A Different Man, recensione: uno scivoloso body horror A24

Un Elephant Man 2.0 sulla perdita identitaria e sui limiti dell’attore nell’era del “politicamente corretto”. Un body horror ben impacchettato, pieno A24, che fa però una gran confusione. Vogliamo pensare perché difficile il tema, non perché qualunquista il film.
Sebastian Stan, Renate Reinsve e Adam Pearson in una scena del film A Different Man

Recensione scivolosa quanto il nuovo film A24 presentato in concorso alla Berlinale 74: A Different Man, con protagonisti Sebastian Stan (il Soldato d’Inverno del MCU) e Renate Reinsve (già La persona peggiore del mondo, qui in concorso anche con Another End). Scivoloso per il tema che porta, altra ragione non c’è. Scivoloso perché si pone in controtendenza, su questo tema, rispetto alla posizione “corretta” o spacciata tale. Scivoloso perché a chi scrive è piaciuto, ma con tutti i dubbi che si ritrova a fine visione gli vien da chiedersi se non sia sbagliato, che gli sia piaciuto. Che gran confusione: nel film, nel tema o semplicemente nella testa di chi scrive; ancora da appurare.

E il tema di A Different Man è vario e variegato, ma alla prima superficie è un body horror che ragiona sulla perdita identitaria e la confusione fra ruoli e maschere. E più nello specifico, un film metateatrale e metacinematografico sui limiti del mestiere di attore in un mondo sempre più orientato a quell’insieme di, diciamo, accortezze, racchiuse in quel marasma semplificatorio e sentenzioso del “politicamente corretto”. Sentenzioso da parte di chi usa queste due paroline con accezione negativa, ma alle volte, quando portato all’estremo, anche da parte di chi ci vede un traguardo. Insomma, proviamo a fare un po’ d’ordine fracassando meno vetri possibili (perché sì, c’è da dire che questa cristalleria di argomenti sta diventando un po’ troppo fragile).

Una serie di premesse su A Different Man

Per capire fin dall’inizio il nocciolo di trama di A Different Man si parta da una cosa detta qualche tempo fa da Tom Hanks (e come lui molti altri) in riferimento a Philadelphia: che nel mondo di oggi, da etero sieronegativo, non potrebbe mai interpretare un personaggio omosessuale e malato di AIDS. E, aggiunse, “è giusto così“. Al che ci si solleva immediatamente: il ruolo dell’attore non è esattamente questo?

Il rispetto delle identità e l’aver vissuto sulla propria pelle esperienze specifiche, quando ci si trovi in una dimensione di realtà, è sacrosanto. Ma essere attore non è esattamente vestire le identità altrui? Il mestiere d’attore non passa esattamente per una iniziale perdita identitaria? E poi cosa intendiamo con identità? Fino a vent’anni fa ne riconoscevamo due o tre, oggi siamo disposti (almeno, alcuni di noi) ad accoglierne decine di altre. Chi ci dice che un domani non ci saranno tante identità quanti saranno gli individui del mondo, semplicemente in quanto monadi con un numero infinito di combinazioni non replicabili? E quando succederà, e speriamo succeda, significa che ciascuno di noi potrà offendersi perché un attore avrà “interpretato” – e già su questa parola potremmo interrompere lo sproloquio – una storia in qualche modo simile alla nostra, senza però essere noi? O senza essere stato “nei nostri panni”?

L’abbiamo fatta lunga perché il tema è complesso, le domande preparatorie per non offendere nessuno dovrebbero essere mille altre, e di certo A Different Man non aiuta. Pone banalmente il problema che non si potrà mai, non offendere nessuno. E che anzi sarà un problema di quel qualcuno, se dopo aver aperto la discussione intorno al (sempre semplificando) “politicamente corretto”, rifiuterà di accettare una risposta diversa, ma comunque educata, rispetto a quella che si aspettava. Insomma: sollevare il problema identitario in riferimento al mestiere degli attori può essere cosa buona e giusta. Ma è altrettanto giusto ascoltare risposte controcorrenti. A Different Man, e ora finalmente iniziamo a parlarne davvero, è la risposta controcorrente.

La trama di A Different Man

Sebastian Stan in una scena del film A Different Man

Edward (Sebastian Stan) è un uomo affetto da neurofibromatosi, una condizione genetica che produce tumori al livello del sistema nervoso, deformandogli completamente il viso. Per capirci: si scrive A Different Man, si legge The Elephant Man. Vuole fare l’attore, ma ovviamente viene preso solo per il ruolo del “Mostro”, o comunque di qualcuno che, su schermo, soffra della sua stessa condizione. Nel frattempo è segretamente innamorato della sua dirimpettaia, Ingrid (Renate Reinsve), che non sembra provare imbarazzo di fronte a lui, a differenza del resto del mondo.

Quindi, quando un medico gli decanta gli effetti miracolosi di una cura sperimentale, un procedimento cronenberghiano che gli spellerà letteralmente via gli strati tumorali, Edward ovviamente accetta. E la cura funziona. E sotto a tutti quegli strati di trucco prostetico spunta la faccia, volutamente bella come il sole, di Sebastian Stan. Che ora, unita al grande cuore di Edward che Ingrid ha imparato ad amare, potrebbe andare a bussare alla porta di lei e vivere il sogno. E invece, la sera stessa in cui la cura funziona, va in un bar in cui era stato qualche giorno prima per vedere se lo riconoscono. Si fa fare una fellatio da una, forse il primo atto sessuale della sua vita. E cambia identità.

Si presenta a casa di Edward e dice a tutti che Edward è morto, che lui è solo un amico. E diventa non solo un’altra faccia, ma proprio un altra persona, sparisce dalla vita di Ingrid per ricomparire col sorriso da imbonitore sui rotocalchi del settore immobiliare. È diventato Mr. Sorriso, il ragazzo immagine. Non sa ancora che Ingrid, aspirante sceneggiatrice per il teatro, in quei mesi di distanza in cui aveva creduto Edward morto, potrebbe aver scritto uno spettacolo Off-Broadway con un ruolo perfetto per Edward stesso. Il ruolo per cui Edward era nato, sì, ma il vecchio Edward, non il belloccio che ora si presenta a provino da Ingrid per interpretare sé stesso, non essendo più sé stesso.

I temi di A Different Man

Sebastian Stan in una scena del film A Different Man

Da qui in poi gli spoiler si sprecherebbero, quindi vi basti sapere che da questo punto in poi A Different Man procede avvicendando una serie interminabile di problemi identitari sempre nuovi, solleva dubbi sempre diversi, non fa in tempo a rispondere a una domanda che già ha aperto quella dopo, in un continuo salto fra piano del reale e piano del metateatrale. Forse perché non sa rispondere, forse perché non se la rischia davvero a rispondere come se la rischia nel porre molto più comodamente la domanda, forse perché succede spesso in tutto ciò che è “meta”, che quando non sia millimetrico ne risulti automaticamente una gran confusione.

C’è il tema che chi ha i denti non ha il pane e chi il pane non i denti. Che chi cambia identità, guadagna qualcosa ma perde sé stesso. Ma anche che c’è da capire bene, cosa sia il sé stesso. Se un volto “deforme” o l’anima cui faceva semplicemente da primo biglietto da visita, quello cui noi, sbagliando, attribuiamo la primaria importanza. Anche quando ci poniamo in accoglienza caritatevole e politicamente corretta: “Povero, non è solo questo!“. Ma forse c’è chi invece, affetto da determinate condizioni, sa benissimo di doverla considerare una realtà insopprimibile con cui dover fare i conti. E quindi potrebbe venirgli da sorridere, quando facendo finta di niente e come se nulla fosse stiamo proprio dando a vedere che quella cosa ci causa un problema, una reazione, tanto più autoevidente quanto più convinto il nostro far finta di niente e come se nulla fosse.

Nel peggiore dei casi, un buon film A24

Sebastian Stan in una scena del film A Different Man

Secondo chi scrive, A Different Man produrrà reazioni accese quando arriverà sul tavolo del grande pubblico. Chi lo eleverà a testa di ponte contro il “politicamente corretto”, chi lo condannerà a esempio perfetto di come non si debbano fare certi film quando si vada a parlare di certi temi. Ma scatenerà reazioni. E quindi l’unica analisi sensata da fare è forse questa, prevedere lo spettro potenziale di queste reazioni e capire o quantomeno tentare di capire dove il problema sia nostro, e dove del film.

A Different Man verrà percepito come un film molto furbo o molto stupido, quasi suicida di questi tempi. Furbo perché getta confusione laddove, chi questi temi li maneggia a dovere, confusione non ne ha affatto. Perché rimescola le carte giocando sull’idea che le carte siano già estremamente mescolate, e che quindi vale un po’ tutto, sta semplicemente seguendo l’onda. Sta semplicemente sfruttando efficacemente tutte le contraddizioni logiche cui questi temi si aprono. Oppure è semplicemente molto confuso, che è poi il motivo per cui tale vi sembrerà anche questa recensione. Sempre con la paura di scrivere la cosa sbagliata.

Ecco, per tirare le fila diremo: A Different Man non si pone certo il problema di dire la cosa sbagliata, perché semplicemente dice un po’ tutto e il contrario di tutto. Lo fa nel pieno vecchio stile A24 e con un tono body horror che sta tornando decisamente in voga – si veda Sick of Myself che abbiamo recensito qui. Che alla fine le uniche risposte che potrete tirare fuori dopo averlo visto, non sarà il film ad avervele suggerite o rafforzate: saranno vostre, figlie di credenze che avevate già, perché A Different Man non ha certo la forza propulsiva per offrire un contributo utile al tema. È un film, insomma, che potrà piacere o meno – a chi scrive, è piaciuto – ma che non potrà mai diventare e non si dovrà mai fare l’errore di considerare come pensatoio su un tema di cui vuole solo dare a offrirsi come pensatoio, ma non crede davvero di esserlo. Quando lo vedrete quindi, non fate l’errore, non accoratevi troppo: non è su A Different Man che si decideranno le risposte del domani. Persisterà forse, però, la peggiore sensazione di fastidio e irritazione che si può provare di fronte a certi film: non capire come la pensino.

Nel migliore dei casi vi sarete goduti un film ben impacchettato, paraculo, che strizza un bel po’ di occhietti agli A24-maniaci. Nel peggiore, a dargli troppa importanza, avrete fatto il gioco di un inganno che voleva solo farvi incazzare. E in quanto a questa recensione, è quel misto di confusione e qualunquismo sufficienti a ben rappresentare il film che vi troverete davanti.

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