Il cacciatore torna al cinema: i traumi del Vietnam in “un colpo solo”

Oggi, lunedì 22 gennaio, il film diretto da Michael Cimino, intitolato Il cacciatore, torna sul nostro grande schermo nella versione restaurata in 4K. Drammatico e cruento, il titolo ha fotografato in modo nitido la tragedia dietro la guerra del Vietnam, seppur non sia un vero e proprio film di guerra.
Christopher Walken in una scena del film Il cacciatore

Oggi, lunedì 22 gennaio, è un’ottima occasione per le generazioni un po’ più “datate” di fare qualcosa di buono: portare i propri figli, nipoti o chiunque sia, a vedere sul grande schermo un film che ha fatto, nella sua modesta parte, la storia del cinema, e che potrebbero non conoscere. Proprio così, perché Il cacciatore torna sul grande schermo per il suo quarantacinquesimo anniversario in una versione restaurata in 4K: segnatevi le date, 22-23-24 gennaio, solo tre giorni. Un film drammatico e cruento, che fa dell’inquietudine delle immagini la sua forza. L’inquietudine di un periodo storico fotografato con maestria da Michael Cimino, proprio quando, nel suo anno di uscita, il 1978, l’America stava faticosamente riprendendo fiato dopo il conflitto vietnamita.

Non è un caso se, Il cacciatore fu candidato a nove nomination agli Oscar del 1979, aggiudicandosi la bellezza di cinque statuette, tra cui quella per il miglior film. Ma non è tutto, perché la pellicola è stata persino scelta per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Il lungometraggio è stato accolto più che positivamente sia da parte del pubblico che, come è evidente, dalla critica, tanto che è stato inserito al settantanovesimo posto della classifica dei migliori film di tutti i tempi dall’American Film Institute nel 1998, per poi salire alla cinquantatreesima dopo soli dieci anni.

Il cacciatore, la trama

Siamo nella cittadina di Clairton. Pennsylvania. Mike, Nick, Steven, Stanley, John e Peter sono sei inseparabili amici. Alcuni di loro appartengono alla comunità russo-americana e, insieme, conducono una vita (ancora) serena, lavorando come operai in un’acciaieria locale e dilettandosi alla caccia al cervo. Mike e Nick sono inseparabili, nonostante amino la stessa donna, Linda, mentre Steven si sposa con Angela, seppur sia incinta, all’insaputa di tutti, di un altro uomo. Per metà di loro (esattamente la prima, nell’ordine scritto sopra) la vita sta per cambiare. Mike, Nick e Steven stanno partendo per il Vietnam, da cui non torneranno come prima.

C’è un prima e un dopo il Vietnam, nel film del regista newyorkese, quasi scandito dalla prima e dalla seconda metà del film. C’è un prima e un dopo nella vita dei suoi protagonisti. Ben presto, ai tre sfortunati amici, toccano le pene dell’inferno – in un luogo dove l’esistenza di un paradiso non sembra nemmeno contemplata – e gli orrori della guerra, sia da uomini “liberi”, che una volta stati catturati dai Viet Cong, con delle vere e proprie torture, quale il gioco della roulette russa, a cui sono costretti a partecipare come vittime sacrificali di soldati scommettitori. Una volta tornati dalla guerra, nulla sarà come prima. Tutti e tre sopravvivono, ma nessuno davvero.

L’America si guarda allo specchio

Robert De Niro (Mike) in una scena del film Il cacciatore

L’importante ondata di rinnovamento del cinema statunitense con la New Hollywoodiniziata con l’opera pre-sessantottina, intitolata Il laureato – parla ai giovani, riponendo in loro la speranza per un futuro migliore, ma appesantendoli di un’eredità atroce, come quella della guerra, in particolar modo quella del Vietnam. Nessuno sta paragonando un film all’altro, ma non si può non menzionare Apocalypse Now, uscito a distanza di solo un anno. Seppur Il cacciatore non sia propriamente un film di guerra per come lo intendiamo noi, rispetto a quello di Francis Ford Coppola, tende a ragionare sulla sconfitta statunitense dal punto di vista sociale, più che militare, con tutte quelle che sono state le sue tragiche conseguenze.

Il titolo si concede ad un’autoriflessione sugli inevitabili effetti collaterali nel presente di quegli anni, rispetto alla tragicità degli eventi asiatici. È l’espressione artistica del cinema su temi politici, quando questi sono ormai conclusi. Cimino non realizza un film sull’esaltazione militare, ma antimilitare, senza prenderne necessariamente le distanze, ma raccontando la realtà, costringendo il pubblico americano a guardarsi allo specchio e fare i conti con sé stessi, così come hanno fatto i personaggi tornati dal fronte, sottolineando come non serva essere partiti in battaglia per rendersi conto di quanto accaduto e costruirsi una coscienza storica, ma solo chi ha visto la morte in faccia rimarrà traumatizzato a vita.

Il prezzo dell’essere americani

Christopher Walken (Nick), Robert De Niro (Mike) e John Savage (Steven) in una scena del film Il cacciatore

Il film di Michael Cimino, un cult dalle sembianze e dalla durata epopeica, è rimasto nella memoria degli spettatori, tramandandolo generazionalmente. Per quanto i tempi possano risultare dilatati, proprio questa è la caratteristica narrativa che avvalora l’intreccio insieme all’accuratezza e alla potenza delle immagini – che sono un vero e proprio pugno nello stomaco – trascinando chi lo guarda nella tragicità degli eventi, senza fare sconti e senza alcuna possibilità di redenzione. Una condanna per gli Stati Uniti manifestata attraverso la condanna dei reduci, ormai solo un lontano ricordo degli uomini che erano, avendo lasciato una parte di loro – alcuni solo metaforicamente ed altri fisicamente – nella Repubblica socialista del sud est asiatico.

Ciò che avvalora, ancor di più, la pellicola è la grande interpretazione di Robert De Niro – che due anni prima aveva già recitato in uno dei tanti film di Scorsese nei panni di un veterano del Vietnam nel film Taxi Driver – nei panni di Mike, e quella di Christopher Walken nelle vesti di Nick, senza dimenticare le ottime prove attoriali del cast nel suo complesso, dal compianto John Cazale alla brillante Meryl Streep. I primi due, insieme a Steven, hanno rappresentato perfettamente l’uomo americano di seconda generazione che, figli di immigrati dell’est Europa, si sentono in dovere di combattere con fierezza per la nazione che li ha ospitati, ma ad un caro prezzo.

Un colpo solo

Un colpo solo è ciò che serve per uccidere un cervo, ma dandogli la possibilità di fuggire. Questo è ciò che era solito dire Mike, quando andava a caccia con i suoi amici. Riuscire ad abbattere la preda, ma lasciandole la speranza della sopravvivenza. Una scommessa. Un colpo solo è ciò che serve ad un uomo per morire, soprattutto se si tratta di un proiettile in testa, anche se per propria mano, ed anche se per un macabro gioco. La propria vita affidata al caso. Un colpo solo, con cinque altre possibilità di sopravvivere. Glielo ha insegnato la guerra, che rende tutti, in fondo, un po’ animali.

Mike e Nick non sono mai stati così lontani e così vicini da essere quel povero cervo. Soprattutto nel finale de Il cacciatore quando, l’uno di fronte all’altro, uno ha gli occhi lontanamente speranzosi – quelli di Mike, un uomo che ha mantenuto la promessa fatta all’amico tempo prima, di non abbandonarlo mai – e l’altro, Nick, con gli occhi di chi, tra traumi ed eroina, ha perso completamente la rotta. Anche quando Mike lo prega di tornare a casa con lui, sperando che l’amico lo riconosca. Nessuna apparente risposta. Solo una, prima che il peggio debba arrivare… “un solo colpo” pronuncia Nick. Lo ha riconosciuto. Come un cervo riconosce il cacciatore.

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