Dostoevskij, recensione: i D’Innocenzo hanno ridefinito il noir

Sia serie che film, Dostoevskij non è solo il punto più alto della filmografia dei Fratelli D’Innocenzo, e con distacco. Ma è un prodotto in grado di ridefinire un genere, gareggiando con la Storia del Cinema. La cosa più oscura che abbia visto in vita mia. Più nera del noir stesso.
Carlotta Gamba e Filippo Timi in una scena della serie Dostoevskij

Difficile racimolare le parole. Vuoi un turbamento che non se ne va e che a chiamare turbamento si farebbe un eufemismo. Vuoi il sapore di morte ancora in bocca. Vuoi il fatto che certe volte, nella Storia del Cinema, si assiste, in diretta, a qualcosa capace di cambiare tutto. Di diventare il punto più alto e al contempo il punto più basso di un unico grande genere, indipendentemente dal suo Paese d’elezione. Lo sappiamo, è sempre difficile dare credito a sparate sensazionalistiche di questo tipo. Ed è ancora più difficile da accettare quando il prodotto in questione sia italiano, perché quando pensiamo al noir 9 volte su 10 i capolavori che citiamo sono d’oltreoceano e non ci sentiamo mai di poter gareggiare col loro. Dostoevskij dei Fratelli D’Innocenzo non solo gareggia, ma sotto certi aspetti addirittura supera. Quantomeno, supera confini che non credevamo possibile ridisegnare. C’è un nero più nero del nero?

Premessa che sentiamo doverosa, perché sappiamo quanto il cinema dei D’Innocenzo venga venerato da alcuni e criticato aspramente da altrettanti, e vogliamo che questa nostra recensione su Dostoevskij venga presa sul serio, lontano dalla dimensione della venerazione: chi la scrive non è per forza un bimbo dei D’Innocenzo. Ha molto apprezzato e molto detestato in egual misura i film fatti finora. Era preparatissimo a ritrovarsi, anche per Dostoevskij, in una a caso delle due posizioni. Ma di certo non si aspettava di trovarsi davanti non solo il miglior prodotto dei D’Innocenzo finora, e di tanto (fuori scala, rispetto a un Favolacce, e già quello era in alto di gradini). Non solo uno dei racconti più coraggiosi e in controtempo rispetto ai tempi e i livelli attuali di cinema italiano e non. Ma un prodotto in grado di ridefinire sessant’anni di Storia di generi, dal thriller al noir soprattutto, e facendolo vent’anni dopo che quel genere lo credevamo morto. O comunque non più ridefinibile.

Dostoevskij, ma lo scrittore è il killer

Nonostante il titolo, Dostoevskij non ha niente a che vedere con lo scrittore russo. Nella prima scena vediamo l’agente Enzo Vitello (Filippo Timi), sdraiato a terra nella sua casa fatiscente sul fiume ristagnante, ultime volontà in cui parla alla figlia tossicodipendente (Ambra, una bravissima Carlotta Gamba) con cui non parla da anni, flaconcini vuoti di ogni tipo di farmaco e droga allineati, contenuto già ingurgitato, prepararsi al suicidio. Ma uno così neanche di crepare in pace si merita, un nuovo caso lo chiama e lo riporta alla vita che vita non è più da molto tempo. Due dita in gola, si vomitano le pastiglie ancora integre e ci si mette alla ricerca, destinata a durare mesi, di un killer imprendibile, nome in codice Dostoevskij.

Viene soprannominato così perché sulle scene degli omicidi, in alcun modo correlati per modus operandi o identikit delle vittime, il che lo rende ancor più difficile da profilare e individuare, lascia ogni volta una lettera, simile per calligrafia ma non per significati a quelle di un Zodiac di David Fincher. Lettere scritte con estro letterario, concetti alti e filosofia, visione nichilista del mondo e sguardo sulla morte. La vicenda privata di Vitello, la scoperta di ciò che lo portò anni prima ad abbandonare la figlia, il suo deperimento psicofisico, i rapporti col capo e amico Antonio (un bravissimo Federico Vanni) e con il nuovo aitante e ambizioso sottoposto Fabio Bonocore (Gabriel Montesi), tutto questo si legherà indissolubilmente alla ricerca di Dostoevskij, tra orfanotrofi abbandonati e macellerie umane. Un abisso sulla morte per dare senso alla vita; un morto in più da agognare, per avere un giorno in più da vivere, e tormentarsi ancora e ancora, finché non finirà.

Film o serie, i ritmi sono coraggiosissimi

Filippo Timi e Carlotta Gamba in una scena della serie Dostoevskij

La serie-film dei D’Innocenzo è spoglia, nerissima, lenta e senza speranza. Nella lentezza sta il suo coraggio (e il coraggio produttivo di Sky) nell’andare in totale controtempo rispetto a quel famoso “click” su cui, neanche troppo ironizzando, scherzava Moretti ne Il Sol dell’Avvenire. Dostoevskij non ha quel click, quella schicchera, quella botta di vita se non dopo una cosa come le prime tre ore. Il che è giusto (e corente, e perseverante) perché non c’è proprio la benché minima botta di vita da trovare.

Per questo, ammettiamo – nonostante chi scrive spinga sempre per una visione in sala, e Dostoevskij uscirà anche in sala divisa in due parti oltreché in formato seriale su Sky – per una volta è forse il formato di serie a funzionare più di quello del film diviso in due parti, a differenza di un Esterno Notte di Marco Bellocchio. E questo perché Dostoevskij è un lungo romanzo unico, da leggere tutto d’un fiato nonostante le prime 300 pagine risultino lentissime e infinitamente descrittive.

Dostoevskij è un Seven spogliato di ogni cosa

Gabriel Montesi in una scena della serie Dostoevskij

La lentezza di Dostoevskij è quindi parte di tutto quel processo di spoliazione, riduzione ai minimi termini, sottrazione di qualunque abbellimento che rendono, questo prodotto, più nero del noir. Tutto il resto passa per la tecnica, per i dialoghi, per una volontà ricercata e ottenuta, frutto quindi di un complesso lavoro di rinuncia da parte dei D’Innocenzo, di liberarsi di ogni zavorra e orpello. Il che non era affatto scontato, che ci riuscissero (e a questi livelli), per due autori che salvo forse La terra dell’abbastanza non hanno mai fatto mistero poi, in Favolacce e America Latina, di voler affidare molto, al linguaggio tecnico, d’impatto e di luci, le cose da dire e il come dirle. Qui si mantiene questa volontà, ma nel modo opposto e auspicabilmente più difficile in assoluto: togliere, invece che aggiungere. L’assenza di una cosa che peserà più di qualunque altra presenza.

Perché Dostoevskij è davvero la cosa più cupa che abbia visto in vita mia, e proprio perché alla drammaticità dei suoi temi, all’oscurità delle sue indagini, alla violenza delle sue traiettorie umane, non cede mai il fianco all’istinto di fare il “bel cinema”. Non si potrà mai dire che Dostoevskij sia qualcosa di bellissimo perché bellissimo non potrebbe mai essere la parola adatta: è qualcosa di più, qualcosa di ben peggio.

E quindi ancora più nero

Filippo Timi in una scena della serie Dostoevskij

La pellicola sporca, che per una volta pellicola è davvero visto che l’intera serie è girata in 16 millimetri, ricorda piuttosto la traiettoria stilistica portata avanti in questi anni da un certo cinema rurale italiano. Per dire che nel raggiungere il punto più basso di quell’abisso dell’umano che li sentivamo voler intercettare sin da Favolacce, i D’Innocenzo hanno realizzato in realtà il prodotto quanto più distante dalla loro “tecnica” distintiva, se mai c’è stata. Però, girando solo nel Lazio, dimostrano una capacità incredibile di andare a pescare davvero, quegli sprazzi di America Latina che potrebbero sembrare il Nevada, o un certo Midwest e un certo Bayou del Mississippi, e invece siamo sempre e comunque a 50 chilometri da Roma o giù di lì.

In questo senso quindi, per concludere, Dostoevskij è un prodotto davvero in grado di competere con un Seven di David Fincher. Perché come scrive Federico Gironi per ComingSoon – ma come abbiamo pensato altri alla Berlinale 74, tanto questa serie va dritta in ciò che deve fare e rende impossibile girare gli occhi dall’altra parte – dovreste prendere un Seven ma spogliarlo di qualunque momento cinematografico o inquadratura studiata a tavolino che vi permetta di affibbiargli l’aggettivo di “bello”. Prendete Seven, toglietegli tutto lasciando solo oscurità, sangue, brandelli, mutilazioni, delitto senza castigo, anime nere e una fine più nera dell’inizio, e potreste forse avvicinarvi a immaginare cosa sarà Dostoevskij quando ve lo troverete davanti agli occhi.

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