Quindi Megalopolis di Coppola è davvero “il film del secolo”? La recensione

In molti modi Megalopolis potrebbe essere definito “il film del secolo”: capolavoro e fallimento, sublime e ridicolo, il film che nessuno ha mai fatto e nessun’altro avrà il coraggio di rifare. Nel bene o nel male, Francis Ford Coppola ha creato un unicum.

Megalopolis è un film su cui noialtri si deve mettere i remi in barca, su cui la critica crolla. O quantomeno crolla la capacità, quantomeno di chi scrive, anche solo di descrivere – visivamente, concettualmente, nelle intenzioni iniziali e nel risultato finale – cosa è stato Megalopolis e cosa sarà quando ve lo troverete davanti. Figurarsi dirimere la grande domanda che ci siamo fatti negli ultimi 40 anni di folle gestazione e più che mai da quando Francis Ford Coppola ha mandato tutti a ramengo e se l’è prodotto da solo, rischiando (tutt’ora) di finirci lui a ramengo, e con tutte le scarpe. E quella domanda è: Megalopolis è davvero il film più importante del secolo, come paventava Coppola stesso? Il più grande film che chiunque abbia mai fatto nell’ultimo secolo o chiunque altro vorrà mai rischiare di fare nel prossimo?

Rispondere è impossibile, e lo sarà per i prossimi dieci, cinquanta, forse cento anni. Figurarsi a distanza di ventiquattr’ore da quando noialtri lo abbiamo visto in anteprima qui al Festival di Cannes. Una cosa è certa: si griderà al capolavoro o al più grande fallimento – qualitativo, prima ancora che commerciale – del secolo. Ma da qualunque lato la si guardi, sì, Megalopolis è per molti motivi il film del secolo, visto da ogni estremo. Perché non ha eguali; in genialità o semplicemente delirio, dipende a chi lo chiedete. Perché è tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi cent’anni di cinema e intrattenimento, partendo da Murnau per arrivare a Fallout, e simile a niente di ciò che abbiamo visto negli ultimi cento anni. Perché è un film imprevedibile, inconcepibile, irredimibile.

Rinunciato quindi al voler rispondere, prendete quanto leggerete, più che altro, come una guida alla visione di quel gigante dai piedi d’argilla che è Megalopolis. Fa paura solo a ripensarci.

Nuovo Ordine Mondiale, fra Impero Americano e Roma decadente

«Il nostro impero americano non è molto diverso dall’Antica Roma»

Inizia così Megalopolis, con una targa in stile Roma Antica affissò però su un equivalente del palazzo di Wall Street, New York. O meglio: New Rome. Decadente e corrotta come la Roma della fine, cocainomane e derelitta come la New York degli inizi e di tutti i tempi. La Metropoli-Megalopoli di Coppola è il non-luogo babilonese che sono le città in cui oggi ci troviamo ad abitare e proprio l’abitare, e come questo influenzi il nostro vivere, è uno dei primi grandi discorsi di Megalopolis. C’entra l’architettura, c’entra Le Corbusier.

In questa New Rome tutto è americano e tutto al contempo imperiale, perché in realtà i due termini sono sempre stati sinonimi. Le moderne volanti della polizia recitano NRPD al posto di NYPD e le divise degli agenti uguali, se non per qualche greca o qualche drappo da centurione qua e là. E in questa Babilonia, due figure sono impelagate in una lotta eterna, di un manicheismo archetipico: la lotta fra Bene e Male, fra interesse individualista e collettivismo, fra la Terra per i tutti uguali e quella per i pochi eletti. Fra utopia e distopia, fra chi vuole realizzare la prima e chi è assolutamente convinto non si potrà mai realizzare, e allora è meglio pensare all’immediato. E a forza di pensarci infatti, in millenni di storia, abbiamo avuto solo distopie e nessuna utopia.

L’eterna lotta fra Bene e Male

Adam Driver in una scena del film Megalopolis

«Don’t let the “now” destroy the forever”».

Queste le parole di Caesar Catilina (Adam Driver), un architetto visionario convinto di poter usare un misterioso quanto temuto materiale, Megalon, come telaio e fondamenta di una città del futuro, che attraverso l’urbanistica e pensata in rapporto ai bisogno di ogni uomo e donna, senza distinzioni di classe, dovrebbe eliminare i mali del mondo. E farlo per sempre, perché il Megalon è un materiale imperituro, anche più immortale del marmo dell’Antica Roma, e quindi Megalopolis verrebbe progettata e costruita con l’unico obiettivo in testa di non modificarla, demolirla o ampliarla mai più.

La sua nemesi è Frank Cicero (Giancarlo Esposito), il classico sindaco corrotto di una città corrotta, che l’ha mandata in bancarotta e costretta a legarsi per sempre ai grandi banchieri della città: il generoso Hamilton Crassus (Jon Voight) e il vendicativo, lussurioso, avido Clodio Pulcher suo nipote e potenziale erede (Shia LaBeuf). Ecco, Frank Cicero vuole solo costruire un nuovo casinò, ma sua figlia Julia (Nathalie Emmanuel) rimarrà affascinata dalla figura e dal progetto di Caesar e lo aiuterà a compierlo.

Megalopolis è un film che parla di se stesso

Adam Driver in una scena del film Megalopolis

“Non abbiamo posato neppure il primo mattone di Megalopolis eppure se ne sta già parlando, e il fatto stesso che se ne stia parlando rende necessario che se ne parli”.

Tanto più si procede nel film quanto più capisce che il sogno di Caesar e quello di Francis (Ford Coppola) sono in realtà lo stesso, procedono in parallelo: l’uno creare Megalopolis città, l’altro creare Megalopolis film. Qualcosa di impossibile, di irrealizzabile e (forse) fallimentare per definizione, anche solo per dimostrare che, come si diceva in un film che – assieme a mille altri, agli ultimi cent’anni di cinema a ben guardare – con Megalopolis ha tanto di che scambiare: “Si può fare!”. Megalopolis è come un Mostro di Frankenstein fatto di mille pezzi di cinema e prima ancora di storia umana.

È come un unico gigantesco database in cui Francis Ford Coppola pretende di far convergere ogni momento, archetipo, tropo, opera o concetto filosofico partorito dalla mente umana. E, si faccia attenzione, qui non si sta parlando ancora di qualità, se questo progetto di Coppola risulti poi organico. Come non si può sapere se la città Megalopolis risolverà davvero tutti i problemi del mondo. È questo il punto: si può solo provare, e vedere cosa succede a creare qualcosa che tutti si sono sempre rifiutati di creare. Megalopolis progetto e Megalopolis soggetto parlano della stessa cosa: il creare per il creare, per superare i limiti dell’umano, per spingerli all’estremo. Megalopolis film, per tutte queste ragioni, non potrà che essere recepito e collocato agli estremi, delle esaltazioni o delle stroncature.

Cent’anni di cinema formato enciclopedia

Adam Driver in una scena del film Megalopolis

“Il sublime e il ridicolo, l’avidità e l’ipocrisia”.

Sempre per rispondere alla domanda: “In che senso Megalopolis è il film del secolo?“. E sempre per non dare una risposta di tipo qualitativo, ma di malloppo, una delle risposte potrebbe essere che è un film citazionista fino all’inverosimile. Che risponde a mille linguaggi, somiglia a migliaia di cose che abbiamo visto dagli albori del cinema fino all’altroieri, ma per qualche motivo non risulta derivativo, proprio perché forse è la somma che ne deriva, quel qualcosa che non abbiamo mai visto.

Megalopolis sembra un romanzo di DeLillo e un film delle Wachowski; sembra la Sin City di Rodriguez e la Gotham dei film di Joel Schumacher; sembra una diretta televisiva del Super Bowl e un videoclip musicale di Taylor Swift; è sicuramente Satyricon di Fellini ma ha inquadrature chiaramente ispirate al cinema di Murnau; è ovviamente Metropolis di Fritz Lang ma ha montaggi e sovrapposizioni dei Monster Movie della Universal, oppure di uno stesso Coppola, Bram Stoker’s Dracula; certi suoi personaggi ricordano atteggiamenti dei Looney Toones e certe altre situazioni il noir a cartoon di Chi ha incastrato Roger Rabbit; è un po’ Watchmen, film di Rodriguez e serie di Damon Lindelof (anche quella era stracolma all’inverosimile); a una certa sembra includere, col suo fare enciclopedico sugli ultimi cent’anni di cinema, anche quello porno con trama; a un certo punto vedrete letteralmente Robin Hood uccidere Cleopatra; è insomma quel spezzone di un vecchio trailer di annuncio di GTA V che recitava: “Il sublime e il ridicolo, l’avidità e l’ipocrisia“.

Forse anche per questo Megalopolis è un film impredittibile, continuamente, per tutto il corso della sua durata. Perché cambia linguaggi, tono e grado di follia ogni cinque minuti. Perché, letteralmente, guardando Megalopolis non ci si potrà mai aspettare quello che succederà di lì a cinque minuti. In termini di livelli di ridicolo, di situazioni, di sperimentazioni: ancora una volta, brutte o belle non è argomento di questa discussione. Megalopolis è una composizione dodecafonica e una cacofonica intervallate, è il teatro dell’assurdo, è una grande baracconata circense che diventa circo di se stesso. Ed è un po’ quello che gli scrittori dell’acido – perché per fare un film così, di acidi se ne devono essere assunti tanti – dicevano dell’LSD: non si può spiegare l’esperienza a nessuno che non l’abbia provata. E anche se, a voi, toccherà il good o il bad trip, anche quello sarà imprevedibile. Ma possiamo porgervi un ramoscello d’ulivo per aiutarvi in questa baraonda che verrà.

Megalopolis è da prendere sul serio?

Aubrey Plaza in una scena del film Megalopolis

Questa, forse, è la vera madre di tutte le domande, o quantomeno quella che potrebbe cambiare diametralmente la vostra visione in sala. Chi scrive si è divertito a guardare Megalopolis: si è divertito tantissimo. Ha riso dall’inizio alla fine. Forse perché si è settato dopo i primi cinque minuti sull’idea di star guardando in realtà non il più grande film del secolo, ma la più grande truffa del secolo. Se guarderete Megalopolis aspettandovi una satira, una gigante parodia che diventa parodia del film stesso, talmente ridicola da fare il giro e diventare ridicolizzante, allora sì, potreste avere la sensazione di stare assistendo al più grande film del secolo, nella sua capacità di ironizzare su questa stessa definizione.

Se invece entrerete come sono entrati tanti, qui a Cannes, con l’aspettativa di vedere il kolossal del secolo, serioso e perfetto, gigantesco ma mai sbarellante, capace di eguagliare un Apocalypse Now o un Padrino, ecco, lì vi troverete davanti il delirio di un folle. Ma allora due domande restano da porsi. Di chi sarà il delirio, suo o delle vostre (mal riposte) aspettative? E però l’altro interrogativo è meno retorico, non abbiamo effettivamente una risposta: stavamo ridendo con lui o stavamo ridendo di lui? Agli occhi di qualcuno la risposta potrebbe cambiare tutto, ma c’è chi dice che una volta consegnato al pubblico, il film smette di essere proprietà del regista e delle sue intenzioni e diventa a completo uso e consumo del primo. E quindi la risposta non conta.

Annotazioni di un viaggio fuori tempo massimo

I titoli di testa del film Megalopolis

Qualche annotazione di viaggio prima di salutarci, che altrimenti continueremmo a scrivere di Megalopolis per i prossimi cent’anni, nel bene e nel malissimo. La prima, produttiva – se volete approfondire, cliccate qui – che qualunque cosa vi diranno, Megalopolis non sembra affatto un film costato “solo” 120 milioni di dollari. Passato per altre mani sarebbe potuto costare, come disse Jon Hamm dopo aver letto la sceneggiatura, tranquillamente 300 milioni. Le altre annotazioni riguardano la ricezione che questo film sta ricevendo e riceverà.

La prima, che forse di fronte a certi film si dovrebbe rinunciare a quell’impulso da tifoseria di voler classificare opere di questa complessità, ora come capolavori ora come deliri impresentabili. Forse la critica può tranquillamente essere anche altro, può raccontare senza puntare il dito. Può insomma raccogliere la sfida che Megalopolis lancia fin dall’inizio, di non lasciare che un giudizio da dover dare “ora” distrugga la possibilità prolungare lo sguardo al “per sempre”. E poi ci stupiamo che non ci sia mai stata neanche solo un’utopia e solo e solamente distopie.

La seconda annotazione, sempre a noi stessi: che noialtri più di chiunque ci si dovrebbe ricordare del confine sottilissimo che separa genialità e follia. Quel confine, e non uno dei due estremi, è la vera definizione di arte. Studiare quel confine, e non doversi sempre posizionare in uno dei due campi da gioco, è il vero compito del nostro mestiere. Megalopolis, che è la rappresentazione più inestricabile di quel confine, è la materia di studio che aspettavamo da anni. E non ci stiamo nemmeno provando, a snodare la matassa.

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