“Not if. When“. Non se. Quando. Un senso di terrore e attesa aleggiava per le vie del Festival di Venezia sotto forma di locandina. È l’allarme apocalittico lanciato da Kathryn Bigelow a otto anni dal suo ultimo film, Detroit. E quanto se n’era sentita la mancanza. A House of Dynamite è un film di una potenza inaudita, che dimostra ancora una volta perché, la prima donna nella storia degli Oscar ad aver vinto Miglior Regia e Miglior Film per The Hurt Locker, rimanga l’interprete più incisiva, puntuale e consapevole del nostro tempo.
Perché Kathryn Bigelow guarda a destra mentre tutto il mondo è girato verso sinistra, distratto da ogni tipo di problema o dibattito minore o maggiore, e ci mette in allerta sull’unico dibattito che dovremmo aprire immediatamente, che è sotto gli occhi di tutti ma a cui nessuno sta prestando attenzione: lo scenario di una guerra nucleare, la facilità e la velocità con cui si consumerebbe. Fra qualche anno, domani, che succeda è una certezza, e succederà esattamente come lo racconta Kathryn Bigelow, senza alcuna avvisaglia o possibilità di arrestare la reazione a catena. È un po’ quello che suggeriva il finale Oppenheimer, ma detto meglio: in un certo senso siamo già morti, il pulsante è già premuto. Da quasi un secolo viviamo in una casa imbottita di dinamite. La domanda non è “se”, ma “quando” scoppierà.
A House of Dynamite è il film più importante del nostro tempo, il primo cui prestare attenzione se vorremo essere ancora qui, a combattere un altro giorno per tutto il resto. È quello che Paul Schrader, sbagliando, aveva detto di Oppenheimer: “Il film più importante del secolo”. E se da queste parti ci fosse un po’ di fegato, lungimiranza e polso dell’attuale, dovrebbe essere Leone d’Oro. Perché una volta che ti entra in testa non riesci più a pensare ad altro: ad altri film, a mangiare, a dormire, a sorridere. Anche per questo, la recensione che segue non potrà contare sulla lucidità con cui questo film andrebbe restituito. Causa attacchi di panico e shock post-traumatico.
Il mondo finisce in 18 minuti
L’attacco di A House of Dynamite somiglia a un horror, con una colonna sonora a ricordare direttamente Conclave. Infatti hanno lo stesso compositore (l’ottimo Volker Bertelmann) e sono entrambi due thriller politici ambientati nelle stanze del potere, con la differenza che lì c’era solo da eleggere un Papa e qui c’è in ballo la sopravvivenza del mondo. Dopo aver captato quella che sembra essere una testata nucleare di appartenenza sconosciuta, gli Stati Uniti hanno 18 minuti per intercettarlo prima che colpisca Chicago e i suoi 10 milioni di abitanti, e per valutare contromisure. Tradotto: una guerra nucleare su vasta scala.
Kathryn Bigelow racconta gli stessi 18 minuti per ben tre volte, dal momento in cui il missile appare sui radar al momento in cui il Presidente USA dovrà dare ordine (o meno) di rappresaglia, senza sapere contro chi né tantomeno se si tratti davvero di un missile – nel 1983, i sovietici furono a tanto così da scatenare l’olocausto nucleare per un errore dei sistemi di rilevamento. Bigelow cita l’episodio e racconta l’intero film dal punto di vista delle sale del potere e dei suoi funzionari, dei bottoni e di chi li preme: basi satellitari, comando strategico nucleare, NORAD, STRATCOM e decine di altri organi militari e uffici governativi, fino ad arrivare allo Studio Ovale. L’intera catena di comando qui interpretata da un cast corale: Rebecca Ferguson, Idris Elba, Gabriel Basso, Jared Harris, Anthony Ramos, Jason Clarke, Greta Lee e molti altri volti noti.
Ma oltre all’ottimo cast e alla capacità di Kathryn Bigelow di fare terrorismo psicologico con un thriller di pura tensione (merito anche della sceneggiatura di Noah Oppenheim, ex Presidente NBC News), A House of Dynamite è un manuale di teoria dell’escalation e del caos che punta dritto a un unico assioma, l’inevitabilità di una guerra nucleare. Teorici e filosofi del nucleare l’hanno postulato prima di lei, ma Kathryn Bigelow lo ribadisce con assoluta certezza (e accuratezza): ci siamo più vicini che mai. Non se. Quando.
Kathryn Bigelow Dottoressa Stranamore

Ho letto una notizia, un paio di mesi fa, secondo cui la Gran Bretagna avrebbe ordinato in fretta e furia una flotta di droni-elicottero (strapagandoli) perché prevede una guerra aperta in Europa entro il 2027. Se ci aggiungiamo la generale spinta al riarmo voluta da Trump e raccolta da figure come Giorgia Meloni, è l’indicatore inconfondibile di un’escalation come quella che ha preceduto la Seconda Guerra Mondiale. Il meccanismo è semplice: credere che qualcosa accadrà e armarsi per evitare che accada, è proprio ciò che la fa accadere. In narrativa si chiama “Profezia Autoavverante”, o Effetto Rosenthal, e l’esempio più chiaro lo offre Harry Potter: Voldemort ha il terrore di essere sconfitto, quindi si adopera per uccidere tutti i figli di maghi, ma così facendo crea “il ragazzo che è sopravvissuto” e gli dona il potere necessario a sconfiggerlo. Allo stesso modo, più Stati prevedono lo scoppio di una guerra, quindi fanno il carico di armi e tritolo e se ne vanno in giro con l’accendino acceso. Prima o poi, inavvertitamente, si innescherà una miccia, partirà un colpo, e non ci sarà cessate il fuoco. Non se. Quando.
A House of Dynamite parla di tutto questo, un po’ come quei cartoni animati dove un personaggio tira fuori una pistola giocattolo e il robot di proporzioni gigantesche gli punta addosso tutto l’arsenale. A partire da un singolo missile, Kathryn Bigelow ribalta la fiducia nella deterrenza e smentisce quest’immagine dell’apparato gerarchico come una catena di “comando e controllo”. Piuttosto, un meccanismo progettato per sottrarsi alla possibilità stessa di controllarlo, che una volta innescato finisce per autoalimentarsi fino a deflagrare. Proprio come in una reazione nucleare. E non ci sarà sistema di difesa che tenga: sarebbe come “colpire un proiettile con un proiettile“. A House of Dynamite è un countdown con l’apocalisse nucleare, che ticchetta già da un po’ ormai. Non se. Quando.
Non sbaglia chi, per depauperare questo film, lo definisce “un Dr. Stranamore che non fa ridere” – pensando, immagino, di far ridere. A House of Dynamite cita il Dr. Stranamore in più di una battuta, con una sostanziale differenza. Con l’espediente del Piano R, Stanley Kubrick mostrava l’assurdità di un sistema talmente perfetto da rendersi effettivamente immune a qualsiasi marcia indietro, a qualsiasi intervento umano. Kathryn Bigelow, di contro, dice che il sistema non è perfetto affatto: è sufficiente un unico errore, sia esso umano o digitale. Pensateci: in un meccanismo composto da 10.000 umani, 10.000 codici e 10.000 pulsanti, qual è la probabilità di successo, e quale invece di errore? Un po’ come un critico che va a vedere un film e decide sulla base di come si è svegliato la mattina, la salvaguardia del mondo può dipendere da un Segretario della Difesa che ha perso la moglie due giorni prima, da un Generale in andropausa o da una linea telefonica che non prende. Milioni di variabili, un unico errore sufficiente. Non se. Quando.
La spaventosa urgenza di A House of Dynamite

Da quasi un secolo, viviamo comodamente in una casa imbottita di dinamite. Ci svegliamo ogni giorno apparentemente incuranti di avere una pistola costantemente puntata alla nuca, impugnata da un tizio con la mano sudata, il dito già sul grilletto e la sicura disinserita. Basta che inciampi e sarà kaputt entro 18 minuti. Quello che fa Kathryn Bigelow è piantarci la pistola in mezzo agli occhi e per questo, A House of Dynamite è il film più urgente del nostro tempo. Non per una questione di preminenza, ma di precedenza. E non in astratto, come pensa qualcuno che la chiamerebbe “fantapolitica”. Se non ci sbrighiamo a disarmare la pistola, entro i prossimi 18 minuti potrebbe non esserci più battaglia che tenga: per i diritti civili, il lavoro o perché si fermi un genocidio. Non se. Quando.
Martin Heidegger – che ci siamo già trovati a citare in riferimento a un altro film rivelazione di questa Venezia 82 – spiega come dal ‘900 in poi, il paradigma si sia invertito: l’invenzione tecnologica non è più un mezzo al servizio dell’umanità; semmai, è proprio questa a essere diventata strumento sostituibile di un sistema che sfugge al suo controllo. Esempi più evidenti di questo sono Intelligenza Artificiale e Social Network; il primo è stata l’atomica. Il punto è che il pulsante si preme da solo, è la sua stessa esistenza che costringe a premerlo, e prima ancora che il primo missile abbia toccato terra. Non se. Quando.
Chi lamenta la ripetitività di A House of Dynamite – il fatto cioè che siano, sostanzialmente, gli stessi 18 minuti raccontati uguali per tre volte – non si accorge invece che Kathryn Bigelow ripropone l’escalation attraverso la struttura stessa del film. Risalendo per importanza le stanze del potere, ogni livello della catena di comando è sempre meno in comando, sempre più in balia di un caos che non dipende dalla meccanica esecuzione, ma dall’incertezza della decisione. Alla fine di tutto, ci dice Kathryn Bigelow con il Presidente di Idris Elba, a prendere la “decisione” sarà una rockstar in limousine che sceglie da un menù. L’unica speranza, che abbia abbastanza campo al cellulare per ricevere un buon consiglio da sua moglie. Un po’ come scrivevamo in riferimento all’ultimo Mission: Impossible, non “se” ma “quando”.
“Ma alla fine, suvvia, chi mai darebbe inizio a una guerra cui non è possibile scappare?“, starete pensando. È la principale argomentazione della deterrenza, e funziona fin quando non funziona più. Quando l’ho citata alla mia psicologa – perché sì, se non si fosse capito l’argomento mi ossessiona da molto prima di vedere A House of Dynamite – lei ha fatto l’esempio dei latitanti di mafia, che sono disposti a chiudersi per vent’anni in un buco per poi venirne fuori quando le acque si sono calmate (e bunker come Raven Rock non sono altro che buchi più spaziosi e confortevoli). E quando ho parlato di A House of Dynamite a un’amica, lei mi ha chiesto quando uscirà su Netflix. Il 24 ottobre. “Se non si avvera nei prossimi 18 minuti“, mi ha risposto. Esatto. Non “quando” uscirà, ma “se” faremo in tempo a vederlo.









