Priscilla, recensione: liberaci Sofia, dalla tirannia degli uomini tristi

A due anni dal biopic di Baz Lurhmann, Sofia Coppola annulla del tutto Elvis per raccontarci di sua moglie Priscilla. Potente femminismo: abbiamo detto abbastanza dei traumi dei nostri idoli e di noi stessi; è il momento di parlare di quelli che ridiamo indietro alle donne intorno a noi.
Priscilla, recensione: salvaci Sofia, dalla tirannia degli uomini tristi

A due anni dal biopic che ci ha fatto piangere ed empatizzare per il Re del Rock, Sofia Coppola dice un sonoro basta. Mette completamente in angolo Elvis Presley, rifugge l’ennesima celebrazione compassionevole, conscia che di lui abbiamo sentito abbastanza, non sempre tutto ciò che andava detto. E sceglie invece un biopic sulla moglie, Priscilla, la cui storia privata e (solo apparentemente) di scarso interesse diventa piuttosto, nelle mani della femminista Sofia Coppola, dramma collettivo di tante donne vittime della rabbia, della tossicità e dell’insicurezza dei loro uomini.

In questo biopic non conterà nulla cosa Elvis abbia passato, quanto sia stato spremuto dal Colonnello; non lo vedrete nemmeno, il Colonnello. Conta solo cosa ha fatto passare, per reazione, a sua moglie. Astenersi fan di Elvis insicuri o incapaci di accettare che, laddove molti vedono un Re, alla moglie rischia di costare un Tiranno. Un po’ come il lavoro, per capirci, che Larraín sta portando avanti negli ultimi anni con le sue pellicole sulle first ladies, da Jackie Kennedy a Diana Spencer.

L’inganno apparente di Sofia Coppola

Priscilla racconta la vita della regina consorte Presley, nata Beaulieu, dal momento in cui conosce il giovane cantante, al momento in cui lascia la sua vita per sempre. Quindi Coppola parte da un controsenso, solo apparentemente sminuente di tutta la vita di Priscilla e che almeno inizialmente potrebbe dare ragione a chi metteva in discussione l’utilità di un biopic su di lei, se non in funzione del marito. Perché effettivamente non vediamo l’infanzia di lei. Non vediamo la mezza età e la vecchiaia di lei. Come a dire: “Sì, è vero, ciò che di interessante può dire un biopic intitolato Priscilla, è circoscritto a quella sua parte di vita vissuta al fianco, nell’ombra e nella gabbia di Elvis“.

Ma proprio circoscrivendola, Coppola reillumina Priscilla e la rende portabandiera di un malessere universale, comune a molte donne. Perché la storia di questa donna “anonima” potesse brillare di senso universale, Coppola la mette effettivamente all’ombra di Elvis, accentuata dai riflettori che puntano accecanti su di lui. Ma poi toglie lui, del tutto, l’ombra delle spalle alte e larghe viene meno, e a restare sul palco c’è solo Priscilla, ora ben illuminata dai riflettori ancora accesi. Rubando il microfono che sempre fu di Elvis, Coppola lo usa come megafono per Priscilla.

Priscilla, prigioniera a Graceland

Cailee Spaeny è Priscilla
Cailee Spaeny è Priscilla

Quindi, Germania Ovest 1959, base militare USA in cui Elvis – già famosissimo e desiderato in tutta l’America, momentaneamente costretto al servizio di leva nell’esercito – e Priscilla Beaulieu – liceale appena quattordicenne, figlia di un ufficiale – si incontrano. E dopo anni di corte in punta di fioretto, nello stupore generale di chi si chiede cosa possa trovarci il cantante ventiquattrenne più sconcio d’America in una ragazzina di dieci anni più giovane di lui, riesce a spuntarla con il padre e a portarla a Graceland, la villa pacchiana dei sogni, degli eccessi e degli orrori in cui morrà, giovanissimo, ad appena 42 anni.

Seguono anni di solitudine per Priscilla, di reclusione lontano dal mondo e di castità puritana impostale da Elvis. I comportamenti maschilisti, manipolatori e da maniaco del controllo, in Elvis, si sprecano. Di fatto prende questa liceale invaghita e la imprigiona in una gabbia dorata. Simbolica in questo la scena in cui le fa trovare un cagnolino bianco in una gabbia a staccionate altrettanto bianche, per tenerle compagnia nei lunghi periodi di assenza per i tour e per i set: lei è quel cagnolino, Graceland la staccionata.

Le urla, le tira le sedie contro, sceglie per lei i vestiti da indossare e quel look eccessivo di trucco pesante e parrucconi cotonati con cui abbiamo imparato a conoscerla. Il paradosso, di immediato impatto? L’innegabile e folgorante bellezza della protagonista, Cailee Spaeny, viene meno proprio nel momento in cui – da un’inquadratura precisa su cui Coppola insiste, poi per tutto il resto del film – sfoggia quel look voluto dal suo Re. Ora è coperta, sfigurata: non sembra di avere di fronte la stessa attrice. Ogni volta che Elvis insiste di volerla valorizzata, Coppola vi riconosce un’imposizione che finisce solo per sminuirla. Depersonalizzarla. Nel senso di riconoscerla più come persona a sé, ma solo come oggetto modellabile e desiderabile dall’uomo e per l’uomo.

Apprezza l’arte, diffida dell’artista

Cailee Spaeny e Sofia Coppola a Venezia 80
Cailee Spaeny e Sofia Coppola a Venezia 80

Questo del desiderio poi, uno degli aspetti più controversi e inquietanti del rapporto morboso di Elvis con Priscilla, su cui lei ha insistito molto nel libro di memorie da cui questo film è tratto: Elvis e io. Nel memoir si racconta infatti come, nonostante la nomea del personaggio, Elvis avesse imposto alla coppia una sorta di castità sessuale fino a che “non fosse arrivato il momento giusto”. Castità che durerà per anni e verrà rotta, di fatto, solo dal matrimonio. Quindi Elvis, con mille donne in ogni dove, impone senza alcuna logica la castità prematrimoniale alla propria ragazza. La tradisce, consuma con tutte meno che con lei. È una forma di controllo: lui non ne ha sulla propria vita, sottrattagli com’è dal Colonnello e il suo entourage, così ruba la vita di un’altra per esercitare su di essa tutto il potere.

Poi la sposa, la mette incinta, ovviamente non ha rapporti con lei durante la gravidanza per lo “scemare” della desiderabilità. E una volta partorita l’erede, Lisa-Marie, torna alla castità di prima. Preparatevi: Elvis ci farà la figura di un uomo che si è scelto la propria Vergine e l’ha rinchiusa per anni in una gabbia; l’ha portata con sé nel fondo della sua depressione per avere una spalla su cui piangere nei momenti bui; le ha negato il diritto a sperimentare il proprio piacere e poi l’ha usata, di fatto, come sacca d’inseminazione. Non con cattiveria, consapevolmente. Coppola non arriva a dire questo. Coppola ci dice semplicemente che qualunque siano i traumi di chi vessa, non faranno alcuna differenza rispetto al dolore che proverà il vessato.

E ci dice che molte sono ormai stanche di sentire in continuazione dei nostri, di traumi, magari mentre spieghiamo loro perché ci rende insicuri saperle in discoteca con un vestito troppo succinto. Di essere sempre quelle pronte a capire e comprendere. E iniziano a volere, ogni tanto, che fossimo noi ad ascoltarle mentre ci raccontano dei traumi che noi stessi causiamo loro. Come se ci venisse richiesto di continuo, poi… Film come Priscilla vanno accolti, ascoltati, compresi in silenzio. Sì, persino dagli elvis-maniaci. Indovinate? Ne state leggendo uno in questo momento. Da sempre elvis-maniaco e che resterà tale anche dopo aver visto questo film. Che continuerà ad ascoltarne e amarne le canzoni. Semplicemente consapevole, ora e come sempre, che l’idolo e l’uomo sono cose molto distanti. Anche per questo, non solo per questo, dovremmo limitarci ad apprezzare l’arte e mai venerare l’artista.

Elvis e Priscilla sono film complementari

L'Elvis di Baz Luhrmann
L’Elvis di Baz Luhrmann

Verrà naturale, a due anni soltanto dall’uscita di Elvis di Baz Luhrmann, stabilire una comparazione tra i due film. Terrorizzati inizialmente dalla scelta di casting di Jacob Elordi (Euphoria), difficilmente all’altezza del ruolo e soprattutto dopo una prova come quella di Austin Butler, ci sentiamo invece di promuoverlo appieno nel ruolo di questo Elvis, di quanto di lui era importante arrivasse in questo film. E cioè un bamboccio piagnucoloso dai forti handicap emotivi e dai continui raptus d’ira. Ecco, nel mostrare questo Elvis, Elordi è perfetto. Il suo e quello di Butler sono altrettanto veri, sono l’uno conseguenza dell’altro.

Ma ora la fatidica domanda: i due film sono in contraddizione? Apprezzare Priscilla significa automaticamente dover disconoscere la narrazione di Luhrmann, troppo accondiscendente del comportamento di Elvis? Assolutamente no. Ve lo diciamo noi, che oggi a Venezia 80 scriviamo una recensione più che positiva di Priscilla, e due anni fa a Cannes 75 scrivemmo una recensione più che positiva di Elvis. E continuiamo a sottoscriverla perché le due cose non sono affatto in contraddizione: sono due film complementari.

Per questo Coppola può permettersi di eliminare del tutto le ragioni di Elvis, di non ricercarne la psicologia e l’origine del problema. Perché tutto questo lo sappiamo già. Perché è stato detto mille e mille volte, la migliore delle quali appena due anni fa. Il film di Baz Luhrmann non va rigettato, anzi: è perfettamente utile e propedeutico alla visione di Priscilla. Che così, può affermare con cristallina immediatezza le sue considerazioni.

E cioè che c’è il momento per celebrare geni maledetti e quello per ricordare cosa, quelle maledizioni, hanno provocato in chi stava loro accanto. Soprattutto alle mogli, soprattutto alle donne. Elvis questo provava a farlo, sì, ma era troppa la pietà nei confronti di lui, per prestare attenzione al dolore di lei. Perché questo fosse possibile, serviva una soggettiva completa: dimenticare l’Elvis che conosciamo e mostrare solo quello che lui, di se stesso, permise a sua moglie di vedere.

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