L’odio torna al cinema, perché la società sta ancora precipitando

Dal 13 maggio 2024 torna al cinema in versione restaurata in 4K L’odio, straordinario affresco delle banlieue messo in scena nel 1995 da Mathieu Kassovitz. Vincitore del premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes, L’odio è un cult underground e uno dei migliori film degli ultimi anni!
Vincent Cassel, Saïd Taghmaoui e Hubert Koundé nel poster del film L'odio

Dal 13 maggio 2024 torna nelle sale italiane in versione restaurata in 4K L’odio, pellicola del 1995 scritta e diretta da Mathieu Kassovitz, al suo secondo film da regista. Vincitore del premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes, L’odio è un cult underground ma soprattutto uno dei migliori film apparsi sul grande schermo negli ultimi trent’anni.

Traendo ispirazione dalla storia vera di un ragazzo di origine algerina ucciso dalla polizia francese, Kassovitz dà vita a uno straordinario affresco in bianco e nero del putrido grigiore emanato dalle banlieue parigine, quartieri periferici poveri e multiculturali incapaci di inserirsi nel tessuto economico e sociale del Paese. La Francia e le sue banlieue come allegoria di una gioventù che si trascina giorno dopo giorno tra “voglia di integrazione e profonda insicurezza, alla ricerca di un’identità che solo i miti del cinema sembrano poter dare”.

Uno struggente spaccato di una generazione emarginata e ghettizzata, messa a tacere dalle istituzioni, che non può che trattenere a stento la rabbia sottopelle per poi lasciarla esplodere tutta in un fatale colpo finale di pistola:

È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.

L’odio: di cosa parla

Dopo una notte di guerriglia urbana con la polizia, scatenata dalla notizia del ferimento del sedicenne Abdel Ichah per mano di un ispettore nel corso di un interrogatorio, veniamo catapultati nella vita di tre ragazzi della periferia parigina: Vinz (Vincent Cassel), un ebreo pieno di rabbia a cui piace sempre fare il duro; Hubert (Hubert Koundé), un nordafricano che coltiva il sogno di diventare pugile professionista, ma costretto a fare i conti con la distruzione della palestra in cui si allena; Saïd (Saïd Taghmaoui), un maghrebino che cerca di cavarsela come può, aiutato dal fratello e da un poliziotto di origine araba come lui che prova a tenerlo lontano dai guai.

Vinz, Hubert e Saïd sono la rappresentazione di un mix di etnie, origini, culture e religioni diventato ormai un tratto distintivo della società francese. I tre si aggirano per le strade della città, dalle banlieue a Parigi e poi ancora nelle banlieue, in cerca di un pretesto per scatenare la loro rabbia. Fino al tragico finale, quando il ticchettio della bomba a orologeria innescata all’inizio si ferma e assistiamo all’inevitabile boom.

La realtà degradata delle banlieue parigine

Hubert Koundé, Vincent Cassel e Saïd Taghmaoui in una scena del film L'odio

Mathieu Kassovitz introduce la pellicola con filmati di repertorio che mostrano le numerose rivolte urbane scoppiate nella periferia parigina, teatro di guerriglie e di tragiche sorti. Un esempio è la morte di Makome M’Bowole, ragazzo zairese ucciso nel 1993 da un agente della gendarmerie mentre era in custodia alla centrale di polizia. L’ufficiale dichiarò di essere stato schernito dal giovane e di averlo per questo minacciato con la pistola, facendo accidentalmente partire un colpo.

Gli scontri e le problematiche a cui oggi assistiamo nelle banlieue affondano le proprie radici nel dopoguerra e nella decolonizzazione delle colonie francesi, quando moltissimi migranti in fuga sbarcarono in Francia in cerca di condizioni migliori (solo la Guerra di Indipendenza Algerina del 1961 portò quasi un milione di nuovi abitanti sul territorio francese). Divenne necessario per il governo del Paese attuare un piano di ricostruzione abitativa.

L’emergenza demografica fu gestita in modo disastroso dai politici della Quarta e della Quinta Repubblica. I nuovi abitanti non furono inseriti in quartieri già esistenti, ma ammassati in quartieri dormitorio, dove venivano costretti a vivere in pessime condizioni igienico-sanitarie. Si riversarono qui enormi fette di popolazione che condividevano paese di provenienza, lingua, basso livello di benessere e istruzione. Il tasso di disoccupazione di questi quartieri non a caso tocca ancora oggi picchi vertiginosi, con la disoccupazione giovanile che sfiora perfino il 60%.

Il malcontento delle banlieue portò così alle grandi rivolte di piazza del 2005, che sfociarono nella tragica morte di due ragazzi durante un inseguimento con la polizia. Dieci interminabili giorni di tumulti e sommosse che indussero il governo francese, con il ministro degli interni Sarkozy, a stabilire lo stato di emergenza nazionale.

Non solo storie di individui invisibili agli occhi delle istituzioni. Non solo persone gravemente danneggiate nel corpo e nello spirito dalle forze dell’ordine, pronte a usare il pugno di ferro come unica arma di dialogo. L’odio è la conseguenza di secoli di brutale colonialismo, un’eredità con la quale la Francia fatica tuttora a fare i conti.

L’odio chiama odio, tra elementi surreali e cultura pop

Vincent Cassel in una scena del film L'odio

Il divario del film non è però solo etnico, ma anche generazionale. Kassovitz sceglie di prendere in prestito frammenti della cultura pop e trasformarli in simboli di incomunicabilità fra genitori e figli.

Ecco che acquisiscono una valenza potentissima scene come quella di Vinz che scimmiotta allo specchio il Travis Bickle di Taxi Driver. O quella della roulette russa ispirata all’iconica sequenza de Il cacciatore di Michael Cimino. E ancora quella del panello pubblicitario con la scritta “Il mondo è vostro” che richiama con sarcasmo il motto di Tony Montana in Scarface, di recente tornato al cinema in occasione dei quarant’anni dalla sua prima uscita.

Ragazzi abbandonati dalla società. Trascurati dalle loro famiglie. Sradicati dalle loro tradizioni e culture di origine: i giovani delle banlieue non possono far altro che riversare il proprio disagio esistenziale nel cinema, nella televisione e nei fumetti. Ma anche nella musica (memorabile il mashup tra Nique La PoliceNon, Je Ne Regrette Rien di Edith Piaf), con il ritmo rap che influenza il loro slang periferico.

La bizzarra storia di un uomo senza pantaloni

L’odio è neorealismo puro, tra stile documentaristico e interpretazioni ricche di pathos e veridicità. Ma alla rappresentazione della realtà Kassovitz affianca talvolta elementi onirici e surreali, come una mucca in mezzo alle abitazioni popolari e un anziano signore che narra nei bagni pubblici la vicenda tanto grottesca quanto terribile di un deportato che muore congelato per aver perso un treno (e con i pantaloni abbassati).

Ma che ce lo ha raccontato a fare?“, si continua a domandare Saïd e insieme a lui lo spettatore. Mathieu Kassovitz sta semplicemente cercando di comunicare ai tre ragazzi, ma più in generale ai giovani di oggi, un messaggio chiave: bisogna saper gestire paura e rabbia per evitare che la vicenda di un’intera generazione si trasformi in un dramma umano senza più via d’uscita, dove l’odio non farà altro che generare altro odio.

E voi andrete a vedere L’odio di Mathieu Kassovitz al cinema? Fateci sapere la vostra nei commenti e scoprite qui quali saranno i film in sala a Maggio 2024!

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