Spaceman, recensione: Netflix e Sandler sognano Solaris e 2001

Altro gradito ruolo drammatico per Adam Sandler, Spaceman è il tipico racconto d’introspezione nello spazio profondo che mescola Solaris, Arrival, Interstellar e 2001. Tra retrofuturismo e ucronia retrosovietica, arriva su Netflix già dal 1 marzo. Vi farà amare un ragno.
Adam Sandler in una scena del film Spaceman

Contro ogni probabilità – così sembra un pregiudizio, ma purtroppo sono in molti ormai a registrare queste casistiche come eccezioni – Netflix ha presentato un buon prodotto a questa Berlinale 74, ormai chiusa. Sarà un certo modo di fare sci-fi vecchio stile. Sarà Adam Sandler che, finalmente lanciato nel drammatico, risulta sempre più gradito in questi ruoli. Spaceman è un film che convince, quantomeno chi ora ne scrive.

Il pensiero va a racconti come Solaris, Interstellar, Arrival e 2001: Odissea nello spazio. Ma solo come localizzazione, non certo come paragone, che sarebbe impietoso. Esce fra pochissimi giorni, il 1 marzo. Aracnofobici astenersi, o forse no: chi scrive un po’ lo è, ma il buon Hanus con le sue otto zampe e la voce ancor più buona di Paul Dano, è proprio una delle parti migliori del film.

Spaceman fra Arrival, Interstellar, Solaris e 2001

Spaceman è il tipico racconto in solitaria nello spazio profondo, messo in moto da uno strano fenomeno, che diventa poi racconto di introspezione del cosmonauta, ancor più profonda e spesso messa in moto dall’assenza, dalla distanza, dalla solitudine e alle volte un sopraggiungere di allucinazioni e follia. L’arco di Jakub Procházka qui protagonista (Adam Sandler) potrebbe somigliare a quello di David Bowman in 2001, a quello di Kris Kelvin in Solaris, di Joseph Cooper in Interstellar e Louise Banks in Arrival. È un po’ la somma di tutti questi. E la nebulosa comparsa ai limiti del sistema solare, più in là dei giganti gassosi, potrebbe essere la Porta delle Stelle di Kubrick, l’oceano intelligente di Tarkovskij, il Tesseratto di Nolan.

Jakub è in viaggio da quasi un anno, completamente solo, un altro anno per tornare dopo aver raccolto abbastanza molecole da permettere agli scienziati di studiarne la misteriosa natura. È in contatto a distanza con la moglie Lenka (Carey Mulligan), incinta e costretta in un matrimonio in pezzi già prima che Jakub partisse. Così, quando sul tavolo della Commissaria Tuma (Isabella Rossellini), si presenta il “Lenka-Problem”, e cioè il messaggio con cui Lenka lascia Jakub a distanza di anni luce, il centro di comando e controllo si attiva per evitare che il cosmonauta lo riceva. E, magari, si ammazzi.

Mentre questo avviene sulla Terra, Jakub fa’ la conoscenza sulla sua nave di un clandestino, un cosmonauta di un altra razza, superiore a quella terrestre e dotata di un incredibile intelligenza emotiva, che lui soprannominerà Hanus. Ragno dalle grosse dimensioni, di quelli che ti fanno inizialmente ribrezzo come nel finale di Enemy, aprirà a Jakub un mondo di ricordi, introspezione ed elaborazione dei suoi errori nel proprio matrimonio. Diventerà un amico, qualcuno da abbracciare, anche per lo spettatore più arancofobico – chi scrive – e anche se il confine fra allucinazione e realtà è sempre molto in dubbio. Cosa troveranno, i due, nella nebulosa? Il proprio passato? Il proprio futuro? O un luogo quadridimensionale in cui questi concetti si fonderanno, permettendo di cominciare tutto da capo e riparare agli errori?

Dal retrofuturismo all’ucronia retrosovietica

Adam Sandler e Hanus (Paul Dano) in una scena del film Spaceman

Non abbiamo citato quei quattro capisaldi della fantascienza a caso. Nel contatto pacifico con la specie superiore, nel modo attraverso cui questa genera allucinazioni o ricordi nella mente del cosmonauta, nel viaggio fra passato e futuro e in molto altro si ritrovano, ricombinate, molte fasi degli intrecci di Solaris, Arrival, Interstellar, poi ancora Arrival, 2001 e Solaris. Detta così sembra un po’ un mischione, ma è delicato ed evidentemente cosciente della sua dimensione derivativa.

Piacciono anche come sempre, quantomeno a chi scrive, questi mondi un po’ retrofuturistici, in cui il cosmonauta arriva più lontano di chiunque nella Storia, ma si collega con monitor dell’anteguerra e per avere accesso a qualunque rifornimento deve recitare con fare di venditore incallito (ma depressissimo) gli slogan degli sponsor che stanno finanziando l’impresa: detersivi, barrette energetiche, dispositivi per sciacquoni. A segnalarci anche, molto alla lontana, un mondo morente, in cui il viaggio nello spazio e la NASA sono solo un lontano ricordo, smantellati, sostituiti da Repubblica Ceca e Corea del Sud in un’ucronia geopolitica dal sapore retro-Sovietico, anche se solo accennata e non ripercorsa.

Infine, oltre a un Adam Sandler mai così emaciato, la tenerezza infinita e la calma zen della voce di Paul Dano (di cui trovate qui la TOP 10 interpretazioni). L’istinto di spiaccicarlo si sostituirà, dopo una commovente inquadratura sul finale, con il desiderio di avercelo anche voi, un ragno domestico dimensione Golden Retriever. Lo vorrete anche voi, uno psicologo intergalattico che vi accolga a ogni seduta con l’epiteto: “Skinny human“.

Insomma, rispetto all’altro prodotto presentato qui a Berlino da Netflix, Spaceman è sicuramente quello vincente. E questa era l’ultima delle recensioni dal Festival di Berlino. Potete recuperare tutte le altre, come sempre, su CiakClub.it.

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