Frankenstein di Del Toro fa fare pace con Dio: la recensione

Sorprendentemente, Frankenstein di Guillermo del Toro è il più bel film visto finora al Festival di Venezia. Parla di scienza, filosofia e religione. Racchiude il dilemma del vivere e risponde alla più assillante e urgente delle domande: perché vogliamo estinguerci?
Oscar Isaac in una scena del film Frankenstein

Nietzsche ha detto: “Dio è morto“. Potete crederci, se vi dico che il Frankenstein di Guillermo del Toro era il film che meno m’interessava (e più mi preoccupava) di Venezia 82, ed è diventato invece il preferito fino a questo punto? Succede sempre così, ma stavolta fatico a crederci anch’io. Io, che sono una di quelle strane creature a cui Bram Stoker’s Dracula di Coppola non piace, non amano il gotico o il troppo barocco. E nel film che Guillermo del Toro ha inseguito per mezzo secolo – “Questo film ha vissuto nella mia mente per 50 anni, da quando l’ho visto da bambino. Sono 20 o 25 anni che cerco di realizzarlo. Qualcuno potrebbe pensare che io sia un po’ ossessionato da Frankenstein. E probabilmente ha ragione” – c’è tanto di entrambi.

Ma nel Frankenstein di Guillermo del Toro c’è anche tantissima filosofia, religione, responsabilità della scienza, rapporto fra padri e figli, fra creatori e creature: fra l’Uomo e Dio. Del Toro riprende il più classico, archetipico e abusato dei grandi romanzi ottocenteschi, ne ribalta completamente significato e personaggi, e lo usa per raccontare l’Uomo novecentesco. Che dopo aver ucciso Dio ha pensato di poterglisi sostituire. Ha giocato a fare Dio creando (e continuando a creare) cose che non può sperare di controllare: l’atomica, l’Intelligenza Artificiale.

Nel Frankenstein di Guillermo del Toro c’è tutto questo, il rapporto millenario e irrisolto fra l’umanità e la sua stessa ragione d’esistenza, e la sua mutua distruzione. C’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La recensione che segue è scritta da un ateo. Potete crederci?

Il Padre

Ripercorrere qui la trama di Frankenstein sembrerebbe superfluo, visto che è nota a tutti. Vi basti quindi il preludio del film, ripreso fedelmente dal romanzo di Mary Shelley e che ricorda tanto la prima stagione di The Terror. Siamo nel 1857 e una spedizione diretta al Polo Nord, rimasta bloccata in mezzo ai ghiacci, salva un uomo inseguito da un’orrenda e gigantesca creatura. Diversi marinai muoiono nella colluttazione, la creatura sembra sconfitta, ma l’uomo avverte che tornerà. E inizia a raccontare la sua storia. Il Barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac) comincia a maturare l’idea di riportare in vita i morti dopo che sua madre è venuta meno quando era bambino. Quel trauma genera in lui un’ossessione, la stessa che fu di Anakin Skywalker: diventare più potente della morte stessa.

Frankenstein si fa dunque incarnazione di una scienza egotica ed egoistica, cioè l’unico modo intelligente in cui si sia parlato di etica e responsabilità della scienza, dallo scoppio dell’atomica in poi: così viene rappresentato Galileo da Bertolt Brecht, così Oppenheimer da Christopher Nolan, così Frankenstein da Guillermo del Toro. Scienziati che, mossi dalla frenesia della scoperta, non si accorgono di come il progresso non sia più un progresso, dal Novecento in poi. Per usare le parole di un’inedita Mia Goth nei panni di Elizabeth: “Le idee non sono buone di per sé“. E per quanto oscurantista possa suonare, neanche la scienza lo è più, almeno finché non sarà in grado di “sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il Giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità, e non contro di essa” [Vita di Galileo, Bertolt Brecht, 1956].

Il Figlio

Jacob Elordi in una scena del film Frankenstein

Non poteva che essere quindi, viste le premesse e considerata la visione del “Mostro” che sempre fu del cinema di Guillermo del Toro, che il paradigma si invertisse. Qui è Victor, senza dubbio e senza possibilità di appello, l’unico Mostro: detestabile, sadico e bieco torturatore del suo stesso figlio. E la creatura di Jacob Elordi invece – scelta di casting che spaventava ma che ora ha perfettamente senso – è bellissima. È un gigante gentile e prodigo nei confronti degli esseri umani, un bambino non ancora corrotto e riguardoso di ogni essere vivente. Ed è – lo ribadiamo, credeteci o meno – bellissimo: dentro, sì, ma anche fuori, nonostante tutte le cicatrici.

Ovviamente, questa interpretazione è insita nel romanzo di Shelley e più o meno suggerita da quasi tutti gli adattamenti che ne sono stati tratti. Ma mai come qui. Guillermo del Toro la porta a un altro livello, tanto che a metà film il racconto si interrompe e il narratore cambia: un po’ come in Rashomon, ora è il momento di riascoltare la stessa storia secondo un’altra versione, quella della vittima. La creatura prende parola, si trasforma nel Joseph Merrick di The Elephant Man, e si riappropria della sua storia, della sua stessa vita. Una vita che non si è scelto e alla quale, immortale com’è, non può porre fine. Ci prova, ma si rigenera ogni volta.

Martin Heidegger la chiamava “Gettatezza“, a intendere il fatto che ciascuno di noi, all’atto del nascere, si ritrova gettato in un mondo ostile che non si è scelto. Quando si parla di Frankenstein dal Novecento in poi, l’unico modo sensato di farlo è chiamando in causa il filosofo di Essere e Tempo – che infatti citammo, due anni fa ormai, quando recensimmo Poor Things di Yorgos Lanthimos proprio qui a Venezia. Il punto è che la decisione più importante della nostra vita, il vivere stesso, noi non l’abbiamo presa. Qualcun altro ha deciso per noi: un genitore, un Dio, sono sinonimi. Guillermo del Toro rende mai così chiaro che la vicenda di Frankenstein è la vicenda di ciascuno di noi, e per estensione di tutta l’umanità. Come il singolo compie il parricidio del genitore, così l’umanità ha ucciso Dio. Ma da quando l’ha fatto, non si è data pace. Uccidere il Creatore non ci ha liberato della nostra condizione di creature, come speravamo. Serve farci pace, con lui e con noi stessi, prima che sia troppo tardi.

Lo Spirito Santo

Una scena del film Frankenstein di Guillermo del Toro

Più di un film “impegnato”, qui a Venezia 82, sta provando a rilanciare l’allarme sempre più presente, nel nostro presente: la prospettiva di un’estinzione o autodistruzione dell’umanità, sia essa per ragioni climatiche o belliche. Ne parla Bugonia di Yorgos Lanthimos, per esempio. Ma tutti ricadono nella solita retorica spiccia e tautologica, la stessa dell’Agente Smith in Matrix, secondo cui l’Uomo sarebbe un virus inevitabilmente portato ad autodistruggersi eccetera eccetera. Il problema però – e il motivo per cui ogni allarme non viene ascoltato e costringe a lanciarne un altro – è che la maggior parte di questi film non si spiegano il “perché”. Oppure se lo spiegano per mezzo del facile nichilismo, chiamando in causa un gene corrotto o una natura costitutiva dell’essere umano.

Ma Guillermo del Toro è uomo troppo intelligente e ha troppa fiducia nell’umanità, per sbrigarsela così facilmente. Frankenstein è neumanesimo contro il postumanesimo, un film onnicomprensivo che ripercorre (e in parte risolve) il legame millenario fra umanità, scienza, religione e filosofia. Partendo dalla Teodicea di Sant’Agostino (“Si Deus est, unde malum?“) offre la seguente risposta: se c’è un Dio, è il Diavolo. Siamo stati creati senza che lo volessimo e questo ci porta a un autolesionismo, personale e collettivo, come strumento di affermazione del nostro dolore di vivere. I padri reiterano sui figli ciò che avevano subito a loro volta, ciclo dopo ciclo: l’Uomo uccide e diventa Dio, l’Uomo crea l’Intelligenza Artificiale, l’Intelligenza Artificiale uccide e diventa Dio. Cosa direbbe un’IA dell’umanità che l’ha creata, della nostra umanità? Di nuovo: se c’è un Dio, è il Diavolo (e io gli somiglio).

Frankenstein non siamo altro che noi, l’umanità. Siamo creature ferite due volte, dai nostri padri e dai nostri Dei: quando ci hanno voluto in questo freddo mondo, e poi quando ce l’hanno reso ancora più freddo. Vorremmo sottrarci, ma per quanto proviamo a ferirci e ucciderci, a suicidarci collettivamente, la nostra natura ci spinge a rigenerarci, riprodurci, a continuare a vivere nostro malgrado. L’unica salvezza allora, è interrompere il ciclo: accettare di essere vivi, perdonare i padri, fare pace con gli Dei. Guillermo del Toro fa questo, con Frankenstein, meglio di altri film arrivati a Venezia 82 con ben più faziose e arroganti pretese.

Sentirete dire che Frankenstein ha il tipico “da film Netflix“. Io posso dirvi che mi aspettavo esattamente questo e invece mi sono trovato davanti un film magniloquente, poetico, a tratti cronenberghiano. Certo, c’è molta più CGI di quanto Guillermo del Toro non volesse ammettere, ma quella che c’è è ben fatta, l’art direction è splendida e il cast di tutto rispetto. Se non è il suo capolavoro, è sicuramente il suo film più ambizioso. È la nuova fiaba del contemporaneo. Ed è l’esempio più alto di come si possa (e debba) tornare ad adattare soggetti così imponenti: al fine di assemblare, racchiudere l’umanità intera in un corpo solo. Forse Frankenstein non è piaciuto perché vivere fa paura e sentircelo ricordare ancor di più. Perché abbracciare la vita è più spaventoso che aspettare la morte. Io lo so bene. Per questo è un film bellissimo.

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