I 25 migliori film noir nella storia del cinema

Il termine “noir” fu coniato nel 1946 da Nino Frank per raggruppare, a posteriori, una serie di film accomunati dalla psicologia dei personaggi, dalla tipologia dell’ambiente e dalla concezione drammaturgica. In questo articolo esploreremo 60 anni di storia del film noir attraverso le sue 25 migliori opere.
Vertigine, Il Grande sonno, Frank Costello faccia d'angelo, Il mistero del falco, Chinatown fra i 25 migliori film noir della storia del cinema

Pioggia. La luce fioca di un’insegna al neon si riflette in una pozzanghera scavata nell’asfalto. Una figura solitaria cammina per le strade della metropoli lasciandosi dietro una scia di fumo proveniente dalla sua sigaretta accesa. Dalla tasca del suo trench cade un biglietto con un appunto che recita: 25 migliori film noir della storia del cinema. La pioggia sciacqua la memoria dell’inchiostro sul biglietto. Dissolvenza.

Sono bastati pochi elementi chiave per infondere nella narrazione un’atmosfera tipica del genere noir. Ciò avviene perché il noir è uno dei generi più ricchi di codici visivi e narrativi, ormai divenuti un vero e proprio stereotipo. È la sedimentazione, nell’immaginario comune, di questi elementi sintattici del genere a rendere possibile la rievocazione e la parodia. Un esempio è il film Chi ha incastrato Roger Rabbit?, una caricatura ibrida cartoon-noir che gioca con questi ingredienti per creare un sistema di rimandi ai grandi film che hanno fatto la storia del genere.

Il genere noir, infatti, può essere considerato l’ambito della produzione hollywoodiana che offre il più alto grado di innovazione nel decennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale. È un territorio estremamente sperimentale sia a livello formale che di contenuto. I protagonisti sono individui solitari, disadattati, ribelli, sarcastici. I temi affrontati hanno diretta attinenza con i problemi della società contemporanea: alienazione, solitudine, sospetto, crisi d’identità e violenza incontrollata. Le origini del genere sono legate all’immigrazione di registi europei negli USA, la cui poetica si era sviluppata nella cornice di due tendenze dominanti nell’Europa centrale: espressionismo e Nuova Oggettività. Fritz Lang, Otto Preminger, Billy Wilder e Robert Siodmak sono i registi emigrati che meglio di tutti hanno rappresentato questa sintesi. 

Nel tentativo di tracciare una genealogia del noir con le sue 25 migliori declinazioni cinematografiche, è necessario premettere che la seguente rassegna procederà in ordine cronologico e coprirà 60 anni di storia del genere. Sebbene film come Blade Runner oppure Agente Lemmy Caution: missione Alphaville abbiano una forte estetica e struttura noir, la loro ambientazione è tipicamente fantascientifica. Per questa rassegna si è scelto, quindi, di selezionare solo opere totalmente aderenti al genere, senza ulteriori contaminazioni. Noir puri. La missione è stata ardua e per ovvie ragioni non potrà mai essere pienamente esaustiva, tuttavia ci abbiamo provato.

Il mistero del Falco (1941) di John Huston

Humphrey Bogart in una scena del film Il mistero del falco

Sam Spade è il più importante investigatore privato. Più importante perché è il primo, il personaggio che consacra Humphrey Bogart allo status di divo, ancora prima di Casablanca (1942). Il Mistero del falco è il film che intercetta in maniera inedita la discendenza del mondo mitteleuropeo e inizia a forgiare le basi espressive del genere e del cinema a venire. Esordio alla regia di John Huston che, a fronte di un budget ridotto, decise di realizzare l’opera quasi totalmente in interni e con uno stile che riflette l’ambiguità e la complessità del racconto. Il falcone maltese è il MacGuffin che riflette la natura stessa del cinema, in quanto “fatto della materia di cui sono fatti i sogni“. Sam Spade di Bogart è l’archetipo dell’investigatore privato, il “genitore narrativo” di Philip Marlowe, che verrà elaborato prima da Howard Hawks e poi, in chiave neo-noir da Robert Altman.

La donna del ritratto (1944) di Fritz Lang

Edward G. Robinson in una scena del film La donna del ritratto

Come racconta in un’intervista davanti al compianto William Friedkin, Fritz Lang fuggì dalla Germania dopo un colloquio con il ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels. La donna del ritratto è un film fortemente debitore della diffusione delle teorie freudiane e contiene in sé tutto il senso di paranoia del suo regista, costretto alla fuga per via delle sue origini ebree. Ciò che caratterizza il film noir non è solo la componente onirica, ma anche la sua associazione a uno stato di turbamento mentale del soggetto: il sogno è il sintomo di un malessere interiore. Quello di Lang è un noir soffocante, con protagonista un criminologo costretto a fare i conti con l’illusione del controllo e l’anarchia del desiderio sessuale. Il Deus ex machina finale arriva direttamente dall’eredità de Il Gabinetto del dottor Caligari e La donna del ritratto è il primo tra quei noir realizzati dai registi in fuga da Hitler.

Vertigine (1944) di Otto Preminger

Gene Tierney in una scena del film Vertigine di Otto Preminger

Vertigine (Laura in lingua originale) segna il primo successo americano del regista austriaco Otto Preminger. Un altro cineasta in fuga dal nazismo e un altro noir intriso di paranoia e psicosi. I primi film noir degli anni Quaranta, infatti, sono profondamente segnati dal terrore derivante dalle esperienze di deportazione, tortura e annientamento psicologico. Questo pessimismo permea numerose pellicole dell’epoca, tra cui Vertigine. Il tono onirico che caratterizza l’opera di Preminger è evidente sin dall’inizio: una voce fuori campo, accompagnata da una musica sensuale, introduce un flashback. Il protagonista è Mark McPherson, un ispettore di polizia che indaga sull’omicidio di Laura Hunt, una direttrice pubblicitaria trovata nel suo appartamento con il volto sfigurato da due fucilate. Più McPherson indaga, più si innamora della vittima. Se negli anni Novanta David Lynch ha fatto interrogare l’America con la domanda:”Chi ha ucciso Laura Palmer?, è perché, anni prima, Otto Preminger aveva già posto la stessa domanda al pubblico con Laura Hunt.

La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder

Barbara Stanwick e Fred MacMurray in una scena del film La fiamma del peccato

Billy Wilder non fu solo l’allievo più brillante di Ernst Lubitsch, ma anche uno dei padri fondatori del genere noir. Con La fiamma del peccato, tratto da un romanzo di James M. Cain, Wilder costruisce una sceneggiatura impeccabile, co-scritta con Raymond Chandler, uno dei maestri della letteratura hard boiled. La trama si sviluppa intorno alla confessione di Walter Neff, un assicuratore sedotto e spietatamente manipolato da Phyllis Dietrichson, considerata una delle femme fatale più crudeli della storia del cinema. Il tema della confessione, caro a registi come Paul Schrader e Martin Scorsese, qui assume un doppio significato: la narrazione, registrata su un dittafono, ha il valore di una testimonianza oggettiva; ma è anche profondamente soggettiva, poiché riflette il punto di vista di Neff, vittima e carnefice al contempo. In questo modo, Wilder elimina il narratore onnisciente, immergendo lo spettatore nell’ambiguità morale del protagonista. Mai come in questo film, ombre, oggetti di scena e musica contribuiscono in modo così determinante alla costruzione della tensione narrativa.

L’ombra del passato (1944) di Edward Dmytryk

Dick Powell in una scena del film L'ombra del passato

Edward Dmytryrk fu uno dei “rossi” cacciato da Hollywood, uno dei dieci nomi finiti nella lista nera durante il periodo del maccartismo. Nel 1944 realizzò L’ombra del passato, prima pellicola in cui appare Philip Marlowe, il celebre detective creato da Raymond Chandler. Il detective privato, in questo film, è un’identità instabile che si muove nel paesaggio atomizzato della città moderna. La Los Angeles di Dmytryk, con i suoi angoli oscuri, le sue figure ambigue e i suoi percorsi labirintici diventa lo specchio della coscienza. Molti dei titoli noir degli anni Quaranta fanno riferimento agli aspetti della metropoli, da La città nuda di Jules Dassin a L’urlo della città di Robert Siodmak. L’ombra del passato include la celebre scena del “drugged montage“, in cui Marlowe, sotto l’effetto di un siero della verità, attraversa un viaggio allucinato che gli provoca disorientamento, perdita di autocontrollo e visioni disturbanti. La sequenza è composta da una serie di inquadrature che alternano momenti di lucidità e torpore; il regista accosta riprese realistiche a immagini distorte, sovrapposizioni di figure astratte e animazioni, creando un effetto visivo potente che riflette lo stato mentale alterato del protagonista.

Detour – Deviazione per l’inferno (1945) di Edgar. G Ulmer

Tom Neal in una scena del film Detour - deviazione per l'inferno

Nonostante la forte censura attuata dal Codice Hays (se non sapete cosa sia e volete scoprire come influenzò Psycho, cliccate qui), i film noir raggiunsero il picco massimo di successo tra gli anni Quaranta e la fine degli anni Cinquanta. Era il periodo in cui la disillusione e la frustrazione per i risultati della Seconda Guerra Mondiale si riflettevano nelle pellicole, infondendo in esse esplicito pessimismo, fatalismo e morte. Uno dei temi centrali di questo genere, l’ineluttabilità del destino, emerge in modo potente in Detour – Deviazione per l’inferno di Edgar G. Ulmer, una cupa parabola sull’indifferenza del fato. Realizzato come b-movie con un budget ridotto, Detour dura appena 67 minuti: un tempo sufficiente per raccontare la storia surreale di un pianista sfortunato, che, diretto a Los Angeles per raggiungere la fidanzata, si ritrova a viaggiare con un uomo misterioso segnato da un graffio sulla guancia. Ben presto, gli eventi prenderanno una piega imprevedibile, spingendo il protagonista verso un destino sempre più tragico. Detour è permeato da un senso di fatalismo raro da trovare con tale intensità in altri noir dell’epoca.

Il grande sonno (1946) di Howard Hawks

Laura Bacall e Humprey Bogart in una scena del film Il grande sonno

Il Grande Sonno è uno di quei film che meglio rappresenta gli archetipi del genere hard boiled, una declinazione del poliziesco classico che si discosta dal più antico giallo deduttivo come il whodunit e si distingue per la rappresentazione cruda e realistica della violenza. Al contrario di Poirot, Marlowe è un detective che preferisce l’azione alla deduzione logica: un personaggio che si sporca le mani e che non ha la minima esitazione a uccidere, se necessario. Per interpretare un personaggio così iconico non poteva che esserci Humphrey Borgart, affiancato da Lauren Bacall. Insieme formano il perfetto duo detective e dark lady. Howard Hawks dirige tutto con la regia “asciutta” tipica delle produzioni della vecchia Hollywood, dando l’impressione di un racconto che si narri da sé. Dopo Il mistero del falco, Bogart entra nella leggenda come il miglior Marlowe mai visto sul grande schermo, meglio di Robert Mitchum, meglio di James Garner. Ventisette anni dopo ci penserà Elliott Gould ad aggiornare a dovere il personaggio grazie a Robert Altman.

Le catene della colpa (1947) di Jacques Tourneur

Robert Mitchium in una scena del film Le catene della colpa

Le catene della colpa segna l’ingresso di Jacques Tourneur nel mondo del noir, con un’opera che trasuda claustrofobia e un senso di morte imminente che permea ogni fotogramma. Robert Mitchum incarna l’archetipo dell’anti-eroe della New Hollywood: un uomo segnato da un passato incancellabile e condannato al fallimento. Le catene della colpa rappresenta una sintesi perfetta di tutto ciò che il noir era stato fino a quel momento: cupo, plumbeo e pervaso da contrasti netti e ombre pronunciate, tipiche dell’espressionismo. Un elemento ricorrente del noir classico è la rappresentazione visiva dei conflitti interiori dei personaggi, piuttosto che una loro trattazione tematica esplicita. Un esempio memorabile di questa tecnica è l’ombra di Robert Mitchum, che appare come un fantasma prima di attraversare il cancello della villa di White Sterling. Inoltre, nel film di Tourneur troviamo una delle scazzottate più memorabili della storia del cinema, resa ancora più potente dall’uso sapiente delle ombre e dalla coreografia dei movimenti dei corpi.

La fuga (1947) di Delmer Daves

Humphrey Bogart e Laura Bacall in una scena del film La fuga

Finora abbiamo analizzato film che si allineano perfettamente ai codici stilistici della Hollywood classica. La fuga, invece, da un lato sfida profondamente questi stessi criteri, dall’altro li ribadisce in modo sottile. La prima parte del film è raccontata interamente attraverso la soggettiva del protagonista, Vincent Parry, adottando un punto di vista (POV) in piena regola. Questa scelta, secondo il produttore Jack Warner, avrebbe potuto ridurre l’appeal del film, poiché avrebbe limitato l’uso di un attore come Humphrey Bogart, il cui volto rappresentava un’attrazione per il pubblico. Per i primi 36 minuti lo spettatore non vede mai il protagonista, ma si immedesima completamente nel suo punto di vista. Parry è senza scampo, la sua foto appare su tutti i giornali, e per sfuggire alla cattura decide di sottoporsi a un intervento chirurgico che cambi i suoi tratti somatici. Solo dopo l’operazione la soggettiva si interrompe, e finalmente vediamo il volto di Bogart. Da questo momento il film torna ad essere un noir in piena regola. 

Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder

Gloria Swanson nella scena finale di Viale del tramonto

Sunset Boulevard, le 5 del mattino. Il cadavere di uno sceneggiatore disoccupato galleggia nella piscina di una diva del cinema muto. L’intera struttura narrativa di Viale del tramonto si sviluppa come un lungo flashback in cui un morto racconta allo spettatore come è arrivato alla propria fine. Il film di Billy Wilder è un noir caustico, una riflessione cinica sulla fragilità del divismo e, più in generale, sull’ industria hollywoodiana. La protagonista è Norma Desmond, un’attrice caduta in disgrazia con l’avvento del sonoro. Ciò che eleva il film è la sua dimensione storica e meta-cinematografica: guardarlo è come osservare una fotografia animata di un’epoca passata. All’interno della pellicola, infatti, ritroviamo vecchi fantasmi di una Hollywood dimenticata come Buster Keaton, Cecille B. De Mille ed Erich Von Stroheim. Hollywood qui si configura come il coacervo di tutti i mali che dominano l’essere umano. Wilder riesce a filmare i fantasmi di tutti gli attori bloccati nel limbo delle loro aspirazioni decadute; fantasmi che cercano ancora, come Norma Desmond, il loro tanto agognato primo piano.

Un bacio e una pistola (1955) di Robert Aldrich

Maxine Cooper in una scena del film Un bacio e una pistola

Quando si parla di film noir, è impossibile non citare Un bacio e una pistola di Robert Aldrich. Questo film, considerato da Paul Schrader come il “capolavoro del noir,” è stato lodato dai critici di Cahiers du Cinéma come uno dei dieci migliori film americani dell’era sonora. Il noir di Aldrich, di impronta apocalittica, segna la fine del “ciclo classico” del genere, e già dai titoli di testa emerge il desiderio di innovazione: tra i più iconici nella storia del noir, i titoli sono realizzati per scorrimento inverso, un effetto che anni dopo George Lucas avrebbe reso celebre con Star Wars. Anche Quentin Tarantino ha raccolto l’eredità di Aldrich: in Un bacio e una pistola, come in Pulp Fiction, un’enigmatica valigetta con una misteriosa luce all’interno è al centro della trama. L’approccio di Aldrich è diretto e crudo, radicato in una realtà violenta e brutale, un tratto che avrebbe poi portato anche nel western con Nessuna pietà per Ulzana.
L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles

L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles

Orson Welles in una scena de L'infernale Quinlan

Dieci anni dopo La signora di Shanghai, Orson Welles torna al noir con L’infernale Quinlan, ambientato al confine tra Messico e Stati Uniti. Mike Vargas, in luna di miele, indaga su un attentato contro un ricco imprenditore. La frontiera qui ha una triplice dimensione: geografica, morale e metodologica. Rappresenta il limite tra due approcci investigativi opposti, incarnati da Quinlan (Welles), cinico e spietato, disposto a usare mezzi illeciti, e Vargas (Charlton Heston), che segue la legge. Quinlan diviene l’archetipo di tanti antieroi, come l’ispettore Callaghan (Dirty Harry), “Popeye” Doyle (Il braccio violento della legge) e Vic Mackey (The Shield). La celebre scena iniziale, un piano sequenza di tre minuti, presenta l’antefatto e i personaggi principali, creando una suspense di chiara matrice hitchcockiana poiché lo spettatore è in una condizione di vantaggio rispetto ai personaggi sullo schermo. Uno dei 30 film preferiti di Bong Joon-Ho.

Ascensore per il patibolo (1958) di Louis Malle

Maurice Ronet in una scena del film Ascenore per il patibolo

Ci spostiamo in Francia per un altro esordio folgorante: Ascensore per il patibolo, diretto da Louis Malle a soli 25 anni e con la straordinaria colonna sonora di Miles Davis. La trama si fonda sul classico topos della coppia di amanti assassini, come in I diabolici di Clouzot o Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett. Malle dimostra di aver appreso le lezioni di due maestri del cinema: da Robert Bresson impara a gestire gli spazi ristretti, come quello dell’ascensore fermo tra due piani di un grattacielo in piena notte; da Jacques Tati attinge per l’utilizzo del dialogo ridotto all’estremo, quasi assente. Come spesso accade nei noir, al centro della storia ci sono l’uomo e l’impotenza di fronte al destino beffardo, come nel caso dei protagonisti, il cui momento di complicità è svelato grazie al negativo di un’immagine che li inchioda per sempre.

La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock

Kim Novak in una scena del film La donna che visse due volte

La storia del noir ci ha abituato, fino a questo momento, a protagonisti forti, determinati e sicuri di sé. Hitchcock, ne La donna che visse due volte, sceglie invece di delineare un eroe vulnerabile: un poliziotto che, fin dall’inizio, si dimostra maldestro nell’inseguire un criminale, provocando indirettamente la morte di un suo collega. Il personaggio di James Stewart è una figura fragile, intrappolata nelle sue tensioni psicologiche e paure come l’acrofobia (solo una delle decine di fobie presenti nel cinema di Hitchock), e diventa vittima di un’ossessione per una donna morta, come accade in Vertigine di Preminger. Molte delle opere di Hitchcock esplorano il perturbante freudiano in chiave noir, come Io ti salverò, arricchito dalla collaborazione con Salvador Dalì. Tuttavia, è con La donna che visse due volte che il regista costruisce un vero e proprio prontuario di codici del genere: il tema del doppio e dell’identità frantumata, la patologia e la perversione, il sogno (basti pensare alla scena dell’incubo di Scott), e la “doppia” femme fatale

Frank costello faccia d’angelo (1967) di Jean-Pierre Melville

Alain Delon in una scena del film Frank Costello faccia d'angelo

Nel corso della sua storia cinematografica, la Francia ha sviluppato una sua personale versione del noir, conosciuta come polar, un genere che nasce dalla fusione del poliziesco (policier) e del noir. Nel film di Melville, il protagonista è il compianto Alain Delon, qui in una delle sue migliori performance attoriali di sempre. Delon interpreta Frank Costello, un sicario solitario, scaltro e metodico, cui viene affidato l’incarico di uccidere un importante uomo d’affari. Se il noir americano è noto per la sua componente visivamente spettacolare, il polar francese si caratterizza per un approccio diametralmente opposto: antispettacolare e a tratti ermetico. Melville ingaggia uno stile scarno, con l’azione che diventa una liturgia ritualizzata, come accade negli spaghetti western nostrani. Frank, infatti, aspetta sempre che sia la sua vittima a estrarre per prima la pistola.

La farfalla sul mirino (1967) di Seijun Suzuki

Mariko Ogawa in una scena di La farfalla sul mirino

La farfalla sul mirino è il noir più anarchico presente in questa rassegna. Anarchico ed eretico come il suo regista Seijun Suzuki, che rinnega e abiura tutte le regole che si erano andate a codificare nel genere e nel cinema fino a quel momento. Il film, all’epoca, venne accusato di essere “incomprensibile” tanto da causare il licenziamento in tronco di Suzuki. Ne La farfalla sul mirino lo spettatore è investito dallo stile frammentario e acido del regista nipponico. Si ritrova catapultato in un’epopea in cui i killer e tutto il sottobosco criminale sono classificati come nel ranking tennistico dell’ATP (il protagonista è il N°3). Suzuki elabora le scene del suo noir come fossero gag di una commedia slapstick grottesca, e realizza un tracciato visivo che esploderà poi nel noir hongkonghese di John Woo, con The Killer. L’eredità del noir di Suzuki è riscontrabile anche nel film di Jim Jarmusch Ghost Dog, nella scena dell’omicidio “dentro” lo scarico del lavandino, ricreata allo stesso modo.

Il lungo addio (1973) di Robert Altman

Elliot Gould in una scena del noir Il lungo addio

Gli anni Settanta rivoluzionano il cinema hollywoodiano nelle fondamenta; di conseguenza, anche il genere noir subisce importanti mutazioni. Robert Altman dirige in quegli anni Il lungo addio, una pellicola che, già a partire dal titolo, annunciava la separazione dal passato. Il film è una sorta di crocevia: il canto del cigno del noir e, allo stesso tempo, il suo aggiornamento estetico e formale. Protagonista è Philip Marlowe, detective che abbiamo già incontrato più volte nel corso di questa rassegna, che Altman decide di revisionare e smitizzare, esattamente come aveva fatto due anni prima con il western I compari. Scompaiono i tipici scenari notturni, i fumosi night club; l’eroe non è impeccabile, ma appare con la cravatta fuori posto e la barba incolta e, cosa più importante, non viene presentato nel suo canonico ufficio da investigatore privato. Questo è il neo-noir, un’evoluzione moderna del genere che resta però in costante dialogo con la tradizione, innovando senza dimenticare le proprie radici.

Chinatown (1974) di Roman Polanski

Jack Nicholson e Faye Dunaway in una scena di Chinatown

Chinatown rappresenta un’operazione filologicamente affascinante: un neo-noir degli anni Settanta che rielabora l’immaginario del noir classico degli anni Quaranta, filtrato però attraverso lo sguardo di un regista europeo. L’ambientazione negli anni Trenta rafforza il legame del neo-noir con il passato e con le storie di Chandler, pur proiettandosi in una nuova dimensione. La grande capacità di Polanski è stata quella di tradurre i traumi storici dell’America degli anni Settanta in materiale cinematografico, restituendo un film che è al tempo stesso il riflesso di un’epoca e una meditazione sul suo passato. Anche in questo noir i codici classici vengono sovvertiti: non ci sono ombre espressioniste né i tipici contrasti di luce, ma acque cristalline e un sole accecante; la dark lady non è più l’inafferrabile e spietata seduttrice, ma diventa la vittima di un destino crudele. Sui motivi che fanno di Chinatown un capolavoro, abbiamo dedicato un articolo.

Yakuza (1974) di Sydney Pollack

Robert Mitchium in una scena del film Yakuza

Yakuza è il terzo neo-noir della tetralogia che, negli anni Settanta, rivoluzionò il genere così come era stato inteso fino a quel momento. Il film è diretto da Sydney Pollack con una sceneggiatura di Paul Schrader e ha come protagonista Robert Mitchum qui nei panni di Harry Kilmer, un ex poliziotto che si reca a Tokyo per aiutare un amico, i cui figli sono stati rapiti da un potente boss della Yakuza per una vendetta personale. Yakuza segna un primato inedito per il cinema americano, quello di essere riuscito a trattare una cultura tanto distante con reverenza e rispetto. Robert Mitchum conosce la cultura giapponese esattamente come John Wayne conosceva quella indiana in Sentieri selvaggi. Il film si distingue anche per una malinconia inedita nel genere, con la scrittura di Schrader che riesce a toccare corde emotive profonde, commuovendo lo spettatore. Infine, la scena della mattanza finale vede Harry armato di fucile e pistola, un’immagine che anticipa molte delle icone del cinema che verranno in seguito.

Bersaglio di notte (1975) di Arthur Penn

Gene Hackman in Bersaglio di notte

Arthur Penn è stato uno dei padri putativi della New Hollywood, un regista che ha ridefinito il linguaggio cinematografico degli anni Sessanta e Settanta, lasciando un’impronta indelebile nella storia del cinema. Con Bersaglio di notte Penn prosegue il suo lavoro di destrutturazione dei generi, portando il noir a nuovi, audaci livelli di introspezione e disillusione. Il film è l’ennesima prova della sua capacità di mettere in discussione le convenzioni narrative e stilistiche, immergendo lo spettatore in un’oscurità emotiva e morale che riflette la crisi di identità dell’America del periodo. Il protagonista, Harry Moseby (interpretato magistralmente da Gene Hackman), è un detective privato che si distingue per il suo fallimento. Non è un eroe, né un uomo con un talento speciale; al contrario, è ben consapevole delle proprie debolezze e dei limiti della sua professione. Tutto questo si riversa in un’opera amara e priva di speranza, che non esita a mostrare dettagli macabri e inquietanti.

Strade violente (1980) di Michael Mann

Michael Mann in una scena di Strade violente

Negli anni Ottanta, le convenzioni del noir sono ormai ampiamente superate, e il genere diventa un pretesto narrativo per rappresentare la realtà come un insieme di micro-storie intrecciate. Strade violente di Michael Mann, insieme a L’anno del dragone di Michael Cimino e Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin, rappresenta un’opera chiave per comprendere l’evoluzione del noir in quel decennio. Mann propone un noir metropolitano che anticipa l’estetica lucida e scintillante che avrebbe dominato gli anni Ottanta. Il film, interpretato da James Caan, segna un’innovazione importante anche nella colonna sonora: è la prima volta che i sintetizzatori vengono utilizzati per fondere la composizione tradizionale su spartito con sonorità elettroniche. Il debutto cinematografico di Mann racconta la storia di un uomo che, intrappolato in una spirale di violenza primordiale, distrugge il proprio mondo prima di dissolversi nella notte. Gli ultimi 7 minuti, accompagnati dalla musica ipnotica dei Tangerine Dream, sono un indimenticabile pezzo di cinema muto.

Omicidio a luci rosse (1984) di Brian De Palma

Melanie Griffith in una scena del film Omicidio a luci rosse

Omicidio a luci rosse di Brian De Palma rappresenta appieno la tendenza cinematografica degli anni Ottanta che univa il neo-noir all’erotismo. Sebbene i precursori di questa fusione siano stati Cruising (1980) di William Friedkin e Brivido Caldo (1981) di Lawrence Kasdan, è con il film di De Palma che questa contaminazione raggiunge la sua consacrazione definitiva. L’impianto narrativo del film di De Palma si fonda sulla ricombinazione di alcuni topoi tipici della morfologia hitchockiana. Il protagonista, Jake Scully, un attore di film a basso budget afflitto da claustrofobia, richiama esplicitamente il personaggio di Scottie in La donna che visse due volte con la sua acrofobia, mentre la trama si intreccia visivamente con le dinamiche voyeuristiche de La finestra sul cortile. Il tema del doppio è richiamato fin dal titolo originale, Body Double, che riassume il senso profondo di quello che è forse il film più consapevole di De Palma.

Vivere e morire a Los Angeles (1985) di William Friedkin

William Petersen in una scena del film Vivere e morire a Los Angeles

Il cinema post anni Settanta è segnato da un’estetica iperrealista, e Vivere e morire a Los Angeles ne è uno degli esempi più affascinanti. Fin dal titolo, la città emerge di nuovo come protagonista, portando con sé tutta la sua angoscia e corruzione. Qui, il noir metropolitano si pone come evoluzione del western degli anni Cinquanta: non è un caso che il protagonista porti lo stesso nome di John Wayne in Un dollaro d’onore. Al regista de L’esorcista interessa esplorare il lato oscuro del decennio elettro-pop, nascosto dietro l’estetica patinata tipica degli anni Ottanta e celebrata anche dalla televisione di quel periodo (inizia l’era di MTV). La “giungla d’asfalto” di Los Angeles diventa il simbolo dei mali terreni, con una violenza cruda e brutale. Emblematica, in tal senso, è la scena della morte di Chance, rappresentata come un’esecuzione fredda e improvvisa, priva di pathos, proprio come accadrebbe nella realtà.

Strade perdute (1997) di David Lynch

Bill Pullman e Patricia Arquette protagonisti di Strade perdute

Velluto Blu fu il primo neo-noir partorito dalla mente geniale e folle di David Lynch (di cui abbiamo classificato i film qui), ma è con Strade perdute che il suo stile raggiunge l’apoteosi misurata. Un approccio unico nella storia del noir, nonché uno degli esiti più radicali della sperimentazione del regista sulle possibilità del mezzo cinematografico e sulle sue modalità narrative. Lynch riprende uno dei leitmotiv visivi più diffusi nella storia del noir, ovvero la soggettiva di una macchina che si muove su una strada avvolta dalle tenebre, e crea un noir allucinato, caratterizzato da una “weirdness acuta” in cui, a “vivere due volte”, non è una donna ma la mente del protagonista. In Strade perdute, il sonno della ragione plasma realtà alternative che collassano su sé stesse all’infinito, come in un loop di un cerchio infernale. Il neo-noir di Lynch è una fucina di trovate: dalle videocassette che prevedono morte (anticipa Niente da nascondere di Michael Haneke) ai titoli di testa e di coda, legati tra di loro dalla struttura narrativa a nastro di Moebius.

L’uomo che non c’era (2001) di Joel e Ethan Coen

Billy Bob Thornton in una scena del film L'uomo che non c'era

L’uomo che non c’era è l’ultimo ideale noir che chiude questa rassegna di 60 anni dedicata al genere. L'”odore di noir” è presente in molte delle pellicole dei fratelli Coen, dal loro esordio con Blood Simple fino a Il grande Lebowski, ma è con questo film che i due registi mettono in scena il loro lavoro più cupo e aderente al genere. Ed Crane è un uomo vuoto e spento come il suo sguardo; trascina le sue giornate dominato dall’inerzia della vita. Nessuno ricorda il suo nome. Il cinema dei fratelli Coen è sempre stato caratterizzato dalla capacità di raccontare gli effetti del fato su chi tenta di deviare dall’’apatia della propria quotidianità, spinto dall’ambizione di una vita utopica. L’uomo che non c’era aderisce pienamente a questa tradizione coeniana. L’iperrealismo del noir degli anni Ottanta lascia il posto a una nuova declinazione del genere, che mette in scena l’assurdità del reale, intesa come risultante di una serie di eventi sfavorevoli e avversi al protagonista, come accadeva in Detour

Voi siete d’accordo con questa rassegna dedicata ai film noir? Fateci sapere nei commenti quale altro noir avreste inserito e, se vi manca qualche titolo, potete sempre recuperarlo tenendo a portata di mano proprio questa rassegna.

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