Another End, recensione: una pia distopia sulla cura d’animæ

Uno dei due film italiani in concorso alla Berlinale 74, ma con un cast internazionale, Another End immagina un mondo in cui si possano risvegliare i cari defunti per prepararsi a dire loro addio. Una premessa distopica che apre a interessanti problemi di bioetica ed egemonia.
Gael García Bernal in una scena del film Another End

Se vi venisse data la possibilità di riportare in vita un caro defunto, il tempo di dirgli addio, di prepararvi alla perdita e a un distacco arrivato all’improvviso e di fronte al quale non eravate pronti, cosa fareste? Cosa fareste di fronte alla prospettiva di un’immortalità a tempo determinato e, soprattutto, acquistabile? È quanto si chiede Another End, che nonostante il titolo e nonostante il cast internazionale, è uno dei due titoli italiani in concorso qui alla Berlinale 74, per la regia di Piero Messina.

Another End parte da un’ottima premessa narrativa, il perfetto dispositivo del sci-fi distopico, per aprire a temi di bioetica o anche solo etica dai risvolti molteplici e dalle risposte non facili. Assistere alla storia personale di Sal (Gael García Bernal) può essere interessante, certo. Ma come sempre in queste cornici, ciò che di più interessante sollevano – almeno secondo il parere di chi scrive – è la domanda che porremmo, di riflesso, a noi stessi. Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Quanto saranno inquietanti, queste pie distopie del domani? Quanto difficili da riconoscere come tali? Quanto somiglieranno o piuttosto differiranno dalla facile definizione di dittatura? E quanto, senza dover essere dei nostalgici (anzi) ce la faranno rimpiangere? Questo è quanto più interessa, a chi ora scrive di Another End.

L’elaborazione del lutto in Another End

Quella di Another End è soprattutto e innanzitutto una storia d’amore e di perdita, di scoperta ed elaborazione del lutto. Sal è un uomo in lutto che si colpevolizza per la morte della sua compagna, Zoe (Renate Reinsve, qui in concorso anche con A Different Man, che abbiamo recensito qui), avvenuta in un incidente stradale mentre era lui a guidare. Nella prima scena lo vediamo aiutare un’anziana vicina a riparare la doccia. Ma c’è qualcosa di strano, Sal è inquieto per la presenza di qualcuno che non dovrebbe essere lì. O non ci dovrebbe essere più: il marito dell’anziana signora. Attraverso uno specchio, lo vediamo “addormentarsi” per poi essere portato via da due uomini vestiti di bianco. Lo mettono in un sacco da morto e dicono alla moglie, come se nulla fosse: “Ci vediamo domani“. Inquietante.

Questo perché Sal vive in un mondo solo apparentemente e inizialmente utopico – ma in realtà molto grigio fin dall’inizio – in cui una società di nome Aeterna ha commercializzato nuove conquiste nel campo della tecnologia. La prima è una sorta di neuralink (se ne sta parlando proprio in queste settimane in riferimento a Elon Musk) che incapsula tutti i ricordi di una persona e permette agli altri di riviverli, un po’ come nell’episodio Ricordi pericolosi di Black Mirror. La seconda è appunto Another End, un progetto che permette a chi abbia subito di recente una perdita di innestare i ricordi del proprio caro in un corpo ospite e prepararsi così, entro un tempo prestabilito, a “dire addio“. Sal è sperso nei ricordi di Zoe, ma non accetta di vederli impiantati in un corpo ospite che ovviamente sarà diverso da quello che ricordava. Almeno fin quando sua sorella Ebe (Bérénice Bejo), che lavora per Aeterna, non lo convince che è nell’anima, e non nel corpo, che risiedeva il suo amore per Zoe.

La dimensione distopica e quella bioetica

Bérénice Bejo in una scena del film Another End

Dal punto di vista della dimensione intima e del processo di distacco, questo meccanismo apre fin da subito, ovviamente, a una serie di problemi per Sal. Primo fra tutti il fatto che i corpi ospiti non sono prefabbricati, ma sono persone reali che accettano in cambio di denaro di offrirsi all’innesto. In pratica: la persona in lutto paga, la persona ospite riceve una parte dei soldi, Aeterna il resto del ricavo. Racconta di farlo per il bene del processo psicologico, ma sa benissimo che il risultato non può che essere destabilizzante. Soprattutto per l’anima del defunto, che non sceglie di essere “reincarnato” né ha idea di essere morto, almeno fin quando chi l’ha risvegliato non glielo rivelerà. È un processo egoistico, che va nella direzione esattamente opposta all’eutanasia, permette a tutti di scegliere meno a chi è morto.

Per deformazione di chi scrive, questa rimane la dimensione più interessante di Another End. I problemi di bioetica come li sollevava il Black Mirror dei tempi d’oro, che ora non c’è più. Ma anche quest’altra dimensione delle totalitarismo del domani, del capitalismo monopolistico e degli strumenti che utilizzerà per assoggettarci. Quanto è più inquietante un sistema di potere che, non più sottraendoci qualcosa o limitandoci, sfrutterà invece la caritatevole società del comfort, della sottrazione di ogni trauma, per renderci dipendenti da lui? Quanto più difficile da riconoscere come dittatura un sistema di potere che utilizzi più la creazione, che la negazione di un bisogno? Quanto più difficile sottrarci a una relazione di subordinazione e necessità, quando chi ci subordina lo fa per mezzo delle carezze e non delle frustate?

Another End è senz’altro un prodotto riuscito sulla sfera dell’emotività. Ma ancor di più, un’ottima occasione per sollevare queste domande. E non serve aspettare Aeterna, il momento di porsele è adesso.

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