Once Upon a Star, recensione: amore, cinema e Thailandia

Once Upon a Star è un film thailandese uscito su Netflix l'11 ottobre. Si tratta di un classico road movie in cui dei doppiatori itineranti cercano di sbarcare il lunario. Insieme alle vicende dei protagonisti viene rappresentato anche l'amore per il cinema e la storia della Thailandia.
Il poster del film Once Upon a Star

Pensando a un film thailandese chiamato Once Upon a Star e diretto da un regista di nome Nonzee Nimibutr in molti storcerebbero il naso, immaginando una pellicola decisamente troppo lontana dai gusti a cui noi occidentali siamo stati abituati. I film asiatici, e in particolare quelli thailandesi, sono infatti spesso stigmatizzati dal pubblico nostrano, categorizzati quasi come film di serie B. Netflix però negli ultimi anni sta investendo molto su questo tipo di cinema, avendo finalmente capito il suo potenziale e l’appeal che può avere sul pubblico occidentale.

Nel caso dei film asiatici c’è stata una doppia “apertura”: da un lato il pubblico ha cercato di capire e interessarsi a film diversi da quelli a cui era abituato; dall’altro i registi orientali sono venuti incontro a questo pubblico, cercando di adattare i propri film ai gusti occidentali, senza però snaturare il proprio stile e mantenendo le simbologie tipiche di quel cinema. Spesso i film di questo tipo escono senza fare troppo rumore, ma riuscendo non di rado a raggiungere un grande successo.

Once Upon a Star è uscito l’11 ottobre su Netflix, e l’ha fatto di soppiatto, in punta di piedi, ma verrà sicuramente notato e apprezzato da un pubblico molto trasversale.

La trama di Once Upon a Star

Negli anni in cui il cinema sonoro costava troppo, in Thailandia erano molto diffuse le compagnie di doppiatori itineranti: uomini e donne che doppiavano dal vivo i film, che venivano proiettati all’esterno, in luoghi rurali. Protagonista del film è proprio una compagnia di doppiatori itineranti, che viaggia con un furgoncino sgangherato per tutta la Thailandia, approfittando delle proiezioni anche per vendere prodotti farmaceutici. Il gruppo è composto da Manit, Man e Kao, che fanno di tutto per sbarcare il lunario ma devono spesso scontrarsi con compagnie molto più ricche e famose.

Tutte le voci vengono doppiate da Manit, comprese quelle femminili, cosa che penalizza molto la compagnia e non li fa prendere sul serio. I tre decidono quindi di fare un salto di qualità e assumere una doppiatrice, Rueangkae. La ragazza inizierà però a essere al centro di un triangolo amoroso tra Manit e Kao, entrambi innamorati di lei. Inizieranno a esserci tensioni tra i due, sia per la donna che per il lavoro, diventato sempre più difficile. Alle vicende personali del gruppo si intrecciano anche quelle del paese, come la morte del famoso attore thailandese Mitr Chaibancha.

L’amore per il cinema e la Thailandia

Darina Boonchu e Sukollawat Kanarot sono i protagonisti di Once Upon a Star

Once Upon a Star fa parte di quel filone di film in cui viene celebrato il cinema e l’amore per il cinema, un po’ alla Nuovo Cinema Paradiso, per capirci, o alla One Second di Zhang Yimou, per paragonarlo a un altro film asiatico. L’amore per il cinema qui è puro e sincero, e fa sempre da sfondo a tutte le vicende narrate.

È sicuramente un tipo di cinema diverso rispetto a quello a cui siamo abituati, con doppiatori itineranti e vendite di prodotti farmaceutici di dubbia qualità. Ma nonostante queste differenze è anche un cinema che viene rappresentato proprio come lo conosciamo noi: che “smuove le masse” e unisce le persone, fungendo da via di fuga dalla vita reale, e questo ci fa capire che, per quante differenze tecniche e stilistiche possano esserci, il cinema è universale e trasversale, e suscita in tutto il mondo le stesse emozioni e sensazioni.

Un altro elemento centrale del film è la Thailandia e la sua storia e tradizioni, che fanno sempre da sfondo alle vicende dei protagonisti. Come spesso accade nei film asiatici (basti guardare al fervente cinema politico cinese visto attraverso 5 film), insieme alla storia narrata viene fornito anche uno spaccato culturale e storico del paese, una finestra dalla quale soprattutto gli spettatori occidentali possono affacciarsi e scoprire di più su un paese e una cultura a loro molto distante. In Once Upon a Star, per esempio, impariamo a conoscere Mitr Chaibancha, un attore che è stato fondamentale per il cinema thailandese e per la sua rinascita.

La cultura thailandese si ritrova poi anche in piccole cose, piccoli dettagli del film come il cibo, che spesso è un elemento, seppur marginale, molto importante e simbolico, che rimarca scene chiave del film, come nel caso dei ravioli, che Kao offre prima a Rueangkae e poi a Manit come “offerta di pace”.

Il triangolo, no!

Darina Boonchu in una scena di Once Upon a Star

Ovviamente, oltre all’amore per il cinema e per la Thailandia, c’è anche quello per una ragazza. Manit e Kao sono entrambi innamorati di Rueangkae, e questo triangolo rischia di rovinare il loro rapporto e il lavoro. Questo intreccio è forse la parte meno interessante del film, perché risulta a tratti superfluo e non funzionale alla storia. Il rapporto fra i tre stona con il resto della narrazione, e tende a rendere alcune scene troppo melodrammatiche e forzate, contrastando con l’atmosfera complessiva del film.

La figura di Rueangkae, interpretata da un’ottima Darina Boonchu, è però molto interessante e, nonostante i toni mèlo che a volte il suo personaggio assume, funziona bene per la storia e le interazioni con gli altri personaggi.

Insomma, Once Upon a Star è un road movie classico che ci parla di amore, di avventura, di Thailandia e soprattutto di cinema, il tutto presentato con simbologie e strutture tipiche dei film thailandesi ma confezionato in modo che anche uno spettatore occidentale poco abituato a questo tipo di pellicole riesca ad apprezzarlo. Chissà, forse sarà il film che inizierà a creare una “bolla thailandese”, proprio come era successo con quella coreana.

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