Si firma Dostoevskij, si legge D’Innocenzo: l’intervista da Berlino 74

Dostoevskij è serie ed è film. Dostoevskij è lenta e scarnificata. “Dostoevskij è il prodotto audiovisivo di cui andiamo più fieri”: così i Fratelli D’Innocenzo nel corso di una lunga intervista dal Festival di Berlino, con cui lanciano una sfida al pubblico italiano e al cinema tutto.
Fabio e Damiano D'Innocenzo e Gabriel Montesi sul set della serie Dostoevskij

Cos’è Dostoevskij? Un film? Una serie? Un capolavoro? “Noi la chiamiamo romanzo“, ci rispondono i Fratelli D’Innocenzo dalla Berlinale 74, dove è stata presentata.

Per noi, come abbiamo scritto nella recensione in anteprima, è senza sensazionalismi un prodotto in grado di ridefinire un genere, nel panorama nostrano come in quello d’oltreoceano. E per questo, anche se in colpevole ritardo, è tanto più importante sentire cosa hanno avuto da dire Fabio e Damiano D’Innocenzo, affiancati dai protagonisti Filippo Timi (Enzo Vitello) e Carlotta Gamba (Ambra Vitella) e dai preziosi produttori di Sky, in merito a Dostoevskij. Laddove il colpevole ritardo di questa intervista, a festival concluso, potrebbe segnalare in realtà che, presto o tardi, questi pensieri andavano riportati. A uso, si spera, vostro, quando vedrete Dostoevskij, si spera, in quanti più possibile.

Come nasce Dostoevskij?

Filippo Timi in una scena della serie Dostoevskij

Ovviamente parte tutto dai perché: come, dove e perché nasce Dostoevskij? “Dostoevskij nasce semplicemente da uno scambio di stima reciproca e da un messaggio in cui Nils mi dice: «Noi vorremmo un noir, un thriller»”. Il Nils di cui parla Fabio D’Innocenzo è Nils Hartmann, Senior Vice President di Sky Studios che torna ai tempi del primo incontro coi gemelli, proprio nella stessa Berlino in cui debuttarono con La terra dell’abbastanza, e dice della serie: “Quando ne parlavo con Sky Studios la descrivevo un po’ come la True Detective italiana. Non è quello anche se i non-luoghi che i D’Innocenzo trovano potrebbero essere i non-luoghi dell’Alabama, loro riescono a trovare l’Alabama nel Lazio. Ma comunque la loro è una voce unica che non assomiglia a nulla“.

Continua Fabio: “In dieci minuti, un quarto d’ora, scrivemmo il plot e l’epilogo di Dostoevskij, i ceppi originanti della serie. Poi da lì è iniziato un lunghissimo lavoro di brainstorming – la scrittura vera e propria si è svolta in un mese – su quale dovesse essere la direzione, cosa volevamo esplorare, cosa volevamo raccontare. Questa la domanda. La risposta, molto banalmente: volevamo raccontare l’inverno di un essere umano. Volevamo raccontare un uomo che ha il dovere ma anche il desiderio di inseguire un altro essere umano, di intercettarne i profumi, i sapori, che sono anche sapori sgradevoli, un sapore di morte. Questo inverno così malinconico che sembra non finire mai, non avere mai una fine né un inizio. Qualcosa che fosse estremamente scarnificato, anche a livello di luoghi: abbiamo cercato di ricreare un mondo che non esistesse. Perché volevamo raccontare l’archetipo del detective, con una sembianza scarnificata. La nostra idea era che a un albero completamente secco combaciasse un uomo che ha rinunciato a se stesso, che è in fase di abbandono. Basta guardare alla prima scena, il momento in cui un uomo sceglie di spengersi. Poi c’è una campanella, una chiamata all’azione”.

E poi c’è quello che Netflix chiamerebbe il momento What-The-Fuck che, ce lo siamo detti, era il modo perfetto per far sganciare il pubblico in due minuti. Però attenzione, sta proprio qui l’innovazione che Sky ci ha concesso. Dare al pubblico il diritto di scegliere e a noi di poterci permettere di mettere in scena qualcosa che sembra non aderire ai modelli preconfezionati. E questa è una forma di creatività gigantesca. Siamo felicissimi, è il prodotto audiovisivo del quale siamo più fieri al momento. Sono innamorato di Dostoevskij per un motivo molto semplice. E sembra un paradosso, perché l’ho visto in tanti di voi ma anche nelle facce del montatore, del direttore della fotografia, dello scenografo: si parlava spesso di oscurità, ma per me la serie parla del cambiamento, della possibilità di un cambiamento, che in questo momento storico che stiamo vivendo è la cosa che più accende una speranza. La possibilità di cambiare, di scegliere cosa diventare. Poi la scelta può essere positiva, meno positiva; etica, meno etica; ambigua? Siamo felici di muoverci in questo mare ambiguo e mosso. Non faremmo mai niente per calmare le acque”.

Un romanzo lento, un romanzo spoglio

Gabriel Montesi in una scena della serie Dostoevskij

Tantissimo del modo in cui Dostoevskij arriva, e secondo noi sarà capace di imporsi come qualcosa di mai visto – o mai fino a questo punto, sicuramente mai nell’ultimo periodo – nel panorama italiano (e non solo), sta nei suoi tempi. E in quanto è spoglio o, secondo il termine usato da Fabio D’Innocenzo, scarnificato. Se si prende un noir, e lo si rallenta, e lo si alleggerisce di tutti gli artifici, il risultato sarà più nero del noir. E allora partiamo proprio dai tempi, dalla progressione narrativa, qualcosa cui non siamo più abituati. Un film, una serie, chiamatela come volete, che parte lentissima, e rimane tale a lungo, per poi ingranare un crescendo che non si arresta più finché non finisce. Quanto erano importanti questi tempi e perché se andiamo a guardare bene, dovrebbero essere regolamentari? Risponde Damiano.

La predisposizione all’essere fuori moda era una nostra prerogativa. Io come spettatore – perché prima di essere regista sono uno spettatore – prima di entrare in una trama devo entrare dentro un’atmosfera. Quello è fondamentale: creare l’habitat, creare l’ossigeno, creare quelle cose che sono intangibili se non con la fotografia, con tutte quelle cose inconsce che ti permette quest’arte meravigliosa che è il racconto audiovisivo, che sia cinema o televisione. Quindi volevamo questo andamento, partire con delle scene sì forti, ma anche con dei ritmi che concedessero al pubblico di perdersi dentro i luoghi. Di iniziare ad appartenere a questo villaggio, a questi personaggi, quali i loro volti, le loro abitazioni, qual era la stratosfera che attraversa il racconto. Fare l’opposto sarebbe stato deleterio. Sarebbe stato uccidere un racconto“.

Continua poi su un punto, che chiama “patto”, un concetto sul quale personalmente, chi scrive, insiste da tanto tempo ormai, contro le facili etichette di un certo pubblico (“noioso, lento, senza colpi di scena“; ma che vuol dire lento e noioso?): “Essenzialmente chiediamo allo spettatore di stare alle regole del racconto, chiediamo un patto di fiducia, che poi pensiamo di essere stati in grado di rispettare. Quindi era una presa di partenza molto fiera, che non significa essere snob nei confronti del pubblico. Ma nemmeno andare a elemosinare qualcosa. Noi chiediamo allo spettatore di avere un approccio verso il racconto che sia un approccio attivo. Non deve sta’ lì seduto sul divano a scaccolarsi e aspettare che facciano tutto i personaggi o chi ha creato il racconto, deve partecipare attivamente. E questa è una cosa che io chiedo come spettatore, e quindi poi non posso, quando sono dall’altra parte, fare delle cose che non mi appartengono. O di seguire, sì, in questo senso, le mode”.

E su quel famoso spogliarsi? Come hanno raggiunto, nel pratico, una tale riduzione ai minimi termini?

Noi ci siamo spogliati nella misura in cui dopo tre film abbiamo rinunciato a tutta la nostra crew. Abbiamo cambiato tutti gli elementi. Ma non perché non erano bravi: erano straordinari. Però inevitabilmente con noi si era un po’ persa quella sacra e sanissima paura. Inevitabilmente quando diventi amico, quando diventi fedele alleato di qualcuno, viene meno il timore e tendenzialmente darai meno. Accade in qualunque ambiente, in qualunque lavoro, in ogni cosa. Sentivamo che per noi era arrivato il momento di conoscere dei nuovi nomi e cognomi. E soprattutto, dato che avevamo capito che questa storia la volevamo raccontare in pellicola, avevamo bisogno [paradossalmente] di un direttore della fotografia che non avesse mai usato la pellicola. Che fosse come noi, perché così avremmo scoperto assieme quel mezzo. Quindi noi ci siamo spogliati sia in scrittura, sia nella messa in scena”.

La parola agli attori di Dostoevskij

Filippo Timi e Carlotta Gamba in una scena della serie Dostoevskij

Anche Filippo Timi, che interpreta l’agente Enzo Vitello, e Carlotta Gamba, che interpreta sua figlia Ambra, sono intervenuti per parlare dei propri personaggi e delle modalità di lavoro coi Fratelli D’Innocenzo.

Pare che Filippo Timi fosse già la scelta naturale dei due: “Nei nostri precedenti tre film, abbiamo sempre fatto provini, mai preso attori a scatola chiusa. Che è il modo più semplice per permettere non solo a noi, ma anche all’attore, di capire se il regista è giusto per lui. Filippo è arrivato il primo giorno di provini. Non neghiamo che sapevamo già sarebbe stato lui. Perché avevamo già percepito nei film che aveva fatto questa malinconia, simile alla nostra. È venuto, ha fatto un provino bellissimo e noi eravamo sicuri al 99% sarebbe stato lui. È arrivato Filippo, è arrivata Carlotta, e quando arrivano tu devi semplicemente sapertene accorgere. Quanto è difficile avere talento, tanto è difficile accorgersi di chi ha talento”.

Parlando dello scambio coi due, e quindi di quanto vadano a fondo nei loro copioni, Timi ha detto: “Loro non ti danno indicazioni quando ti mandano le scene per i provini. Non raccontano chi sei, dove sei e cosa. Però fanno un lavoro incredibile sulla scrittura dei copioni. Vi cito una didascalia, per farvi capire quanto, se degli artisti ci mettono così tanto amore e intelligenza e invenzione per delle frasi che ti fanno vedere la scena ma che non saranno nel film, sia sostanziale: «In cielo ,un temporale feroce come un litigio tra fratelli». Oppure: «Cammina come un fiore». Che a voi detta così non dice niente, ma lì nel contesto, avere la sensazione non solo di cosa ma di come, questo fa la differenza. L’ho visto in quei due o tre artisti che stimo quanto stimo loro adesso. Quanta cura, quanta ossessione e quanta attenzione”.

Anche Carlotta Gamba ha ritrovato questo nel rapporto col suo personaggio. Il suo personaggio, Ambra, senza alcun dubbio uno dei due centri se non il centro del racconto, e la sua interpretazione, difficilissima, incredibile: “Non ti danno indicazioni, ma quando scrivono è come se ti dessero la vita e tu dovessi semplicemente attraversarla. Ambra vive questa grande ambiguità d’essere figlia senza genitori, e quindi ha una grande difficoltà a trovarsi, perché le manca l’origine. È stato bellissimo, anche se quello che abbiamo attraversato è stato difficile, anche importante emotivamente. Però è la cosa più vera che io abbia mai affrontato o interpretato, per quanto questo personaggio sia quanto di più distante da me. Però credo che la magia sia proprio questa, trovare in ciò che è più distante da te la cosa in realtà più vicina che hai. Quindi mi sento molto vicina ad Ambra, anche se non lo sono, e non lo sarò mai, spero”.

Fuggire dal giudizio, inseguire la bellezza

Carlotta Gamba e Filippo Timi in una scena della serie Dostoevskij

Siamo agli sgoccioli. Di qui a qualche mese spetterà a voi raccogliere la sfida, il patto, lanciato da Dostoevskij. Non ci dilungheremo ulteriormente a insistere quanto sia importante raccoglierlo. Vi basti sapere però che avrete bisogno di una buona dose di sospensione del giudizio – o sicuramente ne avevano bisogno Fabio e Damiano quando si sono messi a raccontare questa storia – per non già assolvere, ma quantomeno entrare davvero in questi personaggi. Perché sono oscuri, pur recando una luce; perché li ritroverete alla fine, alcuni almeno, ancor più impossibili da assolvere rispetto a quando l’avevate conosciuti. Perché sono senza speranza, nonostante i D’Innocenzo ricordino (giustamente, potrebbe sfuggire) la dimensione del cambiamento. Ma allora quanto è importante non giudicarli, in partenza, per due sceneggiatori, all’atto di scrivere? Risponde Fabio.

Questa è una predisposizione che noi in generale ci portiamo appresso dalla vita. Essere curiosi, osservare tutto, ma poi evitare di cadere nella trappola del giudizio, questa è la mia definizione di bellezza. Perché farlo? Viviamo già in una dittatura di pensieri nel nostro Paese. Perché farlo noi, che raccontiamo storie? Abbiamo scelto il tema, scritto la sceneggiatura, i copioni, girato quei copioni, montato ciò che abbiamo girato. Dopo tutto questo, mettersi pure a giudicare è un optional di cui non sentiamo il bisogno. Su questo siamo molto democratici. Ci piace che ciascuno possa prendere in simpatia un personaggio, piuttosto che non farlo. Io credo che il nostro cinema rispecchi veramente come siamo fatti io e Damiano, come persone”.

E allora dove la si può andare a pescare, la bellezza, in tutto questo? Qual è la definizione di bellezza per i Fratelli D’Innocenzo? Diremmo, ancora una volta, perfettamente in linea con la storia che hanno raccontato.

Tanto fa il gesto di cercarla“.

Non potremmo che salutarci qui. E ricordandovi che questa non è stata l’unica intervista cui abbiamo avuto la fortuna di partecipare dalla Berlinale 74 (qui trovate quella al regista de La sala professori). Continuate a leggerci su CiakClub.it

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