Tutti i film di David Lynch dal peggiore al migliore

Genio, incompreso o semplicemente pazzo: qualcuno che ha saputo rendere cinema i propri incubi e i propri mostri interiori. Aveva tutte le carte in regola per incarnare il prototipo dell’artista, assurgere ai grandi e aspirare a diventare “il più grande regista di quest’epoca“, come lo definì il Guardian. Compie oggi 76 anni, tre quarti di secoli più uno, David Lynch, il grande maestro dell’onirismo per cui vale a pieno titolo la definizione di cinema del grottesco. E per il quale abbiamo voluto ipotizzare questa classifica di tutti i suoi film dal peggiore al migliore.

Diciamo ipotizzare, perché non è mai cosa facile stilare una classifica netta per registi di questo calibro. Figurarsi poi uno come lui, per il quale più che il gusto di chi scrive gioca una sua irrinunciabile ammissione di colpa: la capacità di comprenderlo, alle volte, Lynch, per suo stesso volere. Per questa ragione, ci siamo lasciati guidare, per le prime posizioni, dalle pellicole maggiormente in grado di incarnare e riassumere tutti i volti della sua estetica. E per il primo posto, da quello che è stato eletto – da un consesso di 177 critici internazionali raccolto da BBC – come il più grande fra i 100 migliori film a livello mondiale dal 2000 al 2017.

10. Dune

Dune di David LynchA essere giusti, si sarebbe dovuto giocare l’ultima posizione, ex aequo, assieme al film che seguirà. Ma togliere a Dune il diritto dell’ultima posizione, sarebbe stato fare un torto all’unico primato che si è guadagnato a pieno titolo e che l’ha reso, suo malgrado, uno dei cult leggendari della storia del cinema. Quello di essere uno dei più terribili adattamenti di fantascienza a memoria d’uomo, quantomeno per lo squilibrio fra la qualità della pellicola e il genio – ancora acerbo – che l’aveva girata e che l’avrebbe successivamente odiata. L’idea di una versione cinematografica dell’epopea di Frank Herbert, oggi riproposta da Denis Villeneuve, venne per prima ad Alejandro Jodorowsky. Il progetto, mai realizzato, avrebbe contato sui nomi di Orson Welles, Salvador Dalì, Mick Jagger e i Pink Floyd. Al loro posto, ottenemmo Sting e Kyle MacLachlan – futuro attore feticcio di Lynch – calati fra il manierismo e il kitsch del 1984. Attribuendo la colpa ai produttori da estimatore del regista, Jodorowsky ammise: “È orribile”.

9. Fuoco cammina con me

Twin Peaks: Fuoco cammina con me di David LynchA salvarlo dal gradino più basso, solo il fatto che questo film venga ovviamente citato come diretta emanazione di Twin Peaks, capolavoro per piccolo schermo che, per questo motivo, non poteva ovviamente rientrare. Alla pellicola del 1992 sarebbe seguita, nel 2014, una raccolta di tutto il girato mai inserito nel montaggio finale: Missing Pieces. Come l’ultima riedizione, Fuoco cammina con me si riproponeva di riempire pezzi, risolvere i misteri e soprattutto approfondire l’apparente tranquillità di Twin Peaks prima che fosse sconvolta dall’omicidio di Laura Palmer. Grande protagonista del prequel è ovviamente il personaggio interpretato da Sheryl Lee, puro MacGuffin completamente assente nello show originale. Ma il secondo arco narrativo non poteva che riportare su schermo l’amatissimo Dale Cooper, ormai prigioniero della Loggia Nera, nella sua carriera all’interno dell’FBI. Oltre al gradito ruolo di David Bowie dell’agente scomparso Philip Jeffries, già entrato in contatto con i misteri di Twin Peaks, il film non sarebbe stato all’altezza della serie, trasformandosi in un flop non meno confusionario.

8. Inland Empire

Twin Peaks: Fuoco cammina con me di David Lynch

L’ultimo film di David Lynch, risalente al 2006, è anche il suo più esuberante, quello in cui la poetica dell’assurdo e dell’onirismo è stata portata alle estreme conseguenze, con risultati di difficile elaborazione. Sono pochi i registi che possono vantare un marchio tanto riconoscibile e al contempo enigmatico come quello di David Lynch: salti acronici fra sogno, realtà e allucinazione rendono il suo cinema irriducibile alla facile comprensione. All’ennesima potenza e prive di freni, premesse del genere possono creare non pochi problemi. Riunendo molti collaboratori storici – Laura Dern, Harry Dean Stanton, Justin Theroux – e affiancandoli con un gigante del calibro di Jeremy Irons, il film ripropone il binomio di finzione e realtà ma lo cala in un gigantesco discorso sulla metacinematografia. Questa volta è l’attore stesso, a non riconoscere più la distinzione fra la vita reale e il ruolo che dovrebbe interpretare, vittima dell’incubo del palcoscenico. È la poetica lynchana che parla di sé stessa, con l’autoreferenzialità di fine carriera.

7. Una storia vera

Una storia vera di David LynchIl meno lynchano dei film di David Lynch, un vero e proprio unicum che difficilmente verrebbe da attribuire alla sua filmografia. A due anni dalla follia su strada di Lost Highway, il regista torna a battere l’asfalto in questo dolcissimo e toccante, quanto atipico road movie nel quale non sono le strade a essersi perdute. Piuttosto, i rapporti familiari, della tipologia più potente e al contempo più difficile di tutte: quelli fraterni. Alla vigilia del nuovo millennio, questo film del 1999 ripercorre la storia (effettivamente) vera di Alvin Straight, un contadino dell’Iowa che alla veneranda età di 73 anni – solo tre in meno rispetto a Lynch, oggi – si mise alla guida del suo tosaerba e percorse quasi 400 chilometri nel corso di 6 settimane viaggiando alla velocità di crociera di 8 km/h. Tutto per vedere suo fratello malato (Harry Dean Stanton) con cui non ha rapporti da anni. Oltre alla grande distesa americana, torna del regista una galleria di incontri un po’ meno creepy del solito.

6. Eraserhead

Eraserhead di David Lynch

Quello che Stanley Kubrick avrebbe definito per anni il suo film preferito. Forse basterebbe questo per fargli scalare la classifica, oltre allo shock che significò e avrebbe significato per il cinema successivo. Ma il lungometraggio d’esordio di David Lynch è anche quello (obiettivamente) più incomprensibile, che ha diviso e divide tutt’ora distese di spettatori tutt’altro che inconsapevoli. Nel 1977, il debutto di David Lynch combacia con quello del suo più irrinunciabile collaboratore, Jack Nance: se MacLachlan avrebbe partecipato a quattro produzioni, Nance sarebbe comparso in cinque, seppur con ruoli minori. Ma dimostra anche l’iniziale spigolosità di Lynch nel sapersi vendere, se non al grande pubblico, quantomeno agli spettatori che avrebbero imparato ad amarlo e (soprattutto) a capirlo. Dirà del film: “Non avevo idea di cosa volesse dire. Così tirai fuori la Bibbia e iniziai a leggerla. Una frase completò la visione d’insieme al posto mio. Penso che non rivelerò mai quale fosse quella frase” In Eraserhead c’è molto del futuro immaginario lynchano: è solo nascosto bene, nel marasma dell’orrore e degli incubi di una vita.

5. The Elephant Man

The Elephant Man di David Lynch

L’opera seconda di David Lynch, l’ultima a condividere ancora il bianco e nero tipico del primo binomio e ben presto abbandonato, costituì in realtà un capolavoro della storia del cinema, soprattutto per il pubblico suo contemporaneo. Ma come vuole la dichiarazione d’intenti iniziale, la sua posizione apparentemente “declassata” è dettata dal fatto di essere fondamentalmente privo di quel costitutivo elemento lynchano che è l’onirismo. Ma non manca, come in Eraserhead, una ricerca primigenia dei suoi temi prediletti, di ciò di cui debba parlare il suo cinema e il cinema del futuro. Forse dei mostri e delle mostruosità. O piuttosto di una società che è ancor più mostruosa di loro, perché sotto a tutta quella Sindrome di Proteo di cui è affetto il protagonista John Hurt, non riesce a scorgere la sua incredibile cultura e nobiltà d’animo. Solo un caritatevole dottore – il giovanissimo Anthony Hopkins – si interesserà al suo caso, rischiando però di trasformarlo in un nuovo fenomeno da baraccone.

4. Cuore selvaggio

Cuore selvaggioLa cifra lynchana raggiunge piena riconoscibilità con il film che ha forse meglio riassunto tutte le facce della sua assurda, quasi parodistica poetica neo-noir. Come avverrà per il binomio di Strade perdute e Mulholland Drive, la Palma d’Oro del 1990 ricalca trame e cornici del precedente Velluto blu, arricchendone l’estetica in favore di una decostruzione del genere che qui offre i risvolti più pulp di tutta la sua filmografia. E anticipa volti ed elementi che ricorreranno in futuro, non ultimo il bestiario di freaks alla Twin Peaks. Con le loro sovrainterpretazioni tese a fare il verso a un noir presosi sempre troppo sul serio, Laura Dern e Nicolas Cage interpretano due giovani indomiti e infuocati in fuga da pericolosi sicari della mala: su tutti, un mostruoso Willem Dafoe. Sesso, asfalto, sigarette e omicidi si susseguono in questo road movie che ricorda per ambientazioni e cinematografia il Wim Wenders di Paris, Texas.

3. Velluto blu

Velluto bluSecondo l’opinione di molti, quello risalente al 1986 è a mani basse il miglior film del regista, non si discute. Se chiedete a noi, è senz’altro il primo film di David Lynch veramente lynchano, il primo a istituire, proclamare e far conoscere al grande pubblico quella famosa poetica che lo contraddistinguerà in tutti i suoi film successivi. Ma Blue Velvet – come canta Isabella Rossellini nella prima di tante esibizioni su schermo che ossessioneranno molte scene madri della sua filmografia – è anche un film che fa molto lavoro d’impostazione sul genere. Da grande protagonista, qui, lo fa il neo-noir. In quello che costituisce forse il suo più lampante manifesto cinematografico. Iniziano a fare la loro comparsa, pur timidamente, anche le strutture acroniche tanto care. Ma quella di Velluto Blu è una storia fondamentalmente lineare e maledettamente reale: due giovani, Dern e MacLachlan, si trovano invischiati in un affare e malaffare più grande di loro. In fuga da quel terribile, inquietante e selvaggio cattivo che è il fenomenale Dennis Hopper, forse nel suo ruolo più iconico.

2. Strade perdute

Mulholland-DriveQuando uscì nel 1997, Lost Highway fu mal compreso dal pubblico e generalmente massacrato dalla critica. Ma è così che nascono i capolavori. Lo avete sentito ripetere più volte nel corso della classifica, ma per questo film è proprio il caso di ripeterlo, a costo di suonare ripetitivi e al costo di un apparente parossismo: ci troviamo davanti all’apoteosi misurata di David Lynch. Noir e malaffare, finzione e realtà, follia e onirismo: tutti i suoi temi, le sue aure e i suoi personaggi sono qui riassunti in un perfetto, cupissimo connubio. Lo spettrale Bill Pullman è il protagonista di questo circolo vizioso da eterno ritorno, teso a costringerlo in una impossibile elaborazione di colpa e menzogna schizofrenica per l’uxoricidio della femme fatale Patricia Arquette. Una struttura narrativa senza precedenti, che a detta dello stesso regista si rifaceva al Nastro di Möbius: figura geometrica paradossale ma non impossibile, in cui le due facce (sogno e realtà) sono fra loro collegate in un’unica e disturbante soluzione di continuità.

1. Mulholland Drive

Mulholland DriveQuello che è valso per la coda di questa classifica, vale anche per la testa, in termini di ex aequo. La seconda Palma d’Oro sfiorata a Cannes 2021, che ha però consegnato a Lynch il premio come Miglior Regista, costituisce infatti un binomio rispetto al predecessore del ’97. Da un lato, gli incubi del protagonista di Lost Highway rappresentano le consolazioni sessuali e sfrenate di un marito fondamentalmente affetto da andropausa: segnati quindi dall’aura del noir fra investigatori privati, malavitosi e pornografia. Dall’altro, quelli della Watts in Mulholland Drive si presentano come un fiabesco e roseo sogno di affermazione nelle produzioni di Hollywood, nonché di una dolce storia d’amore nei confronti di un regista e di aiuto (indispensabile) nei confronti di una donna indifesa, minacciata da un terribile complotto. Proprio quegli obiettivi raggiunti invece, nella realtà, dall’amante di cui ordinerà l’assassinio. Di nuovo, l’elaborazione di colpa. Ma il capolavoro di David Lynch si guadagna la medaglia d’oro quantomeno per aver reso più accessibili, in retrospettiva, queste interpretazioni. In altre parole: senza Mulholland Drive, avremmo capito un po’ di meno il grande e più vero David Lynch.

Questi e molti altri approfondimenti e classifiche su CiakClub.it

Facebook
Twitter