Schirkoa: In Lies We Trust, recensione: distopia portami via

Magari a voi non dirà nulla, ma Schirkoa: In Lies We Trust, passato al TSFF, è un’opera prima stupefacente. Non solo per lo stile animato avanguardistico, ma perché crea una sintesi fra utopia e distopia come mai sperimentato nel genere cyberpunk. Ne sentirete parlare.
Una scena del film Schirkoa: In Lies We Trust

Passato al Trieste Science + Fiction Festival, Schirkoa: In Lies We Trust è un film abbastanza stupefacente per essere un’opera prima, nata da un corto che si era qualificato agli Oscar 2017, dallo stesso regista e con lo stesso soggetto di partenza. È infatti il debutto sul lungometraggio per l’indiano Ishan Shukla, che porta con sé un certo immaginario lisergico-induista per rimescolarlo al cyberpunk asiatico e al distopico orwelliano. Tutto questo in un film d’animazione con uno stile all’avanguardia, che ricorda i migliori episodi di Love, Death & Robots.

Sullo sfondo di Schirkoa, skyline metropolitano che nelle insegne al neon ricorda Hong Kong ma nella Babele di linguaggi rappresenta il superamento stesso del concetto di multietnico, si sviluppa un ragionamento sui limiti della contrapposizione fra distopia e utopia. Un viaggio alla ricerca di risposte sul senso della vita che, in fondo al tunnel, potrebbe incontrare Dio.

Ma che volto avrà questo Dio? Quale sarà il Vero Dio e quale un’imitazione pagana e apocrifa? Riconosceremmo Dio se lo incontrassimo per strada? Domanda nient’affatto scontata in un mondo in cui tutti indossano un sacchetto di cartone in testa e nessuno riconoscerebbe neanche il proprio, di volto, perché non l’ha mai visto fin dal momento in cui è stato messo al mondo.

La “Democrazia” in Schirkoa

Distopia di stampo fortemente orwelliano, Schirkoa è un unico agglomerato urbano non molto dissimile dalle nostre metropoli, se non fosse per un dettaglio: nessuno ha nome, tutti indossano un sacchetto di cartone sulle facce (ma proprio tutti: politici, attori, conduttori televisivi) e su ciascuno di essi è riportato un numero, una designazione. Anche gli album di famiglia sono una sfilza di sacchetti, nessuno conosce il proprio volto, così da generazioni.

Schirkoa ha voluto così per creare una società perfettamente orizzontale, in cui tutti sono uguali agli altri. È un po’ quello che diceva Alexis de Tocqueville sui due piatti della bilancia che regolerebbero gli Stati Uniti fin dalla loro fondazione: libertà e uguaglianza. Ma se dovessero scegliere fra l’una e l’altra, dice Tocqueville ne La Democrazia in America, sceglierebbero la seconda, perché un americano non accetterebbe mai di essere libero ma secondo a qualcuno; preferirebbe che tutti fossero schiavi, che tutti fossero secondi.

L’eterna lotta fra utopia e distopia

Una scena del film Schirkoa: In Lies We Trust

E infatti Schirkoa non è affatto una società egualitaria, riproduce le nostre stesse differenze economiche e sociali. In cima ci sono gli Intellettuali, il partito unico di governo che venera un certo Lord ‘O – il profeta delle origini che avrebbe offerto la soluzione dei sacchetti – e che, come nei migliori autoritarismi (Meloni, sei tu?) si prepara a una guerra di civiltà contro un nemico immaginario, individuato nel fronte interno e nel fronte esterno. All’interno le “Anomalie”, persone apparentemente normali che però nascondono inspiegabili mutazioni; all’esterno Konthaqa, una città mitica che offre rifugio alle aberrazioni e rappresenta l’esatto contraltare di Schirkoa. Nei colori, nello stile di vita, nelle divinità adorate. Tutti sono liberi a Konthaqa, forse troppo, e nessuno è uguale all’altro.

È fra Schirkoa e Konthaqa, da una meta all’altra di questo mondo binario dalle coordinate estremamente dettagliate, che si sviluppa il viaggio andata-e-ritorno di uno di quegli omini senza volto, che passa le notti innamorandosi sempre più di una lavorante del quartiere a luci rosse, i giorni a prepararsi per il suo ingresso nella cerchia degli Intellettuali: a sorte, come cittadino qualunque, proprio come nella democrazia ateniese. Ma la decisione dell’amata di partire per Konthaqa e l’incontro con un’Anomalia manderanno in pezzi la sua vita, scatenando una rivoluzione di cui diverrà, egli stesso, inavvertito Messia.

Dal letame nascono i fior

Una scena del film Schirkoa: In Lies We Trust

È forse in questa fase di passaggio che il film perde momentaneamente le sue coordinate, abbandonandosi alla più totale lisergia visiva e tematica. Ma poi si riprende, eccome se si riprende. Perché nel viaggio, questo film è il riuscitissimo aggiornamento visivo di tutto il filone del cyberpunk, con le sue città multicolori e interreligiose che trasformano in avanguardia artistica la monnezza del mondo di sopra. Ma è nella destinazione che rivela il suo messaggio più profondo, la più inaspettata deviazione dal genere letterario di riferimento: una sintesi fertile fra utopia e distopia, che mostri come l’una sia complementare all’altra, come nessuna delle due possa perdurare da sola e a lungo.

Perché tanto ognuno di quei due mondi crede nelle proprie divinità, e rifiuta l’idea che quelle dell’altro esistano; entrambi nascondono un’intolleranza. Perché “prima dei sacchetti non c’erano le Anomalie“, dice l’unico Vero Dio, che infatti volto non ce l’ha e che proprio per questo ha abdicato a rendere il mondo libero una volta per tutte. Perché una volta raggiunta quella libertà che inseguiamo da millenni, proprio a quel punto “vorremmo essere liberati da quella stessa libertà“.

Schirkoa: In Lies We Trust è un bellissimo compromesso in un mondo che non ha mai capito che proprio dalle costrizioni nascono le controculture, che senza le dittature non avremmo arti degenerate, che a ogni asperità corrisponde una reazione evolutiva. È un film sognatore, pieno di ottimismo ma fieramente aggrappato al realismo. Per gli appassionati d’animazione pionieristica, è un ritrovato di stili e motori grafici d’avanguardia, che nel risultato visivo somiglia a un incrocio fra gli episodi La testimone e Jibaro di Love, Death & Robot, di cui attendiamo con ansia la quarta stagione. E non vi bastasse la nomea di piccolo grande cult che si sta già facendo nel circuito festivaliero indipendente, per dimostrare l’ambizione dietro questo progetto vi cito solo tre dei doppiatori che vi hanno preso parte, nomi lontanissimi come Asia Argento e i registi Lav Diaz e Gaspar Noé, alcuni dei quali hanno prestato la voce anche solo per il piacere di farlo.

Forse, e lo ammette uno che Megalopolis l’ha amato non poco, sono questi i discorsi sull’utopia di cui c’è bisogno.

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