Civil War è un capolavoro di guerra, politica e giornalismo: la recensione

Civil War non è solo il miglior film di Alex Garland e il miglior film di guerra degli ultimi vent’anni. Ma è un film di pura adrenalina action, perfettamente girato, che riesce altresì a portare avanti discorsi interessantissimi di politica e giornalismo.
Una scena del film Civil War

Erano almeno dieci anni che non mi imbattevo in un film, del presente o del passato, capace di far breccia in una ideale quanto superflua classifica dei miei film preferiti di sempre. Sapete no, quelle classifiche che poco hanno a che fare con la qualità e molto più con l’affetto, il ricordo, il cult, e che di solito si preformano in quei primi dieci anni di accumulazione d’immagini, e poi non ammettono più ingressi. Ecco. Civil War di Alex Garland, da oggi al cinema, ha fatto breccia.

Perché Civil War, la produzione più costosa mai realizzata da A24 e anche con un tono e un genere piuttosto distante dal classico A24, che in America sta già incassando di brutto e facendo discutere di più; dicevo Civil War non è solo il miglior film di Alex Garland, e c’era Ex Machina da battere. Non è solo uno dei film di guerra contemporanea meglio girati degli ultimi vent’anni – forse proprio il miglior film di guerra, degli ultimi vent’anni. Non è solo un’esperienza action potentissima e di pura adrenalina. E non è solo un’idea – immaginare una guerra civile contemporanea in USA – semplicemente molto figa.

Ma nei suoi livelli inferiori, subito sotto la superficie di un action commercialmente e registicamente impacchettato alla perfezione, è uno sguardo interessantissimo a una moltitudine di fenomeni, politiche e geopolitiche complesse, di ricadute costituzionali, di cadute democratiche, soprattutto di Stati Uniti e della loro logica guerrafondaia e fratricida. Il tutto, attraverso la lente di un ragionamento sulla crisi del giornalismo che è causa diretta, di pari passo, della crisi delle democrazie.

Insomma, Civil War è un film capace di conquistare chiunque. Appassionati di action, videogiocatori assassini, benpensanti di sinistra, complottisti di destra, appassionati d’America e antiamericani, giornalisti sottopagati. Sarà che in me ha trovato un po’ tutti in uno.

Not a long way (To get shot if you’re in a Civil War)

Al nocciolo di tutto, Civil War è innanzitutto un classico road movie americano che usa lo stilema del microcosmo familiare. Ha una struttura narrativa semplicissima. Una premessa: gli Stati Uniti in preda a una guerra civile fra California, Florida, Texas e altri Stati secessionisti da un lato; il Presidente asserragliato con l’esercito regolare e gli ultimi fedelissimi in una Washington DC circondata, dall’altro. Una promessa: scattare un’ultima foto al Presidente, la foto del secolo, prima che la Capitale cada. E poi una famiglia, atipica, disfunzionale: una famiglia di giornalisti.

Mamma e Papà sono rispettivamente sono Lee – una bravissima Krinsten Dunst, recuperata e sempre troppo poco usata – e Joel – un bravissimo Wagner Moura (Narcos), recuperato e sempre troppo poco usato. Rispettivamente la più grande fotoreporter di guerra al mondo e un editorialista suo collega. Nonno sarebbe Sammy – l’altrettanto bravo Stephen McKinley Henderson – un veterano del New York Times, o almeno di quello che ne rimane in questa America in cui dalle parti di DC si spara ai giornalisti a vista. Figlia è Jessie – Cailee Spaney, qui anche più brava che in Priscilla – una giovanissima aspirante fotoreporter che vede Lee come un’eroina e, contro il parere di Lee, si aggrega alla carovana suicida.

Attraverso il mezzo del road movie, Alex Garland costruisce una discesa all’inferno che lui dice ispirata ad Apocalypse Now, ma che è fondamentalmente un ottimo escamotage per far fare, ai quattro, quei cinque o sei incontri-scontri che ci facciano intercettare piccole porzioni di orrore in quest’America in preda al caos. E attraverso il microcosmo della famiglia sotto mentite spoglie, il britannico Alex Garland usa lo strumento narrativo americano per eccellenza contro gli americani stessi. Partendo da apparenti banalità, ma dicendo attraverso di esse cose interessantissime.

Mai Stati Uniti

Nick Offerman in una scena del film Civil War

La prima e più interessante dimensione è quella politica, e in molti sensi: interna, estera o più fedelmente all’etimologia originale, sociale. Chi sono gli Stati Uniti? Un Paese in cui la differenza fra democratici e repubblicani non è poi così distinta come la immaginiamo, e infatti l’inquietantissimo Presidente qui interpretato da Nick Offerman – il Bill di The Last of Us – potrebbe sembrare all’inizio un Trump post Capitol Hill, in una realtà alternativa non troppo impensabile poi, in cui Capitol Hill fosse finita male. Ma Garland ci dice che potrebbe essere chiunque, anche quel geriatrico rincoglionito di Biden.

Chi sono gli Stati Uniti? Un Paese che ha scatenato guerre e squilibri geopolitici negli ultimi trent’anni e anche di più, e allora permetteteci di goderne un po’ se Civil War, in pratica, questo fa: traslocare tutte quelle scene, quei fratricidi, esecuzioni, impiccagioni, liberatutti di fazioni dalle divise sempre diverse e quindi mai riconoscibili, in cui ci sono tre o quattro eserciti regolari e dieci volte tanti liberi tiratori, razzisti, estremisti, gente che si spara addosso senza neanche sapere per chi combatte o contro chi combatte; spostare insomma trent’anni e più di dinamiche scatenate dagli Stati Uniti, negli Stati Uniti. E ci dimostra che loro, e non i Paesi in cui dichiara di voler esportare la democrazia, sono quelli davvero disfunzionali. In cui l’ambizione individualista ha creato odio profondo fra vicini di casa con l’erba del bel praticello alta un centimetro in più o un centimetro in meno e fin troppi fucili appesi in salotto.

C’è un film Netflix uscito di recente di cui forse avrete sentito parlare, Il mondo dietro di te. È fondamentalmente un pessimo film, ma verso il finale dice una cosa molto interessante. Che in un Paese completamente accecato dalla propria self confidence e dalla propria ossessione per la sicurezza interna, basta pochissimo per farne esplodere gli inceppi. Gli Stati Uniti sono quel Paese e Civil War questo discorso lo porta avanti molto bene e gli basta una manciata di frasi per farlo. Da apprezzare anche la credibilità della dinamica bellica, perché a sentire di un’alleanza (impossibile) fra Texas e California ci eravamo indispettiti non poco, ma il film risolve e giustifica bene anche quel passaggio.

Morte di un commesso giornalista

Wagner Mour e Kristen Dunst in una scena del film Civil War

Civil War non sarebbe il film potentissimo che è, se non avesse scelto come sguardo, come soggettiva, quella giornalistica. Le macchine fotografiche si impugnano e puntano, in quel della Casa Bianca, come fucili ad alto potenziale. È un ballo: il militare spara, il giornalista scatta. Il flash è più potente del proiettile. Ma proprio per questo le cose vanno male. Perché, come si dice all’incirca, a un certo punto: “Lo stato della nazione è direttamente collegato allo stato del nostro mestiere“. E la colpa di chi è, se non tutta vostra, di voi che state leggendo in questo momento?

Questo il film non lo dice, anche perché non basterebbe un saggio per esaurire il problema. Questo lo dico io, che laddove l’informazione non si paga è ovvio che l’informazione muoia. Quello che il film mette in mostra è il passaggio successivo: che laddove l’informazione muore, le democrazie muoiono. Ed è strano che noialtri, a guardare il mondo là fuori e non un film, a guardarlo sempre più proiettato verso transizioni antidemocratiche – nostra cara Italia compresa – e con un giornalismo sempre più debole e dalle mani legate dietro la schiena, non si fosse fatto due più due.

Per triste coincidenza, Civil War è anche arrivato in un momento in cui, da qualche mese a questa parte, siamo stati abituati come mai prima a immagini di giubbotti antiproiettile con su scritto “Press” subito sotto una testa sfracellata da un proiettile mirato. Si parla di Gaza, ma non solo. La Washington in cui si spara ai giornalisti a vista, è la parte meno distopica della storia. E il nuovo, giovane giornalismo – perché anche di questo si parla, di passaggio del testimone attraverso il personaggio di Cailee Spaeny – affamato, drogato di azione, che scatta su pellicola mentre Lee scatta in digitale, non sembra pronto alle conseguenze che verranno.

La regia di Civil War e tutto il resto

Cailee Spaeny e Kristen Dunst in una scena del film Civil War

Quindi politica e giornalismo, giornalismo e politica, ma se ci si fermasse anche solo alle qualità di Civil War come pura esperienza cinematografica, ci si troverebbe già in presenza, se non di un capolavoro, comunque di un film di rara potenza, mira e perfezione. Anche solo per quella lunga, sudatissima scena di Washington DC, a guadagnare gli isolati proiettile dopo proiettile. Una scena così ben girata, vedrete, non la vedevamo da tempo.

Scena d’azione, scena di tensione. Anche la tensione è alle stelle, e a dimostrarlo c’è quella parentesi con un inquietantissimo Jesse Plemons, già destinata a diventare culto. Civil War è un continuo intervallare di vere e proprie coreografie registiche e di semplicissimi dialoghi, che in una manciata di botta e risposta hanno già detto e racchiuso tutto. E poi musiche, brani, contrappunti: pochi ma sempre al punto giusto.

Civil War è un film in grado di piacere a tutti perché è più film in un uno, perché è un action che tratta di temi alti meglio di quanto riescono a fare gran parte dei film dichiaratamente impegnati, perché gioca sulle ambiguità di schieramento. E a chi dovesse tacciarlo di qualunquismo, chiedo: cos’è, in fondo, l’America? E come ha fatto il Paese culturalmente più giovane e sempliciotto di questa terra, a diventare l’egemone di una cultura non solo pop ma anche politica che sembra ormai radicata ovunque. Forse, a tacciare gli altri di qualunquismo, dovevamo accorgerci invece che se non è la democrazia che gli Stati Uniti sono riusciti a esportare, forse nel frattempo stavano esportando qualcos’altro.

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