The Dreamers: i tre corpi di Bertolucci, fra erotismo e ’68

Restaurato dalla Cineteca di Bologna, in collaborazione con Recorded Picture Company sotto l’egida della Fondazione Bernardo Bertolucci, The Dreamers sarà nelle sale italiane dall’8 gennaio, grazie al progetto Il Cinema Ritrovato. La borghese assuefazione dell’arte e della cinefilia, la ridefinizione dei rapporti e l'eros sullo sfondo delle rivolte e dei precetti del '68.
Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel in una scena del film The Dreamers - I sognatori

Il film è estremamente personale tanto che sono sorpreso di non essere qui in vestaglia, perché è proprio qualcosa che mi appartiene intimamente, nel profondo. Non vorrei ripete sempre lo stesso film e il fatto di farne uno su tre ventenni esprime il mio bisogno di ricominciare, di ripartire“. Bertolucci è lucidissimo e avvolto da una coperta di disarmante umiltà quando pronuncia queste parole in uno speech alla Mostra del cinema di Venezia. Con la sua caratteristica erre moscia e gli occhi piccoli pieni di esperienze e cose viste e create, srotola dolci parole su quello che è The Dreamers e lo descrive come una sorta di flashback fisiologico che conduce all’estasi.

Un film che oggi è rilevante tanto quanto il Sessantotto che descrive. Tutto è allo stesso tempo innocente e perverso. L’esplorazione dei limiti della propria identità emozionale e sessuale è un continuo climax d’eccitazione dei sensi e delle menti.

La trama, o lo strabordante sapore iniziatico

Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel in una scena del film The Dreamers

Il regista ha messo tre ragazzi a confronto con tre personaggi del ’68 e loro, Eva Green, Louis Garrel e Michael Pitt, erano e sono stati durante tutte le riprese contemporanei ai tre protagonisti Isabelle, Théo e Mathew.

Lo schermo viene tripartito: Matthew è un giovane studente americano appena arrivato a Parigi. Una sorta di luccicante unicorno per la coppia di gemelli francesi Isabelle e Théo, che lo incontrano davanti alla Cinémathèque Française e decidono di inserirlo all’interno del gioco che è la loro vita. Lo sfondo da cui partire è quello dello scandalo Langois, una protesta del marzo 1968 contro il licenziamento del fondatore del cinema, Henri Langlois, un uomo risultato fondamentale nel preservare i film censurati sotto l’occupazione nazista, simbolo di quel cinema libero e aperto al pubblico.

Con una lunga ripresa, l’americano viene introdotto nell’appartamento dei genitori dei due fratelli, e in mezzo a quel labirinto dalle pareti color oliva i tre si ritrovano completamente esenti dall’autorità parentale e quindi liberi di agire, di ridefinire i rapporti di unione sanguigna e amicizia. Fumano incessantemente, si travestono, bevono vino rosso, dormono insieme nudi, si masturbano uno di fronte all’altro per sfida e il mondo esterno scompare nel miasma di quella casa, che sarà mappa e culla della loro liberazione sessuale.

Nonostante ci siano di mezzo tre decenni tra una pellicola e l’altra, l’atmosfera romantica, drammatica e sensuale è quella di Ultimo tango a Parigi, ma in una versione più luminosa. Questa esibizionistica fantasticheria sessuale è in egual misura intensa e languida, ma anche surreale, sciocca e sentimentale. Come la bellezza e la giovinezza. Loro amano, giocano e ridono, eppure l’occhio si posa su un’esistenza delicata e difesa.

La macchina da presa diventata una macchina del tempo

Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel in un a scena del film The Dreamers

Bertolucci non ha mai tenuto per sè il fatto che The Dreamers fosse pensato per spiegare il ’68 ai giovani d’oggi che non sanno, e per ridisegnare nella sua forma più positiva questo periodo storico. Eppure la storia rimane confinata sullo sfondo. Senza essere considerato o esplicato oggettivamente, il limbo pre ’68 della Francia gollista e le future rivolte sbocciate a maggio influiscono sui comportamenti e sui pensieri dei protagonisti, ma senza (fortunatamente) diventarne il centro. È un cinema che non può cambiare il mondo, ma sicuramente può crearne uno.  

Il clima generale di emancipazione, si riflette sulla triade dei borghesi cinefili e incoraggia l’amore, l’ambiguità di casti incesti, i discorsi di politica esplicita e la perdita conseguente delle innocenze. Si crea così un ponte: tra la generazione del regista e quella degli attori. Tra il cinema nel modo in cui lo stesso Bertolucci l’ha conosciuto, quello del ’68 che aveva uno scopo rivoluzionario ben preciso, ed il cinema dello spettatore che oggi come vent’anni fa si approcciava a questa rete di incastri. Un ponte tra due culture nettamente diverse che si incontrano, si scontrano, fanno l’amore e poi si rigettano vicendevolmente.  

Il corpo a corpo di tre ventenni (di oggi)

Eva Green e Micheal Pitt in una scena del film The Dreamers

Il triangolo di Isabelle, Théo e Matthew è erotico alla Jules et Jim. Bertolucci si fa continuatore di Truffaut, che scosse la Francia dell’epoca tracciando e trattando una nuova geometria sentimentale.

Tre ragazzi, una sigaretta condivisa, una vasca da bagno progettata per non poter contenere più di un corpo e in sottofondo la migliore versione cover di Hey Joe di Jimi Hendrix. Tre visi che si riconoscono, riflessi in tre specchi come se fossero tutti la stessa persona, la stessa mentalità, la stessa voglia di condividersi. La scena rappresenta l’apice dell’armonia nel loro rapporto.

Senza essere solo una macchina che cattura le immagini, Bertolucci in The Dreamers adotta uno sguardo da documentarista che riprende il processo di esposizione dello spirito dei vari attori. Loro fioriscono sotto il suo sguardo, spontaneamente, senza troppe indicazioni limitanti. Non necessariamente improvvisando, ma sentendosi liberi di fare, di essere, di esistere e coesistere.

Isabel è la versione sessantottina delle attrici degli anni ’30: ha lo sguardo di Marlene Dietrich, il modo di maneggiare gli oggetti di Greta Garbo e la risata irriverente di Bette Davis in Schiavo d’amore. È una specie di libera eroina contemporanea che vive secondo il ritmo dei suoi desideri. È lei che stabilisce voluttuosa il corso della storia, i cambiamenti e i luoghi di incontro in cui far avanzare l’intrigo.

Théo è l’incarnazione del regista da giovane: si muove con destrezza e fierezza, è caratteristico, è bello nel suo avere gusto in termini di arte e moda. Vive a pieno lo scomodo rapporto tra politica e sessualità. Uno lo chiama per strada, l’altro lo implora di restare a letto con i suoi amanti.

Matthew all’apparenza è totalmente ed incredibilmente naïve: è calmo, è nervoso, non particolarmente impressionante o scioccante, nulla di troppo esuberante. È un nerd quasi conformista. Il coming of age è il suo. Si scopre diverso da quello che era in America e si (ri)scopre differente da ciò che è stato durante il suo rifugio nell’appartamento. Rappresenta il costante moto evolutivo. Rappresenta la Francia durante quel ’68. Rappresenta il mondo di adesso.

L’erotismo del conflitto

Eva Green, Michael Pitt e Louis Garrel in una scena del film The Dreamers

La critica Pauline Kael sul New Yorker nel 1971 scrisse “se il cinema è il grande media sensuale, Bertolucci è stato uno dei suoi poeti“.

La rivoluzione storica che incornicia le vicende dei tre giovani è un’opera di gigantesca collaborazione e nel cameratismo di quelle milioni di persone in movimento, all’unisono c’è una forte sensualità. Sensualità fisicamente costruita attraverso un décor perfetto. Gli interni e i set sono vere e proprie trasfigurazioni dell’eros. L’arredamento decadente, i letti sfatti e cuscini stropicciati raccontano l’incertezza dei tre kids in piena esplorazione di loro stessi, giovani artisti disordinati, liberi e anticonformisti, ma non arrabbiati. La trascuratezza grafica è gentile ed i primi piani indagatori sono elegantissimi e sinuosi.

Ci sono molteplici segnali sparsi durante tutta la durata della pellicola a simboleggiare quanto il conflitto non sia solo esterno ma anche interno ai personaggi. Mentre nelle televisioni delle grandi vetrine appaiono in continuazione immagini e notizie sulle rivolte, e per le strade si accumulano montagne di spazzatura e resti degli scontri, i tre si isolano dagli eventi ma parlano di politica all’interno dell’appartamento. Le scene all’aperto quasi interferiscono con il dramma intimo. Cresce la passione e la casa diventa onnicomprensiva: cinema e politica scompaiono, si chiudono le finestre e il mondo passa accanto. Ma vivendo intatti ed innocenti, Isabelle, Théo e Matthew cercano di capire cosa fare: se continuare a nascondersi o se uscire a combattere per le strade per cambiare il loro paese.  

L’escapismo del maestro

Eva Green, Michael Pitt e Louis Garrel in una scena del film The Dreamers

Dicono che i tempi radicali rendono le persone arrapate. Si avverte nell’aria, come un formicolio. Bertolucci in questo è spregiudicato e generoso. Sinceramente e autenticamente innamorato della storia rappresentata e dei personaggi che la animano. Gli attori si sono sentiti chiaramente liberi, come se ci fosse una fiducia smisurata, genuina e naturale. Li impiglia in una rete di domande sui loro istinti, sui loro dubbi su cosa accade fuori dalla quattro mura, involucro sottile di giochi e di relazioni.

Ci viene chiesto se lo scontro (politico), più dell’arte, più delle pulsioni sessuali, può essere lo strumento attraverso cui lottare oppure è solo una fuga dall’apatia, dal mal di vivere e dai tormenti interiori.

The Dreamers è un film che rimane impresso nella memoria per poi abbandonarla molto lentamente.

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