Cos’è il potere? Per alcuni sono i soldi, per altri è la possibilità di imporre le proprie scelte, per altri ancora è avere il controllo più totale. A voler dare una definizione più generica possibile si potrebbe dire che il potere è trovarsi in una situazione di vantaggio rispetto al prossimo. Ecco, Send Help aggiunge un’ulteriore chiave di lettura a completamento del concetto: avere potere significa assicurarsi che il prossimo rimanga in una situazione di svantaggio.
Questo è l’ultimo film di Sam Raimi, che ritorna nell’horror dopo 17 anni. Solo che qui abbandona il soprannaturale per andare a scavare nell’horror più psicologico, dentro una situazione di sopravvivenza essenziale e brutale. Al centro ci sono due figure che rappresentano un conflitto immediatamente riconoscibile: un capo e la sua dipendente, legati da una gerarchia che, fuori dal lavoro, non dovrebbe più contare, ma non sparisce mai davvero.
A causa di un incidente aereo finiscono entrambi su un’isola deserta e, più che trovare un modo per sopravvivere, si ritrovano in una battaglia per decidere chi dovrà comandare. In questo duello per la sopraffazione entrano in gioco dinamiche come capitalismo, rapporti tossici sul posto di lavoro e conflitti di genere, che si intrecciano fino a diventare un’unica lotta per la posizione dominante. Il tutto è condito dalla vena horror e, allo stesso tempo, comica di un regista che ha segnato il genere: da qui parte la nostra recensione.
Adesso chi comanda?
Immaginate di vivere una situazione tossica al lavoro, in cui il vostro capo vi disprezza e non riconosce i vostri sforzi. Ora immaginate di doverlo accompagnare in un viaggio d’affari e di passare con lui e i suoi tirapiedi ogni singolo momento. Ecco, adesso immaginate che durante il viaggio l’aereo abbia un incidente e vi ritroviate su un’isola deserta da soli con il vostro capo. Questa è la premessa su cui si basa Send Help, e tutto ciò che viene dopo non fa che spingere questa situazione al limite, trasformando un incubo lavorativo in una lotta per la sopravvivenza e il potere.
Linda (Rachel McAdams) e il suo capo Bradley (Dylan O’Brien) si ritrovano così in una realtà completamente ribaltata. Lontani dall’ufficio, dalle gerarchie e dai privilegi, è il capo a dover obbedire a chi, fino a poco prima, ignorava e umiliava (una dinamica molto simile a Triangle of Sadness, di cui trovate qui la nostra recensione). Linda si rivela esperta di sopravvivenza, pratica, lucida e capace di tenerlo in vita. Lui, invece, è il classico figlio di papà viziato che non ha idea di cosa fare ed è costretto a sottostare agli ordini. Qui la disobbedienza non porta però a un richiamo o a un licenziamento, ma a una conseguenza molto più definitiva: la morte. Il potere, improvvisamente, cambia mani.
Ma Linda non è solo l’impiegata sfruttata che si prende una rivincita. Incarna una donna che non corrisponde ai desideri di un capo maschilista, per il quale il valore femminile passa solo dall’aspetto. Il film parla di emancipazione, di un sistema capitalista che consuma e sfrutta, ma soprattutto di una lotta feroce per ottenere il potere e conservarlo. Un potere instabile, che nessuno dei due è disposto a cedere e che, una volta conquistato, diventa difficile da difendere.
Retrò Raimi: Send Help è un tuffo nel passato

Non ci riferiamo soltanto al ritorno di Sam Raimi al genere horror dopo Drag Me to Hell (17 anni fa), ma a una serie di scelte che fanno sembrare il film costruito con una mentalità old school. Prima di tutto c’è la componente visiva: CGI ed effetti splatter spesso volutamente evidenti (riprenderemo questo argomento più in fondo), con un trucco che non punta al realismo perfetto ma all’impatto. È quel tipo di artificio che si vede, quasi si “sente”, e proprio per questo rimanda a un cinema di genere che non aveva paura di mostrarsi finto, purché fosse efficace.
Questo senso di ritorno passa anche dalla regia, che è fisica e aggressiva. Raimi insiste su primi piani esagerati, angolazioni spinte e movimenti che inseguono i corpi e i volti dei protagonisti. È qui che emerge l’horror comedy con inquadrature che spingono a inquietare, ma allo stesso tempo a far ridere. Il risultato è un tono che oscilla continuamente tra tensione e grottesco, con quella “cattiveria giocosa” tipica di Raimi, dove la paura convive con il gusto per l’eccesso.
E il ritorno al passato non si esaurisce solo in regia, perché per realizzare il film Raimi si affida anche a due collaboratori storici: Bob Murawski al montaggio e Danny Elfman alla colonna sonora. Il “tocco retrò” di Murawski sta nel modo in cui rende il montaggio pieno di tagli secchi, ritmo quasi da slapstick e soprattutto tempi comici chirurgici dentro momenti horror. Elfman, invece, lavora per contrasti netti: stacchi sonori che rendono l’orrore più teatrale e l’ironia più tagliente, con un’impronta orchestrale riconoscibile che sa essere insieme minacciosa e teatrale. Insieme, riportano Raimi a un’idea di cinema in cui ogni scelta è caricata e si sente, e proprio per questo ci riporta indietro nel tempo.
L’immancabile gusto dell’orrido

Ci vuole talento per prendere qualcosa di brutto e farlo diventare affascinante. Ma prendere qualcosa di brutto, spingerlo all’estremo e trasformarlo in una firma personale è un’arte. Sam Raimi, su questo, non si smentisce quasi mai. In Send Help si appropria di CGI, trucco e, soprattutto, di una quantità esagerata di fluidi corporei, trasformandoli in un linguaggio visivo riconoscibile. Quello che nella trilogia de La Casa (che ha comunque segnato un genere) nasceva dalla necessità e dai budget limitati, oggi diventa una scelta estetica consapevole: non un difetto, ma un marchio.
Secondo quanto riportato da Empire, Raimi avrebbe voluto occuparsi personalmente degli effetti più “viscerali”, lanciando sugli attori liquidi di ogni tipo. Rachel McAdams racconta che “non lascia a nessun altro quel ruolo” e che insisteva sempre per “più sangue”. È un dettaglio quasi comico, ma rivela molto del suo modo di fare cinema: Raimi non si limita a dirigere l’orrore, ma lo costruisce con un metodo quasi artigianale. Tanto che in Send Help il disgusto sembra quasi una scelta precisa, calibrata e quasi coreografata.
Raimi è uno dei pochi registi capaci di usare la bruttezza come magnete. Attraverso il sangue, il dolore e l’eccesso, cattura lo sguardo dello spettatore e lo trascina in una zona ambigua, dove il ribrezzo convive con il divertimento. È un horror che ti fa storcere il naso e sorridere nello stesso momento, come se il film ti dicesse: “Ti fa schifo? Bene, vuol dire che funziona”. In fondo, con Raimi, il vero terrore è accorgersi che ti stai divertendo.
Se volete ridere e disgustarvi allo stesso tempo potete star certi che Send Help è il film che fa per voi. Lo trovate al cinema da oggi insieme ad altri film importanti candidati al Premio Oscar di quest’anno.









