La sala professori, la nostra intervista al regista Ilker Çatak dalla Berlinale 74

Metafora politica della Germania contemporanea (e non solo), La sala professori è una potente analogia tra la società e la scuola. Ilker Çatak, ormai noto nel panorama tedesco, ci racconta meglio il suo istituto a "tolleranza zero" candidato agli Oscar come miglior film internazionale.
Leonie Benesch è Carla Nowak in un frame de La sala professori

Se vi aspettate un normale film sulla scuola, siete fuori strada. La sala professori, diretto da Ilker Çatak, vincitore della sezione Panorama durante la scorsa edizione della Berlinale e attualmente candidato agli Oscar come miglior film straniero, è un vero e proprio spaccato sociale. Tenete a mente questo proverbio inglese durante la lettura dell’articolo e durante la visione del film, perché è proprio di questo che si parla: la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La sala professori parla attraverso un linguaggio universale, utilizzando le dinamiche delle istituzioni scolastiche per raccontarci qualcosa in più sul mondo in cui viviamo. Ce lo racconta attraverso gli occhi di una giovane insegnante, Carla Nowak (Leonie Benesch) piena di speranze e di ideali. Un entusiasmo che viene presto messo alla prova dopo una serie di piccoli furti, appunto, in sala professori. 

La situazione diventa ancor più complessa quando uno dei suoi stessi studenti viene considerato il principale sospettato. Così Carla agisce secondo i suoi ideali, difendendo il bambino e investigando in prima persona sui furti. Ma quello che inizia come un tentativo di risolvere un enigma si trasforma in un effetto domino che porterà la giovane insegnante e il corpo docenti in un vortice senza apparente via d’uscita. 

La sala professori raccontata da Ilker Çatak 

Come anticipato, La sala professori non è un semplice film sulla scuola, ma un vero e proprio thriller-psicologico che merita sicuramente una lettura più approfondita. Durante la 74ª Berlinale, abbiamo avuto il privilegio di parlare con il regista candidato agli Oscar 2024, quest’anno anche giurato per la sezione cortometraggi a Berlino. 

Ilker Çatak ha condiviso la sua visione del film: “Volevamo raccontare la storia di una persona convinta di agire nel modo giusto, ma le cui azioni risultano inefficaci. Come recita il detto inglese, ‘the road to hell is paved with good intentions’ (La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni). Questo concetto risulta estremamente veritiero non solo nel contesto del film, ma anche nel quotidiano in cui tutti noi viviamo, in un’epoca in cui la verità diventa sempre più sfuggente.”

Effettivamente, gli insegnanti sembrano mossi da un bene apparentemente superiore: la ricerca della verità, o meglio, la scoperta del colpevole per porre fine ai vari piccoli furti nella scuola. Tuttavia, per individuare il responsabile si mette in moto una macchina operativa spietata che interroga i bambini con estrema autorità, costringendoli a puntare il dito contro i propri compagni.

Quando l’obiettivo è quello di raggiungere una giustizia così nobile e suprema, il fine sembra giustificare i mezzi. Il rischio, però, è quello di sconfinare nella violazione della privacy o in pregiudizi razziali. E così vengono organizzate delle vere e proprie operazioni di rastrellamento che destano allarme al solo ritrovamento di denaro nelle tasche di un ragazzo extracomunitario. Come spiega il regista:

“Nel film non si tratta solo di spiccioli rubati; il fulcro è l’onestà. È stato cruciale per me e per gli sceneggiatori porre la protagonista in situazioni in cui si trova a mettere in dubbio la sua stessa comprensione delle cose. Più avanti nel film, viene chiesto a Carla se è stata picchiata dal bambino: lei nega per proteggerlo. Questo solleva interrogativi profondi sul concetto stesso di verità, visto che nella scena iniziale era stata proprio lei a esortare il ragazzo a non mentire. La verità, spesso sfuggente e illusoria in tempi moderni, è stata una componente fondamentale della scrittura del film. È per questo motivo che molti film contemporanei, come ‘Anatomia di una caduta’, affrontano questa tematica con profondità.”

Una lezione sulla società

La classe e Carla Nowak in La sala professori
La classe e Carla Nowak ne La sala professori

La sala professori intende dunque esplorare la società contemporanea considerando la scuola come un riflesso della stessa. Ciò che colpisce è che il film riesce a toccare così profondamente una ferita aperta perché potrebbe benissimo essere ambientato in qualsiasi altra scuola, in qualsiasi altro paese. Sembra quindi avere un obiettivo più ampio, quello di fare da specchio alle nostre dinamiche relazionali, denunciando il bisogno di controllo dell’umano nel momento in cui qualcosa va fuori posto.

Certo, io non volevo mostrare solo l’ambiente scolastico. Volevo fare un film che andasse oltre, che parlasse di sessismo, razzismo, diritti dei bambini e privacy.  La scuola è solo un playground. Un set dove puoi mettere tutto insieme. Se ci pensiamo bene, è uno Stato in miniatura: c’è l’autorità rappresentata dai docenti in carica, ci sono i giornalini che svolgono attività di informazione e poi ci sono tutte quelle norme sociali che conosciamo bene.”

Intrappolati in 4:3 tra le mura di scuola

Leonie Benesch è Carla Nowak in La sala professori
Leonie Benesch è Carla Nowak ne La sala professori

Guardando La sala professori si percepisce a pelle un crescente senso di ansia e oppressione, che non riguarda solo la protagonista ma anche gli spettatori. Non c’è alcuna via di fuga. L’intera vicenda si svolge all’interno delle mura scolastiche, senza mai vedere altro. Non conosciamo la vita privata degli insegnanti, sappiamo poco di Carla e ancora meno dei bambini. Perché?

Volevo creare tensione; era un elemento fondamentale perché, osservando il lavoro di questi insegnanti, ci siamo resi conto di quanto debbano sopportare. La prima scena che abbiamo girato, in cui la protagonista è al telefono mentre cerca un foglio di carta e beve di fretta un caffè, era molto indicativa per noi perché stabiliva il tono e il ritmo del film. Era essenziale restare confinati nell’ambiente scolastico, altrimenti avremmo perso tutta quella pressione che volevamo trasmettere.

E se quel formato 4:3 in cui è girato il film avesse un significato? Potrebbe essere in qualche modo collegato al senso di oppressione che vive quotidianamente la protagonista? 

Mi chiederesti lo stesso se fosse stato girato in 16:9? Probabilmente lo percepiresti come normale, poiché l’immagine del cinema è comunemente associata al formato panoramico. Personalmente, dissento fortemente da questa rigida definizione. Ritengo che ogni storia debba avere il proprio formato. Con il mio direttore della fotografia abbiamo lavorato intensamente su questa scelta. Abbiamo fatto diverse prove di ripresa, osservato le scene su schermi di varie dimensioni e testato diverse lenti. Alla fine, abbiamo scelto il 4:3 perché si adatta perfettamente alla narrazione, consentendo di isolare il soggetto principale, Carla. Questa storia è raccontata proprio dal suo punto di vista e mantenere questa tensione visiva era essenziale per trasmettere appieno il suo mondo emotivo e la sua esperienza unica.”  

Si chiude così l’intervista a Ilker Çatak. Non resta che aspettare il 29 febbraio, giorno in cui La sala professori arriverà nelle sale italiane distribuito da Lucky Red. Il 10 marzo, in diretta tv, si contenderà l’Oscar in una straordinaria cinquina quasi tutta tedesca.

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