Partiamo dal presupposto che se io dovessi scrivere di Mission: Impossible – The Final Reckoning come vorrei scriverne, il Festival di Cannes dove è stato presentato fuori concorso farebbe in tempo a concludersi, assegnare la Palma d’Oro e mandare tutti a casa, che io starei ancora qui a bordo piscina a scriverne.
Perché per me, Mission: Impossible è grandissimo cinema e non mi sono (come molti altri colleghi) mai vergognato a dirlo. Attenzione, non solo il miglior cinema action sulla piazza, perché Tom Cruise questo fa in tutto ciò che tocca: gli ultimi veri action movie in un’era in cui tutti vogliono farli e nessuno è più capace a farli. Io me ne resi conto quattro anni fa, al mio primo Cannes, quando vidi Top Gun: Maverick e lo elessi miglior film di quell’edizione.
Dicevo non solo grande action – perché al massimo gli insopportabili “cinefili” questo, sono disposti a concedergli – ma grandissimo cinema tout court. Non mi dilungherò qui a ripercorrere la storia di questa saga ormai quasi trentennale, nata da Brian De Palma, passata per John Woo, ereditata nei suoi anni migliori dall’attuale regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie e ovviamente sorretta dall’ultimo stunt action hero: Tom Cruise.
Un uomo – o meglio un attore, stunt, produttore e anche un po’ regista (perché sull’uomo fuori dallo schermo è meglio tacere) – che a un certo punto in questa saga ha iniziato a usare l’action per parlare del nostro mondo, di noi stessi, e di dove andremo a finire signora mia. Questo film, che riprende temi e paure già nell’aria nel precedente, ne è ennesima riprova. Vivamente consigliata la lettura della recensione di Mission: Impossibile – Dead Reckoning, sia per capire il perché, sia per non ripetermi sulla (fondamentale) “visione” di Cruise dietro quest’ultima doppietta di film.
Perché questo è un film che parla di geopolitica, di futuro, di umanità e di resistenza. E mentre ne parla, è grandissimo action, ed è grandissimo cinema.
Si scrive Mission: Impossible, si legge Terminator
The Final Reckoning riprende a circa sei mesi dai fatti di Dead Reckoning. Quell’Intelligenza Artificiale (l’Entità) che stava timidamente facendo la sua comparsa, ha ora raggiunto la quasi totale autocoscienza. Negli ultimi sei mesi, ha usato l’arma della disinformazione e delle fake news per confondere, mistificare e portare le democrazie sull’orlo del baratro. Sui social network, il cellulare nella mano di un manifestante diventa una pistola, un report sui vaccini diventa un complotto governativo per innestare microchip, e così via. Vi ricorda qualcosa?
Ora è legge marziale e l’IA sta superando i firewall degli arsenali nucleari mondiali. Le testate di India, Israele, Pakistan, Corea del Nord sono già tutte sotto il controllo dell’Entità. L’allerta è Defcon 1. Solo quattro arsenali dividono dall’annientamento nucleare: UK, Russia, Cina e Stati Uniti. E solo un uomo può sventarlo: si chiama Ethan Hunt.
Lui è braccato da ogni parte interessata – ogni governo, ogni agenzia dei servizi, fino all’Entità stessa – perché in possesso della chiave che potrebbe portare al controllo dell’IA o alla sua totale distruzione. Una volta arrivato al cospetto del Presidente degli Stati Uniti d’America – o meglio, della Presidente, e già qui c’è tanto del significato di MI8, ma ci arriviamo – le chiede una cosa impensabile: di fidarsi di lui, “un’ultima volta“. Di fornirgli una portaerei, poi un sottomarino nucleare, infine chissà cos’altro per raggiungere i freddi abissi artici e sbarazzarsi per sempre dell’IA, che nel frattempo prepara un attacco preventivo all’umanità in stile Skynet. Se Ethan Hunt fallirà, sarà Giorno del Giudizio.
Lo stunt-action come forma di resistenza

Come detto, Tom Cruise riprende tutti i temi che sono stati del precedente capitolo e sempre del suo cinema. Sceglie l’Intelligenza Artificiale come boss finale perché si vede appartenere a un mondo che sta scomparendo, a un cinema sempre più digitalizzato e sempre meno basato sull’effetto pratico e gli stunt-actors. E la sua mania per gli stunt, in questo senso, assume un significato preciso. Questa volta non salta da uno strapiombo di 1246 metri, ma da un biplano all’altro in volo, però la formula e l’obiettivo sono sempre gli stessi: rimettere al centro l’essere umano, il corpo, ciò che è “reale” e non “digitale”. È pura abnegazione, una sorta di resistenza eccentrica.
Ma è nelle sue previsioni e nei suoi allarmi geopolitici, che Mission: Impossible – The Final Reckoning offre i risvolti più inaspettati. Già solo cinematograficamente, perché nelle scene di war room e nelle battaglie sottomarine ricorda il meglio del cinema di ieri, dal A prova di errore (la versione non satirica del Dr. Stranamore) a Caccia a Ottobre Rosso. Ma in secondo luogo, nell’inquietante e azzeccatissima rappresentazione che rende di un futuro che è già qui, che è già presente. Persino Tom Cruise capisce che guardare solo al mondo del cinema, al suo orticello, non basta più. Perché non si tratta più di salvare solo gli stunt-actors, ma tutta l’umanità. E in questo, sì, è vagamente megalomane. Ma potevamo aspettarci qualcosa di diverso da uno come lui?
Mission: Impossible – The Final Reckoning è tutta politica

Il punto di The Final Reckoning non è il se, ma il quando, e quel quando molto presto sopraggiungerà, se non è già qui. Tom Cruise ci sta dicendo che a un certo punto, tutto ciò che abbiamo creato per “proteggerci” ci distruggerà. D’altronde, è il grande tema della filosofia della scienza, che dalla Bomba Atomica in poi gran parte delle invenzioni novecentesche abbiano invertito il paradigma, vedendo l’Uomo non più come fine ma come mezzo, come ingranaggio sostituibile di un meccanismo che continuerebbe a funzionare anche senza più l’umanità. Martin Heidegger, James Cameron, Tom Cruise: parlano tutti della stessa cosa.
Ecco, ci dice Tom Cruise: quando quel momento arriverà (perché arriverà, è inevitabile) a fare la differenza sarà solo chi avremo scelto per “salvarci”. E non si sta parlando di Ethan Hunt, perché un Ethan Hunt capace di salvare il mondo per otto volte di fila e sempre per il rotto della cuffia, semplicemente non esiste. La sua missione è diventata di film in film sempre più impossibile, gli stunt che compie in quest’ultimo neanche a parlarne: non è più uomo, è supereroe, e i supereroi esistono solo nel mondo del cinema. Ma tutto ciò contro cui lui deve combattere, quello è plausibile eccome.
E tutto ciò che farà la differenza sarà chi avremo scelto di mettere a guardia degli arsenali, dei pulsanti, delle decisioni sovranazionali. A fare la differenza, dice Tom Cruise, sarà quell’unico millisecondo in cui qualcuno dovrà fare l’ultima cosa che ci aspetteremmo da lui (o lei), dovrà pensare a mente lucida, dovrà prendere la decisione finale: se premere o meno un pulsante. Chi vorrete per allora? Una Presidente donna e afroamericana come la Angela Bassett del film, o un mitomane arancione che minaccia rappresaglie nucleari come sport quotidiano? Domanda da non limitare ovviamente a una mera scelta provincialista Kamala-Trump, ma da estendersi ovviamente a chiunque, in questo nostro strano mondo, predichi parole come “riarmo” al posto di “de-escalation” e “de-nuclearizzazione”.
Mission: Impossible – The Final Reckoning, alla resa dei conti

Alla resa dei conti, Mission: Impossible – The Final Reckoning è il miglior finale di saga (sempre ammesso che il buon Tom non cambi idea) che potessimo chiedere. È un film che bilancia action, sguardo sul futuro, lucidità politica e soprattutto gestione della tensione a livelli altissimi. Già solo la lunga sequenza subacquea vi manderà in apnea da annegamento e vi ricorderà il meglio del cinema acquatico di James Cameron. Forse non avevo preso un abbaglio, nella recensione di Dead Reckoning, a citare tutto il tempo una reference impensabile (ma a cui personalmente sono affezionatissimo) come Terminator 3. Forse dovreste proprio leggervela.
Egomanie a parte, Mission: Impossible – The Final Reckoning è anche, ovviamente, un film di volti. Il cast più grande mai schierato in questa saga. Tutti gli storici (Simon Pegg, Ving Rahmes, Henry Czerny), i recenti acquisti (Pom Klementieff, Shea Whigham, Shea Whigham) e tante graditissime new entry che regalano un nuovo parterre di stupendi caratteristi: Angela Bassett, Charles Parnell, Holt McCallany di Mindhunter, Tramell Tillman di Severance e Nick Offerman di The Last of Us e Civil War.
Certo, forse avrebbe potuto regalare un finale più “definitivo” e quindi più d’impatto, anche perché Hollywood ci ha insegnato ormai mille trucchi di sceneggiatura per lasciare porte aperte anche negli addii più inequivocabili (vedi John Wick 4). Ma in fondo, anche qui Tom Cruise ci sta dicendo questo, mentre scompare in mezzo alla folla col sorriso sornione e, in sottofondo, quel tema immortale composto da Lalo Schifrin: che lui continuerà a essere lì per noi. Che forse Ethan Hunt non esiste e non potrà mai salvarci. Che forse, come disse un Terminator, il Giorno del Giudizio è davvero inevitabile. Ma quando arriverà, lui sarà lì con noi, a tenerci per mano e infonderci coraggio mentre ci avviamo tutti insieme sul fondo del baratro.









