Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno: la recensione

Doveva intitolarsi "Mission: Impossible - Dead Reckoning - Parte Uno, recensione: TERMINATOM". Ma per il caro vecchio Google era titolo troppo lungo. Schiavitù dal digitale, esodati dalla tecnologia: di questo parla ancora una volta Tom Cruise in un bellissimo, vecchio modo di fare cinema e di fare action.
Mission: Impossible - Dead Reckoning - Parte Uno: la recensione

Mentre guardavo l’ultimo Mission: Impossible – tassativamente in IMAX – mi sono ricordato di una citazione lontana e abbastanza estemporanea che diceva tipo: “Nei film di X, si corre. E anche nei film della Nouvelle Vague, si corre“. Al che ho pensato che anche nei film di Tom Cruise, si corre, ora fra i vicoli di Venezia ora per sfuggire a una tempesta di sabbia. Non sono così prezzolato da credere che ci sia un nesso fra Tom Cruise e la Nouvelle Vague: non c’è. Però quando si vedono i film di Tom Cruise, e quando poi si recensiscono, si ha quella sensazione di assistere e poi potersi riferire a concetti alti di cinema. Di chi fa grande action, il migliore sulla piazza, ma fa innanzitutto grande cinema. Si ha questa sensazione, mentre si guarda Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno.

La stessa sensazione che avevo provato, a Cannes, nel vedere Top Gun: Maverick, trovandomi più stupito di chi mi leggeva, probabilmente, a esaltarlo come uno dei migliori che avessi visto sul palcoscenico della Croisette. Dead Reckoning e Maverick però sono film diversi, il secondo è molto più posato, molto più raffinato. Eppure vogliono parlare – Tom Cruise, vuole parlare; Christopher McQuarrie, sceneggiatore di entrambi, vuole parlare – praticamente della stessa cosa. La stessa che lo porta a buttarsi da una montagna alta 1246 metri senza ausilio di uno stuntman. La stessa per cui questa recensione voleva intitolarsi: “Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno, recensione: TERMINATOM” – e non può farlo. Perché troppo lungo, mi impone l’algoritmo.

I villain del domani di Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno

Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno attacca da Dio. Con una sequenza da battaglia sottomarina che ricorda un modo di fare cinema di tensione ormai quasi estinto. Un sottomarino russo ne ingaggia un altro a colpi di siluri, ma in realtà l’altro non esiste.

È un miraggio creato dall’Entità, il grande villain di questo capitolo, una IA creata non già con scopi militari ma che nel giro di poco è sfuggita al controllo di chi l’ha ideata, ha acquisito autocoscienza e sta infettando rapidamente tutto il mondo: “Si era già diffusa dentro milioni di server in tutto il pianeta. Nelle normali reti di computer degli uffici, nei dormitori delle università, dappertutto. Tutto il software, tutto il cyberspazio“. Se questa citazione vi ricorda qualcosa, tranquilli, ci arriviamo.

Ovviamente parte la controffensiva di tutti i governi per proteggere i propri database digitali – trascrivendoli su macchine da scrivere in grandi hangar riempiti di schiere e schiere di operosissimi monaci amanuensi, scena che dopo soli 10 minuti batte già gli ultimi anni di tentativi di cinema di spionaggio – e, soprattutto, la corsa al controllo dell’Entità per governare, così, il mondo.

Ethan Hunt è l’agente designato dagli Stati Uniti, ma ovviamente come in tutti i film si ribella (perché comprende gli scenari distopici di un tale potere) e si adopera per distruggerla, ritrovandosi in ogni scena e in ogni Paese che visiterà tutti gli scagnozzi del mondo addosso: altri servizi, la stessa CIA e un nemico del passato che, pur essendo umano, ha scelto di servire… l’Entità stessa, altro attore interessato. A non farsi imbrigliare, a non farsi controllare, a non farsi distruggere.

Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno come Terminator 3

Tom Cruise being Tom Cruise
Tom Cruise being Tom Cruise

La citazione di prima viene da Terminator 3, uno dei più bistrattati della saga ma l’unico, di fatto, in cui si assista al passaggio di autocoscienza di Skynet. Al giorno del giudizio. Ecco, l’Entità di Mission: Impossible è para para la Skynet dei film di Terminator. E Tom Cruise è un T-800: “Un modello antiquato“. Un pezzo da museo della vecchia era dello spionaggio che si sta vedendo sostituito da un algoritmo in grado di prevedere ogni cosa, di rimpiazzarlo come “perfetto agente sotto copertura da infiltrazione“. A cosa ti serve uno che sappia calarsi in una stanza dei server, come nel primo film, se ora puoi essere, quella stanza dei server.

Viene in mente un’altra reference, forse più azzeccata stavolta. Un racconto di Fredric Brown del 1954 dal titolo La risposta, in cui un team di scienziati assemblava un supercomputer in grado di rispondere a qualunque interrogativo gli fosse stato posto. Una volta ultimato, gli scienziati chiedono come prima domanda: “Dio esiste?“. E il computer dà una risposta da far accapponare la pelle: “Sì, ora esiste“. Con tutto quello cui stiamo assistendo in fatto di IA Generative, possiamo dire che quel ’54 oggi è realtà. Che l’Uomo, dopo aver ucciso Dio, ha invertito le coordinate: non è il Signore ad averci creato a sua immagine e somiglianza. Siamo noi ad aver creato lui. E noi facciamo schifo, quindi si può ben intuire il risultato.

Come in Top Gun: Maverick, Tom Cruise ci parla di un mondo – e di un cinema – in cui si sente sempre più un esodato. E quindi risponde a quella digitalizzazione con tutto ciò che di più anacronistico ci può essere: effetti speciali fisici, dialoghi démodé, un recupero di quell’actor-stunt hollywoodiano cui anche a John Wick – e nei paesaggi e nei giri turistici questo Mission: Impossible somiglia tanto alla saga di John Wick – si deve molto negli ultimi anni. Gli stunt di Ethan Stunt non sono un capriccio di Tom Cruise: sono il messaggio più combattivo del suo cinema, sono l’equivalente della penna a sfera con dispositivo laser dei vecchi film di James Bond.

Cast in stato di grazia, sceneggiatura che non ha tempo da perdere

La sequenza del treno in Mission: Impossible - Dead Reckoning - Parte Uno
La sequenza del treno in Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno

Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno è un film gustosamente action e teneramente action secondo un modo di fare cinema, lo ripetiamo ancora una volta, tanto giusto nel suo essere “sbagliato”. Più che sbagliato, sbrigativo. Scene di inseguimenti ad alti giri e di stunt ad alte altitudini vengono inframmezzati da dialoghi costruiti sempre uguali, in cui tutto è spiattellato come un grande spiegone. Ma con quella furbata anti-spiegone di mettere cinque o sei personaggi, in un’unica stanza, a rispondersi l’un l’altro e finire le frasi a vicenda. Dialoghi serratissimi prendono il posto del monologo spiegone. Fa tenerezza perché è evidente l’intento paraculo. Ma piace proprio perché, nel suo non essere scritto da manuale, Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno diventa ancor di più un action da manuale.

E poi il cast. Questo cast di tutti volti noti o quasi-noti, alcuni affacciati solo di recente. Che mette in secondo piano le vecchie glorie – Ving Rhames e Simon Pegg – e dà nuovo spazio a tutta una sfilza di personaggi, tutti perfetti, che lavorano benissimo l’uno con l’altro. La Vedova Bianca di Vanessa Kirby e la ladra di Hayley Atwell. La femme fatale di Rebecca Ferguson che non credo di aver mai amato tanto – io, che non l’amavo affatto – e un comprimario formidabile e mai abbastanza valorizzato come Shea Whigham, qui segugio fantastico che non ti molla mai. Infine quella incazzatissima e monosillabica Pom Klementieff che, tolto il trucco e le antenne con cui abbiamo imparato a conoscerla nei panni di Mantis dei Guardiani della Galassia, fa una porchissima figura al volante di un blindato dei corpi speciali italiani mentre asfalta furiosa mezza Roma.

Si può vivere di cinema e piangere di action

Proprio in quella scena mi è capitata una cosa che non credo mi sia mai successa in sala. Un’espressione: bocca spalacata, occhi sbarrati, brividi lungo la schiena, risate, risate, risate. E a un certo punto, lacrime. Non fatevi ingannare, tutto questo mi succede tutte le volte e lo scrivo tutte le volte. Ma era il sapore di quelle lacrime, che non saprei spiegare; oltre al fatto che sono arrivate del tutto improvvise, non le ho sentite arrivare.

Era un misto di divertimento, ma anche commozione per il grande action cui stavo assistendo e tristezza per tutti i grandi action cui non riesco più ad assistere (perché non ci sono), che non avevo mai esperito. È come quando inizi a baciare la persona che ami in ogni angolo della faccia, con smania, con foga, ripetendole: “Ti amo, ti amo, ti amo“. Ridendo insieme e piangendo insieme per tutto quell’amore e quella stupidera che però riempie il cuore.

Leggendo le prime recensioni di Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno mi aspettavo che, come esperienza di visione e come maestria d’operazione, potesse essere un Top Gun: Maverick bis. Non lo è stato, e va bene così. Alcune di quelle recensioni parlavano di Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno come del miglior capitolo della saga. E qui, per chiudere con un finale parafrasato per l’occasione, rispondo: “Io questo non lo so. So solo quello che mi ha insegnato Terminatom: mai rinunciare alla lotta. E mai rinuncerò“.

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