Bernardo Bertolucci: i 5 migliori film del maestro del Novecento

Ostinato, contrario e eversivo: Bernardo Bertolucci è autore di un cinema che fa dell’analisi umana e della trasgressione due suoi motivi ricorrenti. In occasione di quello che sarebbe stato l'82esimo compleanno di uno tra i registi italiani più amati in tutto il mondo, riportiamo qui cinque film, considerabili i più rappresentativi della sua poetica.
Bernardo Bertolucci: i 5 migliori film del maestro del Novecento

Eccentrico, ostinato e outsider: in cinquant’anni di carriera, Bernardo Bertolucci è stato in grado di fotografare le molteplici forme della società, non curante del fatto che la stessa non fosse ancora pronta a rappresentazioni di tale impeto. Un cinema senza compromessi, il suo, in grado di esprimersi in modo sfrontato e rivoluzionario. La trasgressività spesso connaturata nei suoi film, il suo spiccato lirismo e la sua capacità introspettiva, rendono l’opera di Bertolucci singolare e facilmente identificabile, e gli valgono la fama di uno dei registi italiani più amati a livello internazionale. 

La carriera di Bernardo Bertolucci inizia, si configura e termina come un percorso stellato. Inizia a vent’anni lavorando per Pasolini, come aiuto regista di Accattone, le cui scie creative si imprimeranno sull’intera opera del regista. A partire da lì, prosegue per oltre mezzo secolo con film di spicco in grado di immortalare eros, speranza e analisi di coscienze. Contrariamente a molti registi, che nella fase finale della loro carriera continuano a maturare temi e pensieri figli del loro tempo, risultando anacronistici rispetto alla contemporaneità; Bertolucci sa essere rappresentativo di una passionalità extratemporale.

Nel giorno del compleanno di uno dei cineasti più incisivi e rivoluzionari di sempre, proponiamo una lista dei 5 titoli più emblematici dell’ultimo Imperatore del cinema del Novecento.

Il Conformista

Jean Louis Trintignant ne Il Conformista
Jean Louis Trintignant ne Il Conformista

Quello che al principio ha consacrato Bertolucci è un dramma ricercato, ispirato dal romanzo omonimo dell’amico Alberto Moravia. Jean Luis Trintignant è Marcello Clerici, incarnazione critica di una borghesia reazionaria e, per l’appunto conformista durante la dittatura del Ventennio. E proprio dalla necessità di aderire a questo conformismo, il protagonista decide di diventare una spia del regime. Marcello è un uomo irrisolto, segnato da traumi infantili e, da dissidente che era, manifesta ora la volontà di essere come tutti gli altri, in un’epoca storica in cui uniformarsi era parte integrante del dovere sociale.

La descrizione di Marcello è accurata e minuziosa, e la regia di Bertolucci mette in scena un’opera antropologicamente attenta. Sarebbe qualunquista definire Marcello un cattivo e basta, dunque rappresentarlo semplicemente nel suo cambiamento perverso. È in questo che Bertolucci si differenzia dal resto: dà risalto alla cedevolezza di un uomo, a partire dal suo passato che inevitabilmente ne condiziona le scelte ed il modo di vivere. Grazie alla capacità di non sfociare mai in vane polemiche o sterile pietismo, con Il conformista, Bertolucci dà il via alla sua cifra stilistica, che farà di lui un maestro dell’analisi interiore di psiche complesse e tormentate.

Ultimo tango a Parigi

Ultimo tango a Parigi, film scandalo del 1972
Ultimo tango a Parigi, film scandalo del 1972

Se Il Conformista fa da pioniere, è con Ultimo Tango a Parigi che Bernardo Bertolucci ottiene la fama appurata di eversivo del cinema novecentesco. I vicoli di Parigi e il contesto storico fanno da cornice a Paul e Jeanne, due anime in pena che trovano un senso a se stessi solo nella trasgressione. Un cinquantenne Marlon Brando e una diciannovenne Maria Schneider sono indagati da dentro, con occhio analitico e scevro da giudizi. Jeanne e Paul sono individui annichiliti dal loro tempo, che ricercano nell’eros il fine ultimo della loro esistenza. Mentre fuori rimbomba l’eco della guerra del Vietnam, del Sessantotto francese e delle proteste giovanili, l’impulso carnale si rende l’opportunità ultima di ribellione dei due protagonisti.

In Ultimo tango a Parigi, Bertolucci ripudia ogni forma di convenzionalità, e punta tutto su una storia da lui stesso definita “una sua fantasia”. Il film destò scandalo per il tema scabroso e per le scene sessuali esplicite in esso contenute. La Cassazione lo sequestrò e mise al rogo tutti i negativi, per poi riabilitarlo solo 15 anni dopo, nel 1987. Ultimo tango a Parigi era un’opera decisamente troppo audace per l’Italia benpensante del ’72, ma non per Bernardo Bertolucci: politicamente scorretto ante-litteram.

Il Novecento di Bernardo Bertolucci

Depardieu e De Niro in Novecento di Bernardo Bertolucci
Depardieu e De Niro in Novecento di Bernardo Bertolucci

Quello considerabile forse il film di maggiore resa di Bernardo Bertolucci è un dramma storico, quadro di un’Italia dicotomica post-bellica. Novecento è una cronaca nazionale lunga mezzo secolo vista nella prospettiva del kolossal all’americana. In 320 minuti di pellicola, si sviluppa la narrazione di Alfredo e Olmo, amici fraterni nati lo stesso giorno ma di opposta estrazione sociale. Due facce di una stessa medaglia: l’Italia del Novecento.

La storia della Penisola fa da contorno in questo ritratto di un’Emilia Romagna della prima metà del secolo, in cui protagonista è ancora l’uomo nella sua interiorità. Alfredo e Olmo incarnano perfettamente il topos inesauribile del contrasto ricco-povero, in una fotografia filtrata dalla lotta di classe, dall’amicizia e dalla musica di Giuseppe Verdi. Un’opera mastodontica e colossale, nella durata come nella produzione, trattata però in modo contrastante e intimo.

Seppur implicitamente condizionata dal credo politico del regista, Novecento è un’opera di testimonianza storica, sentimentale e sociale. Bertolucci riesce nell’intento di mostrare simultaneamente il cambiamento di una nazione e di due suoi abitanti, tutti accomunati da uno stesso intento: la ricerca della propria identità.

L’ultimo imperatore

Pu Yi bambino ne L'ultimo Imperatore
Pu Yi bambino ne L’ultimo Imperatore

Dopo il successo di Novecento, Bernardo Bertolucci sperimenta un’altra volta il genere della grande produzione e del kolossal alla Ben Hur. Il film gira attorno alla storia di Pu Yi, ultimo imperatore cinese, trattato in maniera profondamente introspettiva, tipicamente nello stile del regista. 

Con l’ausilio di un uso accorto della fotografia di Vittorio Storaro, il regista racconta un universo anacronistico che continua a vivere di tradizioni e un uomo, suo abitante, che si comporta di pari passo. Prima di essere prigioniero politico in Siberia, Pu Yi è prigioniero del luogo e del tempo in cui vive. Anche l’analisi di un uomo di potere, come in questo caso, parte da una sua scansione antropologica prima che delle sue gesta. La pellicola percorre l’iter dal potere all’impotenza di questo imperatore, debole e smarrito davanti a un mondo a lui praticamente ignoto.

L’ultimo Imperatore, spettacolo all’americana contraddistinto dai colori orientali ma con una regia tutta italiana, fu un successo oltreoceano senza precedenti per il nostro paese: nove vittorie su nove nomination agli Oscar 1988.

The Dreamers e il ’68 di Bernardo Bertolucci

Frame da The Dreamers di Bernardo Bertolucci
Frame da The Dreamers di Bernardo Bertolucci

Forse il film più intimo e sentito di Bernardo Bertolucci: un inno al cinema in prospettiva ancora una volta antropologica e personale. The Dreamers racconta il Sessantotto in un’ottica nuova: la rivoluzione non risulta essere solo sociale e storica, ma anche individuale ed erotica. Matthew, Isabelle e Théo sperimentano se stessi, cercando dentro di loro una rivolta in grado di uguagliare quella quella allora in atto in tutta Europa. Una casa parigina diventa teatro di dibattiti politici e di un amore incestuoso, mentre fuori dalla finestra milioni di studenti compiono la rivoluzione.

Un gioco meta-cinematografico, arricchito da citazioni e rimandi a pilastri della Settima Arte. Tra le mura di un appartamento borghese, loro locus amoenus, i tre protagonisti alludono a Chaplin, Godard, Gioventù Bruciata, ma anche Scarface.

Bernardo Bertolucci racconta il Sessantotto a partire dalle speranze iniziali in esso riposte, per finire con l’illusione che questo ha costituito per molti. Un racconto del Maggio francese filtrato da chi ha creduto nel cambiamento e se l’è visto appassire davanti. Se trent’anni prima Fabrizio De André con Storia di un impiegato aveva parlato di un uomo amareggiato dallo sfiorire della rivolta, il regista riprende la tematica della disillusione post-sessantottina e la sviscera da dentro.

Il film di Bertolucci più rappresentativo della sua poetica va interpretato proprio a partire dal titolo che porta. Isabelle, Matthew e Théo sono effettivamente dei sognatori. Sognano la rivoluzione, la libertà sessuale e il cinema, in un’ottica disincantata ma ancora speranzosa, come solo quella di tre giovani sa essere. Trasgressione, sentimento, desiderio e speranza sono qui il fulcro di tutto, sunto perfetto di una poetica che fa della sovversione la cifra stilistica di Bernardo Bertolucci.

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