Questa è una recensione strana, stranissima. Vedo Joker: Folie à Deux al Festival di Venezia, come molti altri. E, come a molti altri, non mi è piaciuto. Mi trovo a sollevare le stesse obiezioni che sento sollevare in queste ore. Ma forse servivano proprio quelle, quella visione prospettica necessaria non dico a rivalutarlo, non per forza; ma per meglio comprenderlo.
Mi ritrovo a scriverne perché mi rendo conto quanto sia effettivamente complesso, come oggetto cinematografico. Quanto sia necessario problematizzarlo, come qualunque altro film d’altronde e in particolar modo per quei film che portino avanti discorsi apparentemente controintuitivi, operazioni apparentemente suicide. Joker: Folie à Deux ha fatto esattamente l’opposto di tutto ciò che di facile ci si sarebbe potuti aspettare da un sequel di quel miracolo di massa – un “cinecomic” (anche su questo ci sarà da discutere) che vinse un Leone d’Oro proprio a Venezia e incassò più di un miliardo di dollari a fronte di un budget di soli 55 milioni – che fu il Joker del 2019.
E già solo per questo, per questa operazione anti-commerciale portata avanti da Todd Phillips, c’è da di discuterne, e tanto. E già solo per questo, che siano poi belli o brutti, film come Joker: Folie à Deux dovremmo ringraziare che esistano. Perché sono degli unicum, non certo dei film da boicottare. Ci sarebbe da vergognarsi, a disincentivarne la visione.
Perché Joker: Folie à Deux non è piaciuto
La più grande obiezione che si muove a Joker: Folie à Deux è che non abbia una trama, che sia un sequel a somma zero rispetto al primo film, che non racconti o aggiunga nulla di nuovo insomma. Anche io, uscito dalla proiezione a Venezia, formulai questo assioma (alquanto ballerino) secondo cui i film, qualunque film, possono fare tre cose: avere una trama, nel senso di un intreccio concitato in cui “accadono cose”; avere un’evoluzione dei personaggi, un qualcosa di nuovo dal punto di vista delle psicologie; avere un tema di fondo, nel senso che può anche non accadere assolutamente nulla per tre ore di fila, ma magari il tema è proprio questo.
Appena uscito dalla proiezione a Venezia, mi sembrava che questo film non ne avesse nessuna delle tre. Perché, trama alla mano, ritroviamo il buon Arthur Fleck rinchiuso in quel di Arkham dopo i fatti del Murray Franklin Show, a interpretarlo un Joaquin Phoenix ancora più scheletrico e incurvato. Si prepara al processo nel mezzo delle angherie e dei fischiettii delle guardie – un nichelino a Brendan Gleeson che intona When The Saint Go Marching In, l’ho fischiettato per giorni tornato da Venezia – quando conosce Harleen “Lee” Quinzel (per semplicità chiamiamola Harley Quinn), un’altra detenuta di un braccio di minima sicurezza che, come molti altri dentro e fuori Arkham, vede in Arthur Fleck un idolo, il simbolo di una rivoluzione tutta da far deflagrare.
E così il processo inizia, tutti i personaggi incontrati nel primo film vengono chiamati alla sbarra per (semplicemente) recapitolare tutti i fatti del primo film e, apparentemente, Joker: Folie à Deux sembra davvero un sequel vuotissimo. Che non ci sta dicendo nulla, assolutamente nulla che non sapessimo già. Peggio: cambia completamente genere e diventa un musical, probabilmente il più inviso al pubblico e in particolare a quello italiano. C’è chi dice: “Non è un film, è un musical“, e già questa frase non meriterebbe alcuna considerazione. Ma invece facciamoci del male, commentiamola un attimo.
Il (non) problema del musical
Anche in merito a questo punto le posizioni si riducono a due, nette semplificazioni. Da un lato la maggioranza, chi se ne esce con quella famosa, incommentabile frase (non ci metteremo qui a fare una lista inesauribile di musical che amate voi in primis o che, pur non amandoli, hanno fatto la storia del cinema, e non solo quella di Broadway). Dall’altro lato chi dei musical ha una visione quantomeno più consapevole, ma dice all’opposto: “Joker: Folie à Deux NON È un musical perché gli intermezzi cantati non sono diegetici, non partecipano allo sviluppo degli eventi ma sono delle vere e proprie interruzioni“.
Anche qui, mi dispiace, c’è il sintomo di un’ignoranza profonda del pubblico italiano. Perché in America, dove il musical è semplicemente uno dei mille generi con cui si può raccontare una storia, sanno bene che esistono varie categorie di musical (come esistono varie tipologie di thriller, di horror e di western). Per esempio esiste una cosa chiamata jukebox musical, proprio quelli in cui appunto gli intermezzi cantati non sono diegetici, ma funzionano come una playlist di vecchi brani eseguiti in chiave Broadway, solcando set in stile cabaret appositamente allestiti. Ecco, Joker: Folie à Deux è esattamente un jukebox musical, e Todd Phillips ce l’aveva detto fin dalla prima dichiarazione, a scanso di equivoci.
Perché Joker: Folie à Deux è piaciuto

Per fortuna, non c’è solo chi Joker: Folie à Deux l’ha odiato con tutto il cuore, ma anche chi l’ha amato sopra ogni cosa, forse troppo, forse non rendendosi conto delle sviste presenti nel film anche e soprattutto se si vuole dar credito a una certa linea di pensiero. E cioè un’interpretazione metatestuale, secondo cui il personaggio di Lady Gaga rappresenterebbe proprio il pubblico. Che la sua frase cardine – “Diamo al pubblico quello che vuole” – sia proprio del pubblico. La sua delusione nel non vederla realizzata, proprio quella che il pubblico oggi lamenta.
Perché alla fine di quel processo Arthur Fleck ci sbatte praticamente in faccia che lui non è mai stato né ha mai voluto essere il Joker – il finale ribadirà ulteriormente questo concetto, ma non ve lo spoileriamo. Che lui era solo Arthur Fleck, un povero disgraziato preso a sassate dalla società e poi incalzato, da quella stessa società, perché facesse la rivoluzione. Io non sono un rivoluzionario, ci dice Arthur; e voi non siete me, semmai siete proprio quei ragazzini che mi tirarono un cartello in faccia all’inizio del primo film. Semmai siete proprio il personaggio di Lady Gaga, una ragazza ricca e privilegiata che può scegliersi il proprio destino. Cosa volete da me, voi società, che uno come me l’avete proprio creato? Non avete alcun diritto di chiedermi altro: questo ci dice Arthur Fleck, parlando direttamente al pubblico e a un pubblico molto specifico, quello di massa, che portò il primo film al miliardo.
Ecco che un tema spunta fuori eccome, e ne racchiude infiniti altri, di temi. Ecco che un’evoluzione del personaggio si realizza eccome, anche se all’indietro, anche se per tornare al punto di partenza, ma sempre evoluzione. Il problema, mi sembra, è che una serie di problemi persistono. E che, bisogna ammetterlo, se Todd Phillips non ci ha creduto fino in fondo, come si poteva pretendere da un pubblico di massa che ci credesse lui?
L’operazione antitetica di Todd Phillips

Indipendentemente dal risultato, la cosa più interessante di Joker: Folie à Deux è il suo essere un sequel completamente antitetico, speculare a Joker, e sotto ogni punto di vista. Per capirlo, vi chiedo di immaginarvi una telefonata. Una telefonata teorica, di cui nessuno ha mai parlato ma che scatta sempre in questi casi. Nel caso cioè di un film che costato solo 55 milioni di dollari ne abbia incassati 20 volte tanto: sono moltiplicatori che fa solo l’horror, nel caso di film a medio budget (e con un soggetto di partenza che rientra nel campo dei cinecomic) sono un miracolo. In questi casi, che a voi piaccia o meno, i sequel si fanno. Punto. È anche giusto che si facciano, l’avete voluto e alimentato voi un mercato cinematografico di questo tipo. State sicuri che se i sequel di norma non incassassero, le major non li produrrebbero. Quindi insomma, un sequel si sarebbe fatto e in pratica l’avete chiesto voi. Ora torniamo alla telefonata.
Una telefonata teorica che a un certo punto ci sarà stata sicuramente, in cui Warner deve aver detto a Phillips per dirgli: “Un sequel si fa, che tu lo voglia o no. Ora noi possiamo chiamare qualcun altro, che prenda quel tuo miracolo e continui sulla scia di quello che il pubblico si aspetta. Oppure puoi prenderti quattro volte il budget del primo film e 22 milioni sull’unghia – questo, il cachet andato a Phillips per la regia – e avrai completa carta bianca su ogni aspetto del progetto“. Cosa sceglierebbe, secondo voi, una qualunque persona sana di mente? E cosa farebbe un vero cineasta, e secondo me Phillips ha dimostrato di esserlo già solo col primo film, con quella carta bianca? Visto tutti i discorsi che fate sui sequel a somma zero e visto quanti ce ne sono in giro che capitalizzano proprio sul fanservice, e di cui poi vi lamentate ugualmente, non vi viene di più da rispettare il coraggio di un regista che scelga di andare contro a tutto ciò che ci si aspetta da lui?
Perché Todd Phillips questo ha fatto, con questo binomio filmico. Ha preso un cinecomic e l’ha reso un film della New Hollywood, un film scorsesiano sull’underdog che attingeva a piene mani da Taxi Driver e Re per una notte. E poi ha preso quello stesso personaggio, l’ha calato in un film del cinema classico, fra musical e legal drama, e a voi ha chiesto semplicemente di permettergli di uscire di scena proprio come quel personaggio avrebbe voluto. La verità è che a voi non piaceva Arthur Fleck, a voi piaceva Joker. Ma questo, mi dispiace, costringe a dar ragione a chi dice che voi, del primo film, non ci avevate capito nulla. Voi volevate il Joker e in questo avete sbagliato due volte: nel pensare di poter sfuggire all’Arthur Fleck che c’è in tutti noi; nel credere che in ognuno di noi ci sia un Arthur Fleck. Chiedete ad altri di fare la rivoluzione per voi stessi, perché vi spaventa l’anonimato che tutti speriamo di poter coprire con la maschera di qualcun altro.
Cosa resta di Joker: Folie à Deux

Vista sotto questo punto di vista, Joker: Folie à Deux risulta un’operazione interessantissima, una negazione, un unicum. Tuttavia i problemi persistono. Il primo, che se si fosse voluto realizzare un sequel antitetico in tutto e per tutto, la vera genialata sarebbe stata rendere Lady Gaga la vera protagonista. Io non la amo particolarmente in veste di attrice, ma avrei goduto del polverone che questa scelta avrebbe sollevato: un sequel intitolato Joker a caratteri cubitali, ma in cui la protagonista è una donna, Harley Quinn. Mettici anche che lei è la soggettiva di tutto Folie à Deux, lo specchio di quella società privilegiata che è sempre stata la vera protagonista del binomio filmico, e apparirà chiaro come anche lei dovesse esserlo. L’errore del film, invece, perdersela completamente da metà pellicola in poi. Ha torto chi dice che lei non c’entrasse nulla nel film, non ha torto chi lamenta la “piattezza” del personaggio.
L’altra obiezione l’ha sollevata un collega e la trovo molto intelligente. Se è vero che Joker è stato reso fenomeno di massa proprio da una cultura Incel e per Sigma Male alquanto sempliciotta – quelli che dicono, per capirci: “Io sono lui“, e rimangono quindi delusissimi dall’anti-rivoluzionario che si ritrovano ora davanti, e che non riconoscono più – è altrettanto vero allora che se Todd Phillips avesse voluto raggiungere quel pubblico, avrebbe dovuto costruire un sequel, anch’esso, di massa. Se vuoi dire a qualcuno che ha equivocato un messaggio estremamente semplice, non puoi dirglielo con un errata corrige estremamente complesso, come è Joker: Folie à Deux. Mettici anche che un paio di giorni fa Todd Phillips se ne esce pure dicendo che no, Joker: Folie à Deux non voleva essere un’operazione di chiarimento nei confronti del pubblico, e allora non sappiamo più che pesci pigliare.
Ciò che resta di Joker è quindi questo: un oggetto fallimentare per sua stessa natura, rischiosissimo, ma che allora avrebbe dovuto rischiare (e crederci) fino in fondo. Magari il pubblico lo odierà comunque, ma la critica l’avrebbe accolto diversamente e questo avrebbe potuto fare la differenza. Joker: Folie à Deux è un oggetto filmico estremamente colto che rimarrà a uso e consumo dei critici, se e quando decideranno di rivalutarlo, di tornarci sopra per tornare a discuterne. Rimarrà senz’altro come un film di grande regia, pieno zeppo di inquadrature altissime che ci siamo persi tutti presi dalla damnatio memoriae (si mettano quindi l’anima in pace quelli che lo criticano anche visivamente o tecnicamente).
Ma rimarrà, soprattutto, come la metà bastarda di un’operazione cinematografica più unica che rara. E visto che là fuori è pieno di film che gridiamo essere capolavori o che soddisfano ogni nostro capriccio, e di cui però poi ci scordiamo neanche passati sei mesi, quando poi capitano cose del genere – mi viene in mente anche Megalopolis, in uscita a breve – c’è solo che da ringraziare, sicuramente non da ostracizzare. Perché sono cose che non abbiamo mai visto, e di questo il cinema ha bisogno, e di questo il cinema si è sempre alimentato. Di cose nuove e di cose storte. Non di cose belle, non di cose brutte. Sicuramente, non di cose non viste.









