Supersex: la recensione della serie Netflix su Rocco Siffredi

Supersex, la serie Netflix con Alessandro Borghi nei panni di Rocco Siffredi, partiva da discrete premesse. Parte effettivamente da una buona scena e dall’unico discorso possibile, quello critico, sul porno. Ma nei primi 3 episodi su 7 visti alla Berlinale, lo perde di vista.
Alessandro Borghi è Rocco Siffredi in una scena della serie Supersex

Alla Berlinale 74 abbiamo visto i primi tre episodi (su sette totali) di Supersex, la nuova serie Netflix creata e scritta da Francesca Manieri – con nomi del calibro di Matteo Rovere di Gronelandia e Lorenzo Mieli di The Apartment alla produzione – che racconta il più grande divo del porno, forse l’unico (sicuramente il primo) ad aver costruito intorno a sé un’iconicità nell’immaginario popolare e nel folklore, tale da sdoganare l’idea che anche nel porno, ci potessero essere i Divi: Rocco Siffredi.

Alessandro Borghi fa un discreto lavoro d’imitazione per raccontare la vita del pornoattore fin dall’infanzia (con controparti più giovani), passando per l’ascesa negli Anni ’80 e ’90, arrivando al 2004, anno di volta in cui il rapporto fra Rocco e il porno inizia a scricchiolare, l’occhio è vitreo e la sensazione di schifo addosso palpabile. Sarà per lui l’anno dell’annuncio del suo ritiro dal porno, ritiro su cui di fatto, da allora, ha fatto marce indietro e in avanti a fasi alternate fino ai giorni nostri.

Con qualche buono spunto iniziale – e la speranza che su quelli si focalizzino i quattro episodi che non abbiamo visto – e nonostante i grandi nomi che vi hanno partecipato, la serie ha un sacco di problemi.

Supersex parte bene

Supersex parte bene, a dieci minuti da quel famoso primo annuncio nel 2004, nel corso di uno di quegli strani eventi, red carpet e premiazioni di cui il cinema porno ha sempre avuto le sue fiere edizioni tanto quanto il cinema tout court. Si sente il 2004 nelle ambientazioni, si sente una certa patinatura spiccia, un red carpet che non vorrebbe essere posticcio ma non riesce a non esserlo davvero, come uno di quei set porno che pensiamo essere ville in cemento e molto spesso invece sono stati semplici cartonati in uno studio allestito. Sembra, insomma, un altro prodotto Netflix fatto con tanti soldi e poca convinzione, ma per fortuna quest’aura di sottomarca, al mondo che la serie si appresta a raccontare, calza bene, è coerente.

Poche scene dopo l’annuncio del ritiro, una hostess dell’evento con l’aria fra il piagnucolante e l’implorante, chiede a Rocco di “scoparla” perché lei è venuta solo lì per lui, per “fare i porno insieme“. Lui la guarda in cagnesco, come se volesse impartirle una lezione brutale come sempre sono state brutali le sue scene nel porno, la gira, e la sbatte contro un vetro mentre un assembramento di spettatori si è radunato dall’altra parte per fare il tifo allo spettacolino in live. Lui guarda lei, loro e di fatto se stesso con odio e schifo e le sussurra con violenza: “Per loro sei solo un pezzo di carne“. Intendendo di fatto anche se stesso.

Ecco, seppur in modo brutale, Supersex con quella scena sta dicendo una cosa interessante, forse l’unica che aveva senso dire in una serie sul porno e su Rocco Siffredi. Non fosse che ci vorranno tre interi episodi (e forse anche di più), per tornare a quel discorso. Perché da qui Supersex torna indietro, all’infanzia di Rocco in quel di Ortona a pestare gli zingari, all’adolescenza a Parigi con il fratello Tommaso (Adriano Giannini) un po’ pappone di Pigalle, il quartiere di bordelli e luci rosse, un po’ rapinatore marsigliese alla Mesrine. E il povero Rocco, coi suoi dolori da giovane superdotato, poverino, se lo mena con tristezza perché vorrebbe perdere la verginità ma l’attrezzo è troppo grosso e non entra. Fra gangster movie poco credibile e digressioni prolungate – e ci si chiede anche, soprattutto la parte su Ortona, quanto fedeli alle realtà – Supersex perde il filo e diventa, peggio ancora, fondamentalmente noiosa.

Ma continua male

Alessandro Borghi è Rocco Siffredi in una scena della serie Supersex

I problemi di Supersex, o quantomeno dei primi tre episodi di Supersex, sono tanti. Primo fra tutti, nonostante alla sceneggiatura ci sia una donna (cosa che faceva ben sperare e tirare un sospiro di sollievo, non come quella criminalata di The Idol), un certo sguardo maschile di troppo. Inquadrature generose dei nudi delle donne, dei seni delle donne e di quanto amino essere sbattute, ma di Rocco poco o niente, nonostante la serie sia su di lui e nonostante fosse davvero difficile non inquadrare neanche un centimetro di quel proverbiale arnese che negli occhi delle attrici sembrerebbe occupare una stanza intera. Ci vuole proprio impegno insomma e il risultato è un po’ quello stesso problema di sguardo maschile che ritroviamo nel porno.

Il secondo problema è proprio questa mancanza di legami e continuità fra le varie fasi della vita di Rocco, anche nel passaggio di testimone fra i vari attori che lo interpretano: come il rapporto con la madre si leghi al rapporto con le donne, mentre come si leghi quello col fratello è fin troppo chiaro e (vista la difficoltà di capire cosa sia accurato storicamente e cosa no) anche un po’ pretestuoso. Della serie: se sei fratello di un pappone bestia, diventerai un pappone bestia. Rischioso.

Infine il problema più grande di tutti, e cioè l’assenza di un giudizio, di una presa di posizione critica su quel mondo che, secondo il nostro parere, si dovrebbe avvertire fin da subito in un prodotto del genere. Supersex è un po’ come quei film di guerra un po’ troppo militaristi che invece di farti sorgere il pacifismo ti fanno venir voglia di arruolarti. Questo se sei uomo. Se sei donna, rischi invece di condividere quella terribile frase che, in una famosa intervista, Siffredi commentò con un imbarazzato Fabio Fazio: “Al 90% delle donne piace essere picchiate“. Per fortuna, oggi, sul porno e sulla consapevolezza femminile si sono fatti un po’ di passi avanti, quindi questo rischio è ben presto schivato. Ma Supersex non sembra essere il contributo positivo che in questo momento storico si sarebbe potuto auspicare.

Speriamo nei prossimi episodi

Alessandro Borghi è Rocco Siffredi in una scena della serie Supersex

Certo, era difficile costruire una narrazione femminista in un biopic su Rocco Siffredi. Non si sta pretendendo questo. Però lo sguardo è importante, e qui sembra mancare quello giusto, almeno nei primi tre episodi. Vogliamo concederle il beneficio del dubbio, anche perché chi ha avuto la possibilità di vedere la serie per intero anticipa invece che gran parte dei successivi episodi si focalizza invece sul riprendere il filo di quella scena iniziale, di quel discorso critico, dell’utilizzo dei corpi come pezzi di carne, molto più spesso quelli femminili che quelli maschili.

Noi ci speriamo. A parte quell’unica grande premessa che molto spesso non ha davvero senso di esistere – e cioè: “Avevamo davvero bisogno di una serie su X? Avevamo davvero bisogno di un biopic su Rocco Siffredi?“, domande così sono sempre un po’ fini a se stesse – Supersex sembrava partire da buone, di premesse. Semplicemente, se chiedete a noi, nei primi tre episodi non si sono (ancora) praticamente viste. E se mentre guardiamo un porno possiamo anche fregarcene dell’intero sviluppo di trama perché tanto sappiamo come va a finire, in una serie è un attimino più importante poterla seguire per intero.

Ecco invece la miglior serie (e il miglior prodotto) che abbiamo visto qui alla Berlinale 74. Continuate a leggerci per tutte le altre recensioni.

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