d’Oro, l’avrei definita scherzosamente la meno “kaurismatica” delle ultime annate. Intendendo, ovviamente, l’opposto. Quanto cioè, proprio in questo anti-carisma dei suoi personaggi e delle sue lande emotive, risieda l’enorme carisma cinematografico di Foglie al vento. Non a caso, la rivista Sight and Sound l’ha inserito nella lista dei 50 migliori film del 2023 (ci saremmo stupiti del contrario).

Forse devo riconnettermi un po’ meglio con le mie emozioni e sensazioni, o quantomeno imparare a comunicarle meglio, non per opposti. Foglie al vento, mi ha insegnato a farlo un po’ più di prima. Ora vi spiego perché.

Ansa e Holappa, foglie al vento

Holappa, nome ch’è tutto un programma, è un operaio di mezza età che partecipa, coi suoi sforzi da agonista del bicchierino di troppo, all’espansione edilizia di una Helsinki avviata al miraggio della ripresa per mezzo della gentrificazione e dei lavori pubblici, trasformata in realtà in groviglio disseminato di cantieri a cielo aperto. Riletto: partecipa ben poco. Licenziato da una parte e dall’altra perché sempre in doposbronza, tutte le sere e fino alla mattina ritorna al suo vero e unico posto a tempo indeterminato: quello al pub di quartiere, per spappolarsi il fegato, quanto ancora chissà, fino ad ammazzarsi dalla noia probabilmente.

Con lui il fido compagno Huotari, spalla comica da applausi a scroscio, che forse ha perso un po’ meno le speranze di Holappa di quagliare e quindi tenta ancora approcci da piacione alle poche, sfortunate avventrici del loro stesso bar. Fra queste Ansa – Alma Pöysti, candidata pensate ai Golden Globes 2024 (lo è anche il film) – che Holappa invita al cinema. E al cinema ci vanno. E lei gli lascia un biglietto col suo numero. E lui, tempo neanche trenta secondi, per accendersi la duecentesima sigaretta della giornata, si fa cascare il bigliettino dalla tasca e perde, apparentemente, qualunque possibilità di ritrovarla. O forse ci riuscirà. O forse il suo alcolismo a un certo punto verrà fuori, e quelli sono Paesi in cui è la seconda causa di decesso dopo la noia, di solito le due cose sono collegate. Quindi è un tasto dolente insomma, meglio cercarsi un cane.

Amore, cinema e zombie

Alma Pöysti e Jussi Vatanen in una scena del film Foglie al vento

Come sempre nel suo cinema e nella sua Trilogia dei Perdenti (Ombre nel paradiso, Ariel, La fiammiferaia), resa ora evidente tetralogia, Kaurismäki parla con l’assenza di parole. O meglio, con l’incapacità di pronunciare quelle giuste. Huotari in particolare sembra esser campione in questo. In Foglie al vento convivono tantissimi livelli: umani, sociali, emotivi e di un popolo tutto. C’è forse tutta la Finlandia, quella degli stereotipi che noi che viviamo al sole tendiamo troppo spesso ad attribuirgli (alcolismo, tasso di suicidi, depressione e via dicendo) e poi esattamente quella che vuole vincere questi stereotipi, riappropriandosene, offrendosi semplicemente, nell’ultimo strato, quello più al cuore di tutto e al contempo quello più immediatamente categorizzabile, come una storia d’amore. Una commedia (d’amore) degli errori.

E c’è anche il cinema, nel cinema di Kaurismäki. Paradossalmente, quello che vedremmo più lontano da lui. Scene alla Blues Brothers, di chi si mette gli occhiali per partire all’avventura. E poi il cinema nel cinema, con questa sparuta sala d’essai che riproietta grandi classici e nuovi perdenti. Perché forse persino I morti non muoiono di Jim Jarmush, così fortemente criticato in quel di Cannes un paio di edizioni prima e che proprio Ansa e Holappa vanno a vedere, meritava un po’ più di riconoscenza. Perché forse sì, come dicono altri due avventori prima di salutarsi e incamminarsi in direzioni opposte dello stesso marciapiede, negli zombie di Jarmush “c’è un po’ di Bresson” – battuta, questa, che varrebbe da sola una Palma d’Oro.

Come a dire che il cinema sui perdenti e questi zombie alienati che altro non siamo che noi, potrà rifarsi a radici alte o radici “basse”. Che gli zombie possono essere proprio zombie, oppure semplicemente uno dei tanti Holappa che incontriamo alle sei del mattino, barcollanti (più noi o lui, ancora da capire), quando noialtri si va a lavorare con questa instancabile e mal riposta fiducia per lo sforzo collettivo e il mito dell’operosità. Ma in entrambi i casi, chiunque faccia cinema dei perdenti, farà sempre grande cinema. Cinema per chi, le somme non le sa tirare. Cioè uno come me. E se ci riflettete un attimo, anche come voi.

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