The Apprentice fa felice Trump (anche se non l’ha capito): la recensione

A pochi giorni dalle elezioni USA, The Apprentice arriva come una spina nel fianco per Donald Trump. Ma il tempismo tradisce un’operazione mirata che inciderà ben poco. Perché The Apprentice è il ritratto di uno squalo senza scrupoli, cioè l’esatto motivo che spinge a votarlo. Serviva altro.
Jeremy Strong (Roy Cohn) e Sebastian Stan (Donald Trump) nella locandina del film The Apprentice

Presentato in concorso a Cannes 77, The Apprentice si aggiungeva come ennesima, interessantissima deviazione in una delle filmografie più eterogenee e imprevedibili degli ultimi tempi, quella di Ali Abbasi. Regista iraniano naturalizzato danese – coordinate, queste, tutt’altro che secondarie – si fa notare nel 2018 con Border – Creature di confine, film di chiara impostazione nordica. Poi nel 2022 torna “a casa” con il film rivelazione Holy Spider, un thriller su un serial killer di donne ambientato in Iran e dalla forte matrice politica: il killer in questione uccide prostitute con un velo, le sue motivazioni sono religiose e sessiste.

Quello stesso anno a Cannes era stato presentato anche La cospirazione del Cairo di Tarik Saleh (qui la nostra recensione), lui di origini egiziane ma di adozione svedese. I due registi condividono molti tratti comuni e presi insieme offrono la doppietta involontaria di una certa direzione filmica: entrambi sono, seppur in modo diverso, degli esuli; entrambi trovano una nuova casa nel Nord Europa e da lì criticano le recrudescenze religiose dei loro Paesi di provenienza; entrambi tornano in quei Paesi ma non girano veramente lì, né locali sono ovviamente le produzioni; entrambi infine si rifanno a un certo neorealismo mediorientale ma venato di forti contaminazioni dal cinema di genere, per Saleh il thriller di spionaggio e per Abbasi il crime.

L’impresa successiva di Abbasi dopo Holy Spider, credeteci o meno, è girare due pregiatissimi episodi di The Last of Us. Quindi, quando poi alla fine dello scorso anno fu annunciato che il suo film successivo sarebbe stata una satira grottesca “alla Succession” sull’impero edilizio di Donald Trump, fu semplicemente l’ennesima sorpresa in una filmografia piena di sorprese. Io, personalmente, The Apprentice era il film che più attendevo a Cannes 77, e il tempismo non era un fattore secondario. Ma proprio tenendo conto del suo tempismo – ormai è uscito in sala e l’ha fatto a meno di un mese dalle elezioni USA del 5 novembre – trovo che Ali Abbasi potesse incidere molto di più, nel dibattito, di quanto la linea d’attacco scelta dal film non abbia il potere di fare. Ve lo anticipo già: il Trump di Sebastian Stan è un grande stronzo, ma il problema è che lo sapevamo già; il problema è che lo voteranno proprio per questo.

Il tempismo di The Apprentice non è secondario

Ricordo distintamente la sera in cui arrivò l’annuncio di The Apprentice, ricordo dov’ero e la fretta con cui girai il comunicato al redattore che ne avrebbe dato notizia. Era la vigilia di dicembre e The Apprentice aveva appena trovato il suo protagonista, il Sebastian Stan ben noto nei panni del Soldato d’Inverno nell’MCU e che ora sta visibilmente cercando di scrollarsi di dosso il peso di quel braccio di metallo con una serie di ruoli impegnati, ma non del tutto riusciti – a Berlino abbiamo visto A Different Man, un ruolo dal valore evidentemente autobiografico ma difficilmente inquadrabile.

Comunque: a dicembre l’annuncio del protagonista, e da lì deve seguire la pre-produzione, le riprese, il montaggio e tutto il resto. Eppure, appena sei mesi dopo, ce lo ritroviamo lì pronto, in concorso a Cannes, segno che il cut finale doveva esser stato consegnato già da qualche settimana. È stata una produzione a tempo di record, evidentemente interessata a cavalcare il fattore tempismo (e questo non era un male, anzi, era proprio il motivo per cui lo attendevo tanto). Quindi a chi mi dice che nel giudizio di questo film non vada considerato quello che potrebbe succedere il 5 novembre, direi che si sta sbagliando. Perché per il suo tempismo, The Apprentice è un’operazione che va considerata eccome nella sua dimensione “propagandistica” (in senso buono). È certo vano pensare che potesse convincere i sostenitori di Donald Trump a votare per Kamala Harris, ma è comunque (o quantomeno voleva essere) oltreché un film, una spina nel fianco all’interno della corsa elettorale.

Bene: poteva risultare molto più incisivo. Non dico potesse incidere effettivamente, ma poteva risultare più incisivo.

Donald Trump, un American Psycho

Jeremy Strong (Roy Cohn) e Sebastian Stan (Donald Trump) in una scena del film The Apprentice

The Apprentice è esattamente ciò che promette: una rappresentazione grottesca e cocainomane della New York a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, prima del boom edilizio e imprenditoriale che l’ha resa la Grande Mela che è oggi. Somiglia molto allo spaccato che ne fa Bret Easton Ellis in American Psycho, e infatti nella prima scena vediamo un completo anonimo Donald Trump – un signor nessuno: “Donald chi?” rimane la frase cardine del film scelta anche in apertura del trailer – aggirarsi in un esclusivo club nella spasmodica ossessione per yuppie molto più importanti di lui. Proprio come nel romanzo di Ellis, Patrick Bateman si aggirava negli stessi club nell’ossessiva speranza di incrociare Trump.

Anche la promessa “Succession” è portata a casa con l’introduzione di un clamoroso Jeremy Strong nei panni di Roy Cohn, inquietante avvocato di cui Trump farà la conoscenza e di cui diventerà, appunto, apprendista. Jeremy Strong è anche il vero pezzo da novanta di questo film e a livello attoriale soverchia notevolmente Sebastian Stan, che migliora al passare dei minuti ma fa comunque più lavoro d’imitazione che propriamente intepretativo.

Quindi The Apprentice non è propriamente un biopic solista su Donald Trump, a dirci che il mito del self-made man è una menzogna. Di più: che colui che ha creato Trump era un omofobo represso che morì di AIDS per le troppe orge queer (nel significato dispregiativo del termine). Al fianco di questo si dipanano i rapporti con la prima moglie Ivana (Maria Bakalova); quello con il fratello Fred, morto giovanissimo di alcolismo e di cui Trump si è sempre vergognato, portando avanti negli anni una vera e propria damnatio memoriae; quello con la mafia newyorchese – a malapena accennato in realtà – per la costruzione della prima Trump Tower.

L’obiettivo di The Apprentice è quello di presentarci il più abietto e senza scrupoli degli uomini, uno che picchiava la moglie, abbandonava la famiglia e tradiva i suoi mentori nel momento in cui diventavano scomodi, per il mondo (e successivamente l’elettorato) cui voleva rivolgersi. Trump è uno senza scrupoli, questo il messaggio che si trae da The Apprentice. Il problema è che il trumpiano medio risponderebbe proprio: “That’s what it takes“. E magari anche l’indeciso, di fronte a un mondo che gli viene raccontato sempre più minaccioso, per effetto del terrorismo psicologico portato avanti dal populismo trumpiano e dai populismi di tutto il mondo, si convince anche lui che sì, è meglio votare Trump, perché uno squalo senza scrupoli è proprio “quel che ci vuole se ti vuoi tenere cara la pelle. Il punto è che gli americani hanno un rapporto molto particolare con lo spirito d’impresa, sanno perfettamente e se ne fregano alacremente del fatto che per raggiungerla si debba essere disposti a tutto.

C’era un’altra strada, che era la stessa storia imprenditoriale di Donald Trump a offrire.

Donald Trump è “quel che ci vuole”

Jeremy Strong (Roy Cohn), Sebastian Stan (Donald Trump) e Maria Bakalova (Ivana Trump) nella locandina del film The Apprentice

Molti lo dimenticano, ma Trump in realtà non è mai stato tutto questo grande imprenditore. I suoi investimenti non hanno mai fruttato davvero come avrebbero potuto, pur con tutte le facilitazioni fiscali e appalti truccati del caso. Di più: nel corso della sua vita imprenditoriale, quegli investimenti sono costati a Trump una lunga serie di bancarotte. Quindi l’argomento che è sempre valso per uno che a Trump somiglia molto, e di cui Trump è stato silenzioso imitatore e apprendista (Berlusconi), per il Donald non vale: non è vero che un buon imprenditore saprà gestire altrettanto bene una nazione; soprattutto se poi, anche il fatto che sia stato un buon imprenditore, è molto opinabile. Questo, anche questo, si sarebbe dovuto ricordare di dire The Apprentice. Era l’arma migliore per smontare Trump, l’occasione perfetta per una satira che si voglia considerare tale, ed era pure in bella vista.

E invece The Apprentice si limita a satirizzare Trump sull’aumento di peso, le liposuzioni e i trapianti di capelli, simbolo di una corruzione e accumulazione capitalista che si fa sentire anche sul corpo. Si limita a suggerire che forse uno che picchiava e stuprava la moglie non è un buon candidato alla prossima Presidenza. Ma soprattuto pone Trump sulla cima più alta della sua torre più alta nell’atto di elencare le tre regole per il successo insegnategli da Cohn, che in breve sono: “1) Attacca, attacca, attacca! 2) Non ammettere niente, nega sempre 3) Dichiara sempre la vittoria, anche quando stai perdendo“. Ovviamente, se alla terza regola aggiungiamo quella famosa intervista in cui disse: “Beh, se le cose mi vanno male potrei correre per la Presidenza“, sono didascalie eloquenti di quanto sarebbe successo il 6 gennaio a Capitol Hill.

Ma il problema è che questi sono biasimi buoni per una sensibilità europea, tutta contenta di darsi reciproche pacche sulle spalle ogni volta che si trova d’accordo sul fatto che Trump sia uno stronzo. Di contro, l’americano medio non solo se ne frega, ma sta votando Trump proprio per quei due motivi cardine: perché è l’uomo forte pronto a passare sopra a tutto e tutti, e per la cultura misogina con cui sostiene di bloccare “l’avanzata woke“. Il punto è che un film come The Apprentice, al pubblico cui avrebbe dovuto parlare, non solo non dice nulla, ma rischia di suonare addirittura come una conferma, come un perfetto argomento di campagna elettorale. Per questo fa doppiamente sorridere che Trump non l’abbia capito, ostracizzando il film in ogni modo e diffidando i distributori americani dal farlo uscire al cinema.

The Apprentice è un Loro che doveva essere W.

Sebastian Stan è Donald Trump in una scena del film The Apprentice

Per tornare proprio a Berlusconi, mi sembra che The Apprentice faccia lo stesso errore che fu di Paolo Sorrentino con Loro. Un film che di Berlusconi ci diceva la cosa meno importante, che fosse uno che andava a donnine allegre, e non che fosse uno salito in politica grazie ai soldi riciclati della Mafia, con cui costruì Milano 2 e raccontò all’Italia il mito del self-made man. Per buttare giù figure del genere, prenderla dal lato già noto a è cosa inutile: bisogna prenderla proprio dal lato che vogliono nascondere, nel caso di Berlusconi la Mafia, in quello di Trump le bancarotte.

Perché l’ultima parola di Trump dev’essere pronunciata dall’alto di una torre, e non dal mezzo di una strada in cui si è ritrovato più e più volte? Perché non chiudere con una bancarotta, con un fallimento, soprattutto se l’intento è satirico? Questa è la domanda che, invece, deve aver ben tenuto a mente Oliver Stone quando tirò fuori quel piccolo capolavoro di W., il terzo capitolo della sua Trilogia Presidenziale dedicato a George W. Bush. Un film dal finale perfetto, che si chiude com’è iniziato, in un campo da baseball, ma in modo del tutto speculare: nella prima scena Bush prende la palla e nell’ultima non la prende. Ecco, quello sguardo intontito che vediamo negli occhi di Josh Brolin, di chi si è fatto fregare e non ha capito nemmeno come sia potuto succedere, quello è lo sguardo che avremmo dovuto leggere in faccia a Sebastian Stan in tempo per la fine. Questo, per me, il vero grande errore di The Apprentice: che Trump nel finale mostri addirittura come lanciarla, la palla.

Poi c’è chi dice, per tornare proprio a Berlusconi, che come Loro non voleva essere Il Divo ma piuttosto una rappresentazione della mentalità berlusconiana e dell’involuzione sociale con cui ha avvelenato l’Italia – quindi non propriamente un film su Berlusconi, ma sul berlusconismo – allo stesso modo The Apprentice non voglia essere un film su Trump, ma sull’America. Ma direi che in questa linea di pensiero (e in questo The Apprentice non è Loro) non trovino posto le intenzioni originali di Ali Abbasi, che proprio quel tempismo sembrava suggerire. Per un film che usasse Trump per scardinare l’America c’era tutto il tempo del mondo, non serviva chiuderlo in sei mesi giusto in tempo per le elezioni. Ciò che serviva, oggi, era un film che scardinasse Trump, o quantomeno ci provasse.

The Apprentice vi aspetta al cinema assieme alle altre uscite di ottobre.

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