Abbiamo seguito il Giffoni 2023, e arrivati all’ultimo film in concorso, Theo: A Conversation With Honesty, pensiamo alle visioni dei giorni precedenti, mentre il presentatore raccomanda alla giuria di votare senza star troppo a pensare a sovrastrutture, anni di esperienza dei registi in concorso, numero di film prodotti “Quale vi ha portato a non dormirci? A riflettere su cosa vi ha lasciato?” Theo: A Conversation With Honesty è un film svizzero. Appena inizia ci sorprendiamo dei colori, della regia, ci sono delle inquadrature che ricordano lo stile – non ne vogliate – di Wes Anderson.
Ci accorgiamo piano piano che Theo: A Conversation With Honesty è uno dei film più strani che – vorremmo dire “vedrete” – verrà distribuito in Italia, ma in pochi circuiti, come anche Big Sleep, film in concorso passato al Festival. È allora il film più strano che (non) vedrete, e forse anche per questo ci è sembrato necessario parlarne. Due ragazzi, Theo e Simi, discutono ad un tavolo.
Capiamo pian piano che non sono gemelli: Theo è la coscienza di Simi, la sua parte onesta. Theo è infatti un ragazzo estremamente introverso. Il film non prende la piega del confessionale o della rottura della quarta parete. Theo dice a Simi che se fosse stato onesto, non sarebbe successo nulla. Simi deve aiutare Theo. È talmente introverso da mettersi da solo nelle situazioni più assurde.
Theo: A Conversation With Honesty, quella scena
Se una ragazza gli dice di essere vegana lui gli dice di essere vegetariano. Se una ragazza gli dice di lavorare nella pubblicità – la coscienza gli urla: “non ti azzardare” – lui il giorno dopo si sveglia alle 5, si maledice, e parte per un inesistente lavoro nel campo pubblicitario. E fin qui siamo alla parte carina. Poi gli amici, su cui fa estremo affidamento perché i genitori sono assenti – non li vediamo infatti molto su schermo – gli dicono che deve sbloccarsi.
Gli dicono che deve quindi avere il suo primo rapporto, gli dicono come comportarsi, esagerano, e lui non ci ride su, ma li segue, in ogni passo. La ragazza che ha scelto la sera prima ha ancora mal di testa per aver bevuto troppo, però lo accoglie in casa ed è, per quanto possibile, consenziente. Il punto della storia non è questo, come può sembrare all’inizio. Ha inizio una scena girata volutamente per imbarazzare, prima, poi per lasciare il pubblico stranito, infine, triste. Sembra non avere mai fine. Durante il rapporto lei era inesistente, e lui, nonostante la situazione, non ha capito proprio nulla.
Passano i giorni, le amiche convincono Tamara, la ragazza, che quello è stato a tutti gli effetti uno stupro, e che se non denuncia la situazione “It will haunt you” – “ti perseguiterà”. Sono parole che sentiremo quasi sulla pelle. Come nel processo contro Simi sui social e in tribunale, nella paura, nel disagio di Tamara nell’affrontare il tema davanti ad una corte che le chiede senza tatto: “Ha mai detto a lui che non era d’accordo – ma esplicitamente?”. Nell’immaginario collettivo la violenza di questo tipo è carnale e molto violenta, ma la questione è più subdola di così – ci dice anche il regista a fine film.
“Dovete parlare”

La forza del film, tuttavia, si mostra proprio in quella scena di disagio estremo, perché anche se non vorremmo vederla, ci mette davanti ad una domanda che difficilmente ci si pone. Perché sembrerebbe voler negare la natura della violenza – e lo era. Era uno stupro? Tutto il film verte su tale domanda, sul dargli un nome. La coscienza di Simi, quella onesta – gli dice di si – però, notiamo, gli dice anche che – se fosse stato onesto, non sarebbe successo nulla – questo, si vede difficilmente al cinema, perchè è scomodo. E arriva anche da noi la domanda, scomoda.
Le cose potevano forse andare forse bene, l’orrore nasce da altro, capiamo avanti. “È uno stupro?” Non vorremmo rispondere. “Per te…”. Parla la parte onesta, come per Simi, o quella razionale? “No, non lo era”. Nessuno vuole dirlo ad alta voce, vogliamo quasi ritrarre la risposta, il regista stesso lo dice ma in altra chiave, e i due protagonisti stessi, mesi, terapie e processi dopo, lo affermano ad alta voce, ma con i loro sé onesti.
Anche Tamara ne ha una. Lui doveva solo chiedere esplicitamente cosa la facesse sentire a suo agio, afferma, lei doveva dirgli che cosa – non – volesse: è la mancanza di comunicazione il problema che si vuole evidenziare, uno di cui difficilmente il cinema – e noi, perché il cinema ci riflette – parla.
“Non sei onesto, sei solo provocativo”

Diventa impossibile anche solo pronunciare una parola in un momento del genere. Però si vuole aprire al tema della comunicazione all’interno di un rapporto. Il film passa da momenti stranianti a riflessioni che difficilmente si vedono su schermo. Simi finalmente ha un’amica, Leona, le racconta l’accaduto, lui inizia a guarire, piano. Lei però gli dice comunque che è stato uno stupro.
La frase del titolo viene detta a Simi costantemente da Leona. “Forse è per questo che nessuno è onesto in questi giorni”. La sua interprete, Fayrouz Gabriel, però è più onesta del personaggio che veste in Theo: A Conversation With Honesty. Parla poco, ma poi prende in mano il microfono con forza e dice “it’s time to be honest, talk, just taaalk with your mouth!” – “dovete essere onesti, parlate, parlaaate, con la vostra bocca!” Anche di temi del genere, soprattutto di temi del genere, dice l’assistente alla regia: “l’altro deve sapere cosa volete”. Il dare un nome alla violenza non è il punto di questa storia.









