Pulp Fiction: 30 anni fa cambiò il cinema, ancora oggi non ha rivali

C'è forse un film più cult di Pulp Fiction? Uscito trent'anni fa oggi, il film di Quentin Tarantino è col tempo diventato un film di culto assoluto del cinema internazionale. Grandi interpretazioni, scene memorabili e, soprattutto, un intreccio originale e tarantinianissimo. Qui nel nostro articolo trovate quello che ne pensiamo!
Uma Thurman/Mia Wallace nel poster del film Pulp Fiction

Pulp Fiction, opera seconda di Quentin Tarantino, compie oggi trent’anni. Presentato il dodici maggio 1994 al Festival di Cannes, il film del regista statunitense iniziò il suo percorso spaccando la critica mondiale, per poi vincere la Palma d’oro, ottenere il premio Oscar alla “miglior sceneggiatura” ed entrare, fin dalla sua prima distribuzione nelle sale, nel novero delle opere leggendarie dell’arte di cui tutti noi siamo innamorati.

Status di film leggendario che, se possibile, da quello a questo dodici maggio non ha fatto che rafforzarsi nel corso dei decenni. Citatissimo (talvolta al limite del plagio) e influente in ogni ambito della cultura pop globale (basti pensare che Banksy ne ha ritratti i protagonisti in una delle sue opere), Pulp Fiction non è solo il film che confermò, davanti agli occhi di tutto il mondo, il cristallino e personalissimo talento cinematografico di Quentin Tarantino (già manifestatosi due anni prima con Le iene), ma è anche una delle opere che più ha scosso il mondo cinematografico nella sua interezza.

Il film di Tarantino non ha infatti solo creato un genere cinematografico (il pulp movie “d’autore”, se così si può definire), di cui Tarantino, con la sua carriera monstre, è simbolo indiscusso, ma ha cambiato il modo di ideare e fare i film, influenzando almeno due generazioni di autori venute successivamente. Se non stiamo parlando di rivoluzione, poco ci manca. E dire che tutto questo è iniziato con un dito medio alzato!

Oggi, a trent’anni dalla première del capolavoro sulla croisette di Cannes, eccoci a rivederlo e recensirlo. Quindi, in altre parole, a celebrarlo.

Pulp Fiction: di cosa parla

John Travolta/Vincent Vega e Samuel L. Jackson/Jules Willfield in una scena del film Pulp Fiction

Al centro di Pulp Fiction abbiamo le gesta di due scagnozzi del potente boss losangelino Marsellus Wallace (Ving Rhames). Il primo, Vincent Vega (John Travolta), è fresco di tre anni di soggiorno ad Amsterdam, città di cui parla con grande orgoglio, e dipendente dall’eroina; il secondo Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), è un sicario sui generis, paradossalmente fedele nella religione e ligio al dovere, non rifiuta mai al collega una discussione sugli argomenti più disparati.

Al centro della trama

La vicenda inizia con i due che, eliminati alcuni rivali del loro boss, recuperano una valigetta dal contenuto ignoto. Riconsegnata a Wallace la valigetta, Vega si trova costretto a passare una serata con la conturbante moglie del suo capo, Mia (Uma Thurman). Dopo una serata in un locale, i due tornano alla casa della donna: qui, lei fa uso per errore dell’eroina di Vincent e finisce in overdose. Dopo una corsa a casa di Lance (Eric Stoltz), il suo spacciatore, Vega inietta una dose di adrenalina nel cuore della donna, salvandola. I due decidono di non parlare più dell’accaduto, né di accennarlo a Marsellus.

Butch Coolidge (Bruce Willis) è un pugile ormai in declino che ha promesso a Marsellus Wallace, di perdere il suo ultimo incontro, venendo poi meno all’accordo massacrando l’avversario. Tutto questo per ottenere più denaro da un’altra persona. Il pugile, pronto a fuggire, torna invece nel suo appartamento per recuperare un prezioso orologio lasciatogli dal padre. Qui si imbatte in Vincent, mandato sulle sue tracce, che il pugile uccide con la mitragliatrice del sicario. Sul punto di tornare a casa, Coolidge si imbatte in Marsellus Wallace stesso, con il quale viene rapito da due stupratori sadomaso. L’esperienza li riconcilia e Coolidge è libero di lasciare la città.

Tornati indietro nel tempo, Vincent e Jules, con la valigetta, escono dalla casa delle loro vittime (quelle del primo episodio). In strada, lungo tragitto, Vincent spara accidentalmente al loro socio Marvin (Phil LaMarr). I due sono così costretti a riparare a casa di un conoscente di Jules, Jimmie (lo stesso Tarantino). Qui interviene un sodale di Wallace per risolvere la situazione, Mr. Wolf (Harvey Keitel), che fa sparire il cadavere e ripulisce i due. Finita anche quest’avventura, Vincent e Jules finiscono in un ristorante dove scoppia una rapina (iniziata nella primissima scena), che viene (in parte) sventata dal sangue freddo di Jules. I due, escono poi con la loro valigetta dal locale prima dell’arrivo degli “sbirri”.

Pulp Fiction, una storia decomposta che diventa cult

Uma Thurman/Mia Wallace e John Travolta/Vincent Vega in una scena del film Pulp Fiction

Sebbene il nostro excursus sulla trama non sia sufficientemente esaustivo a mostrare tutte le sfumature del film, e soprattutto la brillantezza dei suoi dialoghi (ci arriveremo), ci dà tuttavia il là per mettere in luce quello che è, a occhio nudo, uno degli elementi più rivoluzionari del film di Quentin Tarantino: la diegesi spezzettata. Per il regista infatti, la sua (e di Roger Avary) storia è un materiale plastico, da modellare secondo le necessità creative e narrative dell’autore.

Come già messo in evidenza da Le iene, opera prima certamente tra le migliori di sempre, la vicenda, con tutto quello che c’è al suo interno (i personaggi, gli intrecci, le casualità, il tempo stesso), sono al completo servizio del regista, che se ne serve come un abile burattinaio per metterla in scena nel modo a lui congeniale. Al diavolo il finale-alla-fine dunque, il trionfo dell’(anti-)eroe, i tre atti perfettamente regolati e i rigidi crismi del cinema commerciale statunitense. “Vendere” con il sangue e con una storia spezzata e attorcigliata si può (e si deve)!

Il regista è demiurgo e burattinaio

Quentin Tarantino/Jimmie Dimmick e Harvey Keitel/Mr. Winston Wolf in una scena del film Pulp Fiction

Entrando poi più in profondità nel film, quello che colpisce è l’attenzione millimetrica ai particolari, ad una ricreazione fittizia e minuziosa (ad hoc) di un’ambientazione reale (Los Angeles). Come una mente creatrice superiore (quale, in effetti, più o meno, è), il regista-demiurgo crea così un universo tutto suo, senza lasciare niente al caso. Creando, all’interno del film (e, poi, all’interno di tutta la sua filmografia) tutta una serie di collegamenti, tutta una serie di elementi che si rincorrono tra di loro e che ne rendono la visione uno spasso continuo.

Perché sì, tutto è costruito e calibrato nei minimi particolari (dalla creazione di una catena di Fast Food apposta per il film, al cognome di Vincent, Vega, lo stesso di Mr. Blond nel film d’esordio, dagli oggetti sui mobili alle trasmissioni radiofoniche fittizie), ma senza pedanteria. Il mondo in cui Tarantino ambienta questa e, in fin dei conti, tutte le sue opere è un mondo plasmato grazie all’ironia. Ed è proprio di ironia che è carico ogni singolo, minuscolo, elemento (la morte di Vincent causata dal suono del tostapane, il suo libro “da toilette” che ricompare più volte). Compresa la violenza.

Pulp Fiction: “Because it’s so much fun, Jeeen”

Ving Rhames/Marsellus Wallace e Bryce Willis/Butch Coolidge in una scena del film Pulp Fiction

Il tema della violenza in Quentin Tarantino è stato affrontato in lungo e in largo, in ogni sede possibile e, soprattutto, più volte dallo stesso regista. Noi ci abbiamo addirittura fatto una TOP 10. Però, qui si sta parlando di Pulp Fiction, e non si può parlare di Pulp Fiction elidendo il tema pregnante della violenza. Perché sì, la violenza c’è in Pulp Fiction, ma non è una violenza casuale, è una violenza tarantiniana. Un genere di brutalità talmente caratteristica da non essere paragonabile a quella messa in scena da chiunque altro.

Mai, almeno chi scrive, si è trovato nella situazione di disdegnare una scena violenta del film di Quentin Tarantino. Né alla seconda, né alla prima visione. Le scene di brutalità, in questo e negli altri film del regista, non danno mai l’impressione di essere possibili, o quantomeno plausibili, in un mondo reale. Vuoi per l’eccentricità con cui sono messe in scena (e anche recitate: servirebbe un articolo solo su questo), vuoi per il perfetto affiatamento che hanno con il clima surreale dei film. Una violenza, come dice il regista, “divertente” e, come aggiungiamo noi, piacevole e quasi catartica.

Pulp Fiction e l’arte del dialogo

Samuel L. Jackson/Jules Winnfield e John Travolta/Vincent Vega in un una scena del film Pulp Fiction

Pulp Fiction è il film con cui Quentin Tarantino divenne un autore cinematografico affermato. Prima ancora che nel campo della regia, in quello della scrittura per lo schermo. Ambito in cui, tra lo stesso film d’esordio e alcuni script venduti per la direzione di altri (come quelli di Una vita al massimo e Assassini nati – Natural Born Killers), si era già fatto conoscere agli addetti ai lavori.

Dietro l’inconfondibile tarantinianità dei suoi film ci sono scripts geniali, nati da una mente, quella dell’autore, che è una vera e propria fucina di trovate cinematografiche. Strizzando continuamente l’occhio al cinema del passato, sia di serie A, sia di serie B, base assoluta della cinefila dell’autore, Pulp Fiction (e poi tutto il cinema di Tarantino) ha il tratto inconfondibile di rendere avvincenti, perfettamente integrati nel clima della vicenda, oltre che divertentissimi, dialoghi sull’equivalente francese del peso di un hamburger, sulla trascendenza secondo i gangster e su quanto sia conveniente rapinare una banca piuttosto che un piccolo negozio di un privato. Qualcosa che solo Tarantino è in grado di fare. Perlomeno in questo modo.

Se Le iene è il debutto, sia perché primo film da lui scritto e diretto, sia perché presentazione programmatica di temi e crismi del suo cinema, e se, almeno per noi, Bastardi senza gloria, è l’elevazione a potenza del suo stile creativo (per l’utilizzo della Storia e per i continui giochi linguistici), il film del 1994 è la rivelazione, davanti al grande pubblico, che Quentin Tarantino è un grande sceneggiatore, che nasce sceneggiatore e si sente sceneggiatore. Ed è così ancora oggi.

Pulp Fiction: un successo tra Clint Eastwood e medi alzati

Come dicevamo all’inizio di questo nostro articolo, Pulp Fiction venne presentato il dodici maggio 1994 al Festival di Cannes. Kermesse quell’anno ricca di titoli eccezionali, che vennero però tutti superati nelle preferenze della giuria (presieduta da Clint Eastwood), che consegnò la Palma d’oro proprio al lungometraggio di Quentin Tarantino. La scelta, arrivata a discapito di altri film di valore (tra cui spicca Tre colori: Film rosso, comunque un gioiello assoluto), spaccò (letteralmente) il pubblico dei presenti alla cerimonia di premiazione.

Tra gli applausi, più d’un presente mostrò il proprio disappunto verso il trionfo del film. Il culmine venne raggiunto quando, arrivati regista e cast sul palco dopo la proclamazione, una donna espose, urlando dalla platea, il proprio sdegno. La risposta di Tarantino, a dire il vero parecchio seccato, è stata però più semplice: un dito medio alzato. Mostrato dal palco dal quale si accingeva a ricevere la Palma d’oro, a poco più di trent’anni. Una risposta che, se possibile, riassume lo spirito e, probabilmente, anche il messaggio di tutta la carriera di Quentin Tarantino: “fai quel cazzo che ti pare!” Oggi, il futuro di Tarantino è ancora incerto, ma quello che successe dopo quel dodici maggio 1994, per usare una frase inflazionatissima, è storia.

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