Una notte a New York: in taxi-terapia con Sean Penn: la recensione

Tutto costruito su due voci, quella magnetica di Dakota Johnson e quella confortante di Sean Penn, Una notte a New York è l'esordio alla regia di Christy Hall che ha l'ambizione di basare il film sul dialogo tra le due star. Basterà come asset per reggere l'intero lungometraggio?
Dakota Johnson e Sean Penn in un poster di Una notte a New York.

Disponibile su Prime Video dall’11 aprile, Una notte a New York (il titolo originale è Daddio, dunque l’ennesima vittima delle smarmellate traduzioni italiane) è un film che si poggia alle abilità recitative dei protagonisti, ma nel momento in cui gli si chiede uno sforzo, per restare sulle proprie gambe, inciampa in alcuni errori decisamente evitabili.

La seduta di psicoanalisi in taxi

Sean Penn in un frame di Una notte a New York.

Cerchiamo di spiegarci meglio partendo proprio dalla trama. Una ragazza non meglio identificata (Dakota Johnson), dopo un viaggio in Oklahoma sale su un taxi diretta verso casa. L’autista Clark (Sean Penn) si rivela essere un provocatore loquace ma anche un uomo dal grande acume, che tutto il giorno sta a “riflettere mentre guida, e chi riflette finisce a fare tante domande“.

Tra i due nasce un rapporto sincero, forse amicale, sicuramente confidenziale, che ha i tratti di una seduta di psicoanalisi in cui il tassista interroga la propria “paziente”, che racconta il proprio passato. Tra supposizioni che si rivelano verità e illazioni azzardate, il film si dirama attorno al loro dialogo serrato. Entrambi sono disposti a donare all’altro la vita che hanno sempre taciuto e proprio questo nesso diventa il retaggio della pellicola. Due sconosciuti possono sentirsi più vicini (e affini) di due migliori amici.

Sean Penn in una Notte di Fake Taxi a New York

Sean Penn in un frame di Una notte a New York.

Per quanto il traliccio, ossia l’idea di generare un film direttamente da una conversazione, sia una soluzione sì già vista ma comunque interessante, Una Notte a New York cade in cliché che non fanno onore ad alcuni passi del film. Ad esempio, un sessuale – a tratti esplicito – che distoglie molto l’attenzione dalle piccole dinamiche che si possono cogliere attraverso il racconto dei due protagonisti. Dakota Johnson è ormai bloccata nei suoi horny-ruoli che la vedono relegata ad attrice che si morde le labbra. Alcune scelte registiche (come il farle masticare sinuosamente una gomma, oppure il sexting con un uomo misterioso al telefono) non rendono giustizia a una attrice che ha molto di più da raccontare.

L’atmosfera iniziale si configura in questo modo: un signore che guida il taxi ed è subito preda del magnetismo di una avvenente donna, insicura e bellissima. Ecco, ho visto video iniziare così, negli angoli più remoti del blog. In un lungometraggio che gioca sui dettagli e sulle sfumature, un scelta felice sarebbe stata quella di eliminare questo tipo di riverbero soft porn, onestamente gratuito.

Il tassametro corre, Una notte a New York… meno

Dakota Johnson in un frame di Una notte a New York.

Immaginate la costruzione di un film esattamente come la costruzione di una casa – Virginia Woolf, ricalcando le parole di Henry James, faceva un discorso simile sui romanzi in Modern Fiction (1919) -, si parte dalle fondamenta per poi abbellire il tutto con finestre, porte, decorazioni varie. In film come Una notte a New York, girati dunque con una scenografia ridotta, bisogna trovare altri elementi per far sì che la casa regga. Allora se manca la scenografia, a chi si può chiedere aiuto? Alla sceneggiatura, alla fotografia…

Alcuni esperimenti di film gestiti con una singola scenografia si sono rivelati un successo. Siamo patriottici e citiamo Follemente e Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese, ma anche il recente Here di Zemeckis, impostato oltre che su una sola scenografia, addirittura su una sola inquadratura. Dunque quando una casa ha finestre da cui entrano spifferi è bene che ci sia un ottimo riscaldamento, per compensare. Purtroppo in Una Notte a New York alcuni errori in fase di sceneggiatura fanno arricciare il naso, sin da subito, quando si impostano i ruoli dei due personaggi, dunque la distanza che c’è tra loro.

Sean Penn è mostrato come un guru che della vita ha capito tutto perché prima ha sbagliato tutto, e tutte le sue parole corrispondono a una sentenza sull’esistenza. Tutto ciò che dice o è vero o si è verificato. Anticipa i racconti della ragazza prima ancora che lei possa parlargliene. E lei inerme constata la differenza (e forse il fascino) di quell’uomo temprato dalle difficoltà. Non sarebbe stato meglio aspettare che i due svelassero all’altro in maniera più naturale? Togliendo i canoni di una seduta di terapia e abbracciando quelli di un chiacchierata tra persone fuori da un bar. L’andamento lento del film, che avrebbe consentito a noi spettatori di avvicinarci di più ai personaggi, non andava corretto, anzi andava protetto.

Bergman andava a piedi

Dakota Johnson in un frame di Una notte a New York.

Ecco il grande limite del lungometraggio. Riprodurre un dialogo sull’esistenza dentro un taxi, col pretesto di fermare il tempo al di fuori, per vivere nel di dentro. La metafora è quella. Il taxi è una macchina, che si muove velocemente, ed è simbolo della fretta di questa società. E invece i due personaggi sono immobili, fermano il tempo per conoscersi, in opposizione alla stessa rapidità che macchine e società ci impongono.

Quindi rifare Bergman, elevare la forma a contenuto, ma con questo gioco il film finisce a essere un po’ Malcolm & Marie e un po’ inconcludente. Un attaccante poco lucido sottoporta. Bergman, ne siamo convinti, si muoveva a piedi, il mezzo dei lenti per eccellenza. Eppure una lettura, feroce, resta dopo il film: la verità si dice agli sconosciuti, perché parlare con loro resta sempre la cosa più facile. Basta questa finestra per salvare la casa?

Una notte a New York è una delle aggiunte al catalogo Prime Video di aprile, scopri quali sono le altre in questo articolo!

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