Il laureato, recensione: l’ode pre-sessantottina all’umana incertezza

In occasione del ritorno del film in streaming, abbiamo rivisto e recensito Il laureato, opera di Mike Nichols, tra le più importanti dell'intera New Hollywood. Per scoprire cosa ne pensiamo, continuate la lettura!
Dustin Hoffman in una scena del film Il laureato

Il laureato non è solo il film preferito di chi scrive, ma è soprattutto una delle pellicole che più hanno rivoluzionato la storia del cinema. Affermazione coraggiosa? Forse, ma, se ci date il tempo di un articolo, proveremo (speriamo!) a spiegare meglio il nostro punto di vista. Tratta dall’omonimo libro dell’eccentrico scrittore Charles Webb, la pellicola di Mike Nichols fu uno dei film che sancì la definitiva conclusione dell’epoca classica di Hollywood, lasciando spazio a una nuova schiera di autori (e a un nuovo modo di fare cinema) che rivoluzionò il corso della Settima Arte.

In anticipo di un anno sulla contestazione “ufficiale” del Sessantotto (che trova invece uno dei suoi ritratti più potenti in The Dreamers di Bernardo Bertolucci, qui recensito), Il laureato è una rivoluzione gentile, pensierosa ma spensierata, un anello di congiunzione tra il passato e il futuro di un’arte, il cinema, che, da sempre, è frutto diretto della propria epoca, e di un paese, gli Stati Uniti, leader culturale in Occidente da almeno un secolo. In occasione dell’aggiunta della pellicola che lanciò Dustin Hoffman (che prima era comparso in un solo lungometraggio, mai distribuito in Italia) al catalogo di Infinity+, noi l’abbiamo rivista e recensita. Proprio qui di seguito.

“Una parola: plastica”

Dustin Hoffman e Walter Brooke in una scena del film Il laureato

Stati Uniti. Primi anni Sessanta. Guerra in Vietnam al suo culmine e prime scintille delle contestazioni all’orizzonte. Ben Braddock, un giovane americano di famiglia benestante, torna a casa dopo il college. “Preoccupato per il suo avvenire” e assolutamente ignaro di cosa vorrebbe dal proprio futuro, il giovane si barcamena controvoglia tra gli invitati che partecipano alla festa del suo ritorno a casa. “Siamo così orgogliosi di te”, gli ricorda un’invitata. “E ora, che cosa farai?”, insiste un’altra. “Mi raccomando, dedicati alla plastica. Ci penserai?”, lo supplica tale signor McGuire.

Durante la serata, il giovane si imbatte in un’avvenente donna di mezza età, la signora Robinson, moglie di un collega del padre, che, dopo avergli chiesto di accompagnarla a casa, tenta di portarlo a letto. Preso dal panico, Ben fugge. Dopo qualche tempo però decide di chiamare la donna e, dopo un’impacciatissima notte insieme, inizia una relazione con lei. Dopo qualche settimana di segreta frequentazione con la signora Robinson, il giovane, spinto dai genitori, accetta di uscire con la di lei figlia, Elaine.

Dopo un imbarazzato primo appuntamento, i due giovani iniziano a vedersi di frequente e, in breve tempo, si innamorano. Fatto che, una volta scoperto dalla signora Robinson, ne scatena l’ira. Dopo alcune pessime scelte, causate in buona dose dalla sua inettitudine, Ben prima perde la signora Robinson, poi Elaine stessa. Finalmente decisosi a riconquistare la ragazza, Ben inizia così un’Odissea attraverso l’America per ottenere nuovamente l’amore della giovane, unica certezza in un futuro quanto mai nebuloso.

“Signora Robinson, sta cercando di sedurmi, vero?”

Dustin Hoffman in una scena del film Il laureato

Il periodo era delicato. Gli Stati Uniti stavano cambiando. Le varie parti del tessuto sociale si stavano sfaldando, destinate a ricomporsi in modo diverso, nuovo. L’incertezza riguardo al futuro dominava l’orizzonte del Paese d’oltreoceano come quello di Ben Braddock, la cui strada tracciata non lo affascina più come una volta. La celebrazione e il trionfo delle certezza erano già sul punto di esplodere, con Il laureato detonano per davvero, definitivamente.

Lontanissima dai toni epici e trionfali che avevano caratterizzato gran parte della produzione statunitense fino a quel momento (la Nuova Hollywood, su ispirazione europea, era ormai alle porte), Il laureato fa il passo decisivo di abbandonare al loro destino i generi e la retorica del cinema classico, mettendo invece in scena qualcosa di assolutamente nuovo: l’incertezza. In ogni istante, Ben è paralizzato dall’incertezza. Le sue scelte, le sue azioni e le sue relazioni sono tutte sottoposte alla sua costante indecisione. E anche quando la scelta sembra fatta e l’atto compiuto, ecco che l’incertezza ritorna, evidenziando l’umore in un periodo storico fondamentale ma di transizione.

Sotto il fuoco incrociato di due attraenti possibilità (il passato, ovvero la signora Robinson, affascinante troppo decisa per l’imbranato Ben, e il futuro, di cui la timida Elaine si fa simbolo), Ben è così costretto a fare una scelta difficile ma netta, con tutto il panico che ne deriva. Il giovane fa errori, è incerto, ma alla fine compie il passo decisivo. che è poi lo stesso che compie l’intera America con il Sessantotto: guardare avanti, al futuro, con occhi nuovi. Forse.

“Direi che sto andando alla deriva. Qui in piscina”

Anne Bancroft e Dustin Hoffman in una scena del film Il laureato

Ma la rivoluzione non arriva solo a livello simbolico. È il cinema stesso a venir scosso da una pellicola come Il laureato, che riscrive il modo di vedere l’America e, soprattutto, i suoi protagonisti. Con le certezze se ne vanno anche la magniloquenza e le frasi da incidere sulla pietra, i protagonisti eroici e dalla morale ineccepibile. I generi si mescolano, e quello che resta è qualcosa di nuovo, di cambiato: una inettitudine grottesca e ritratta con ironia.

Nelle inquadrature che gli riserva Nichols, Ben è piccolo piccolo, è accecato dal sole, “va alla deriva” in un bicchiere d’acqua, è nascosto dagli alberi e dalle teste dei co-protagonisti, è immerso in una folla che lo ignora e che non sa nemmeno della sua esistenza. Eppure noi sappiamo che è lì, alla ricerca di qualcosa, di qualcuno. Ogni sequenza contribuisce a mettere in luce il suo disagio, la sua incapacità di capire dove andare a sbattere la testa. Sa di non voler seguire la strada tracciata, ma non ha idea di quale via prendere alla biforcazione. Ed è proprio questo il punto: non sapere cosa fare è qualcosa di umano. Ed è infatti proprio qui che si cela la grandezza del film: un personaggio umano è al centro di una storia semplice, che diventa simbolo di un Paese intero.

“Elaaaaaaine”

Katharine Ross e Dustin Hoffman in una scena del film Il laureato

Con un’ironia tagliente e un senso dell’umorismo assolutamente particolare, geniali battute che si susseguono in serie e situazioni tra il comico e surreale, Nichols mette in scena un Brad Braddock di incredibile spessore (Hoffman impacciato e stralunato è quanto mai convincente), ma in realtà ritrae tutti noi. Fallibili e sconclusionati, incerti su quello che dobbiamo fare, presi in mezzo tra i fuochi del passato e del futuro, ci barcameniamo in una vita che talvolta è assolutamente più grande di noi.

Anche quando le decisioni sembrano prese e il dado tratto, l’incertezza fa capolino nel cervello, facendo sorgere il dubbio: un’altra mossa sbagliata? Chissà. Nel frattempo il sorriso scompare e, sulle note di un gioiello della musica moderna come The Sound of Silence (bellissimo, certo, non una gran premonizione), l’autobus se ne va. Il futuro arriverà a suo tempo, senza fretta, ma il primo passo è fatto e ormai non si può più tornare indietro. Il sequel de Il laureato (su cui Robert Altman ironizza nel film I protagonisti) probabilmente non si farà mai. Ergo: non sapremo come sia andata effettivamente a finire la storia di Ben. Ma va bene così. Alla perfezione non va aggiunto nulla. Capolavoro.

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