Two Prosecutors, recensione: Wes Anderson sotto purghe staliniste

Two Prosecutors è come un film di Wes Anderson cui hanno tolto la voglia di vivere, grigissimo e comico a modo tutto suo. O forse sono io, ad avere un umorismo rotto. Sta di fatto che questa “satira” sull’URSS di Stalin ricorda tanto il mondo di oggi: talmente tragico da sembrare comico.

Two Prosecutors, film ucraino in concorso a Cannes 78, è piaciuto un po’ a tutti. È piaciuto molto anche a me, mi ha divertito. Ma ogni volta in cui mi trovo a usare questa parola in presenza di altri colleghi, di risposta ottengo solo sguardi perplessi e turbati, come si guarda uno che disseziona gatti in giardino. Perché di fronte a questo spaccato ferocissimo e genocidario dell’URSS di Iosif Stalin, usato dal regista Sergei Loznitsa per parlare ovviamente della Russia di Vladimir Putin, non ci sarebbe proprio niente da ridere. Ma per me, in questa rappresentazione iperbolica, depressiva e grigissima dell’Unione Sovietica, l’involucro satirico è evidente. Se non nell’epilogo, quantomeno nella premessa, Two Prosecutors è la tipica farsa che finisce in tragedia.

Forse sono io, che ho sempre avuto un rapporto molto strambo con l’Unione Sovietica: mia nonna è nata nella Georgia sovietica; è stata liberata dai campi di concentramento dall’Armata Rossa; quando è morta mi ha lasciato in eredità un busto di Lenin e tanti altri ninnoli che tengo in gran lustro come per una sorta di nostalgia macabra e antiquaria. O forse siamo noi, disabituati a riconoscere la satira vera, quella feroce, talmente nera da non sembrare più satira – e infatti poi ci beviamo per satira geniale film come Eddington di Ari Aster, anche lui in concorso a Cannes 78 ma che di satirico non ha proprio nulla, né di geniale.

Mi riferisco invece a quel tipo di satira spiacevole, che deve metterti a disagio e molto poco far ridere. Quella che faccio io quando ironizzo sulla rifondazione dell’URSS pur sapendo bene i terribili crimini che ha commesso. Quella che credo Sergei Loznitsa abbia portato avanti in Two Prosecutors.

Chi è Sergei Loznitsa, ucraino atipico

Il regista Sergei Loznitsa

Magari è la prima volta che lo sentite nominare, ma Sergei Loznitsa è voce interessantissima nell’attuale battaglia culturale, di civiltà e ovviamente bellica fra Russia e Ucraina. Critico feroce della Russia di Putin, da anni ormai è stato adottato dal Festival di Cannes come suo pupillo per tutto ciò che riguarda l’attuale situazione in Ucraina: fin dai tempi di Majdan – documentario del 2014 sull’omonima piazza rivoluzionaria, dove tutto iniziò – e ancor prima, quando nel 2010 il suo debutto su un lungometraggio di finzione divenne il primo film ucraino mai candidato in concorso nella storia del festival. Dall’altro lato si definisce un “documentarista russo“, contesta il doppiaggio ucraino dei suoi film “dato che tutti capiscono benissimo il russo” ed è stato espulso dall’Accademia di Cinema Ucraino per essersi schierato contro il boicottaggio dell’industria culturale russa. Insomma, un personaggio atipico.

Nel 2018, il suo documentario Donbass passa prima per Cannes e viene poi candidato come Miglior Film Straniero agli Oscar. È il suo colpo più famoso ed è, come la definisce Paolo Mereghetti al tempo, “un’inedita commedia nera corale“. Ecco, io non sono Paolo Mereghetti e non voglio farvi una lezione di semantica applicata alla critica cinematografica, ma direi che anche Two Prosecutors è una commedia nera atipica. E se anche non lo fosse, è comunque riuscito nell’impresa impossibile di rendermi anti-sovietico per due ore buone. Il che è un miracolo, ed è già un motivo sufficiente per scriverne.

L’inconsapevole Compagno Stalin

Unione Sovietica, Anni ’30: l’apice del terrore delle Grandi Purghe. Le carceri sono piene di prigionieri politici, tutti leninisti e bolscevichi della prima ora e adesso rinchiusi, torturati e costretti a confessare crimini mai commessi. Ogni giorno da quelle sbarre provano a passare migliaia di lettere contenenti richieste di aiuto e amnistia al Compagno Stalin, affinché ponga fine a questa barbarie; ma nessuna giunge a destinazione, le guardie carcerarie si assicurano che vengano tutte bruciate. Finché un biglietto scritto col sangue non arriva sulla scrivania del Compagno Kornyev, procuratore distrettuale di zona: giovanissimo, determinato e fresco di nomina.

Il procuratore, che ha il compito di vegliare sulle garanzie processuali e l’incolumità dei prigionieri, si presenta alle porte del carcere chiedendo di parlare col prigioniero, ma viene respinto, intimidito, rimbalzato da una cella all’altra in un labirinto di scartoffie e ostacoli progettato appositamente perché non si arrivi mai a destinazione. Dopo un’ora di insistenze e girovagare, quello che si trova davanti è un ex quadro di partito ridotto a un cumulo di ossa e organi spappolati. E quello che ottiene dalla sua ultima confessione, è un ritratto inquietante e allarmante dell’attuale situazione carceraria, una macchina di tortura e sostituzione fisica pensata per rimpiazzare la vecchia dirigenza di partito con un nuovo, non meglio identificato governo ombra.

Il procuratore e il prigioniero non hanno dubbi, dal momento che le vittime sono tutti onorabili membri di partito e ufficiali dell’Armata Rossa: è in atto un tentativo di contro-rivoluzione. Magari sono i fascisti dell’Armata Bianca, infiltrati con l’obiettivo di seminare terrore sotto l’egida della bandiera rossa, infangare l’immagine della Rivoluzione d’Ottobre e quindi minare la leadership del Compagno Stalin, ovviamente all’oscuro di tutto. Chissà. Sta di fatto che bisogna avvertirlo di quello che sta succedendo, bisogna salvare Tovarišč Stalin! Così il procuratore si mette in viaggio, ma fra lui e Mosca potrebbe incontrare un labirinto burocratico dieci volte più inaggirabile. O peggio ancora, potrebbe arrivare a destinazione, e scoprire una terribile verità.

Beckett, Asterix e L’invasione degli ultracorpi

Aleksandr Kuznetsov in una scena del film Two Prosecutors

Two Prosecutors inizia come un film di Wes Anderson cui hanno tolto la voglia di vivere. Parlo proprio della composizione delle inquadrature (tutte rigorosamente in inquadratura fissa, non un movimento di macchina in tutto il film), di una certa comicità nella simmetria e innaturalezza delle movenze. Potrete capire solo vedendo. Ma laddove Wes Anderson ci presenta personaggi sempre più robotici senza alcun motivo apparente – quasi dei cartonati di personaggio – questi invece lo sono davvero: ridotti dalla fame a dei cartonati bidimensionali, trasformati in robot dalla macchina dell’uguaglianza totalitaria.

Inizia come un film di Wes Anderson anche vagamente comico, se hai quel tipo di ironia di chi disseziona i gatti in giardino. Ma poi si trasforma in qualcosa di orribile, e nel farlo segue una struttura molto semplice, che si ripete due volte, una per ogni ora di minutaggio. Il procuratore fa una scoperta, quindi si imbarca in un viaggio labirintico e interminabile per arrivare infine, esattamente a metà del film, alla lunga scena di confronto con il prigioniero. Una scena potente anche grazie alle notevoli interpretazioni di Aleksandr Kuznetsov e Aleksandr Filippenko, valorizzate da una regia che parte di campi larghi e va a stringersi sempre di più, allo scorrere dei minuti, sui dettagli e sui volti particolarissimi di questi due fantastici caratteristi. E una scena in cui, concordo con chi mi guarda perplesso, non c’è più niente da ridere.

E da qui il film ricomincia: un nuovo labirinto e un nuovo Godot da incontrare. Nel mezzo, questo spaccato iper-depressivo e burocratizzato della Russia sovietica, in cui chi non ha i coglioni gonfi dai calci delle guardie ce l’ha dalla noia del grigio viver quotidiano; chi non muore ammazzato di botte, muore ammazzato di pizzichi. Insomma, immaginatevi Two Prosecutors come un incrocio fra il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett, la distopia sostitutiva de L’invasione degli ultracorpi e quella scena incredibile della Casa che Rende Folli e il Lasciapassare A-38 nel film Le 12 fatiche di Asterix (1976), progettati per far impazzire la coppia di galli inventati da Uderzo & Goscinny.

In conclusione, quella di Loznitsa è un’operazione sottile e riattualizzabile alla Russia contemporanea e, per estensione, anche al resto del mondo, che condanna i regimi altrui e nel frattempo non si accorge di star diventando un unico, ben mascherato totalitarismo. Un futuro fatto di Stati di vigilanza, polizie predittive e colpevolezze fino a prova contraria: questo c’è alla fine del viaggio di Kornyev, che è poi il nostro. E a invocare quel futuro non sarà il dittatore mega-galattico di memoria fantozziana, che forse neanche esiste, ma due simpatici e sorridenti ingegneri civili (e civilissimi). Le prime “brave persone” che incontriamo in due ore di Two Prosecutors, appena in tempo per la fine di questo film che inizia a non sembrare più soltanto un film.

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